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Perché il valore legale della laurea va difeso

La distruzione della scuola e dell’università in Italia è in corso da decenni ormai, ed è un massacro che non conosce sosta. Ovviamente il governo “del cambiamento” non ha intenzione di cambiare niente neppure da questo punto di vista. Qualche giorno fa Salvini ha rilasciato delle dichiarazioni in cui, per la milionesima volta nella storia del nostro paese, propone l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Sicuramente tanti di noi durante l’università ci siamo trovati a pensare “E se tutti questi sforzi nello studio mi portassero solo ad essere disoccupato?” oppure “Perché quest’università che frequento deve essere considerata così scadente in confronto ad altre?”. Bene, proprio a proposito di questo, l’abolizione del valore legale della laurea sarebbe un violentissimo colpo allo stomaco a qualunque nostra speranza per il futuro, a qualunque desiderio di essere considerati studenti con gli stessi diritti e dignità di quei pochi benestanti che frequentano gli atenei più rinomati d’Italia.

Ma andiamo con ordine. Il valore legale del titolo di studio è il riconoscimento da parte dello Stato (in base al Testo unico delle leggi sull’istruzione superiore, R.D. 31.8.1933, n.1592, art. 167) di tutte le lauree di tutti gli atenei d’Italia come di pari dignità e di pari valore; lo scopo dovrebbe essere impedire che nel mercato del lavoro vi siano discriminazioni basate sull’università di provenienza, permettendo a tutti i giovani (almeno in teoria) di poter cercare un’occupazione sulla base delle proprie capacità e aspirazioni, e non sulla base del prestigio dell’ateneo da cui si proviene.

C’è da dire, però, che la realtà è ben diversa. Pur essendoci ancora il valore legale della laurea, anni e anni di tagli all’istruzione hanno già creato una classifica di università “di serie A” e di “serie B”, e provenire da una di queste due categorie influisce notevolmente sulla possibilità di trovare un lavoro. L’abolizione del valore legale del titolo, dunque, è da vedere più che altro come un pericoloso colpo di grazia per un processo che è già in atto.

Infatti, da circa vent’anni la nostra classe dominante lavora in tutti i modi per abolire questo diritto e portare agli estremi la selezione di classe all’università, come nel modello americano. Contro il valore legale del titolo di studio si afferma che, se abolito, coloro che sono davvero meritevoli e competenti potrebbero entrare nel mondo del lavoro con maggiore priorità rispetto a chi non lo è davvero. Questo almeno è ciò che dice la propaganda delle destre e dei giornali dei grandi gruppi industriali. Ma cosa significa questo dal punto di vista dei neo-laureati provenienti dalle famiglie più povere e da atenei dequalificati? Significa concedere alle imprese la possibilità di assumere solo quella élite di giovani che avevano abbastanza soldi per frequentare università lontane, costose o private, cioè quei laureati altamente qualificati che per i padroni devono essere una cerchia il più ristretta possibile. Perché vogliono che i laureati considerati “qualificati” siano così pochi? Perché se la maggioranza dei giovani viene considerata “manodopera non qualificata”, finisce per essere risucchiata in quel vortice di disoccupazione e precarietà che sono tanto comodi per abbassare i salari il più possibile e far sparire i diritti sul lavoro. Esempio: se io sono un giovane laureato e devo competere con centinaia di migliaia di altri giovani per un posto di lavoro, secondo la strategia del padronato sarei più disposto a farmi assumere senza tutele e per una paga più bassa, cosa che non accadrebbe con minori livelli di concorrenza tra i lavoratori. L’attacco all’università serve esattamente a questo: da un lato i quadri qualificati devono essere pochi (si vedano le recenti agevolazioni fiscali concesse alle aziende che assumono laureati con ristrettissimi parametri di merito), da un altro lato i non qualificati devono essere tanti, sfruttabili e ricattabili, specie adesso che la strada dello sfruttamento selvaggio è stata spianata dal Jobs Act e dalla Buona Scuola del governo Renzi (riforme che il governo Conte, guarda caso, non ha sfiorato con un dito).

Ma ovviamente la storia non finisce qui. È da oltre vent’anni ormai che tutti i governi sanno bene come usare qualunque metodo per far sparire i finanziamenti per l’istruzione. L’abolizione del valore legale del titolo di studio non solo farebbe arrivare il classismo tra le università a livelli tragici, ma porterebbe gli atenei più dequalificati (considerati “inutili”) a perdere sempre più iscritti, fino al punto da dover tagliare sui professori e su interi dipartimenti, se non addirittura fino a dover chiudere battenti. Intere province o regioni (in primis ovviamente al sud) potrebbero essere lasciate prive di istruzione universitaria, o con università ridotte in condizioni miserabili. Dunque il governo sarebbe ancora più libero di tagliare fondi all’istruzione e usarli per coprire il debito pubblico e le spese militari, come avviene ormai da tanto tempo; mentre, viceversa, le università “di serie A” aumenterebbero ancora di più le tasse per via del potenziale aumento di iscrizioni, rendendosi ancora più costose ed esclusive.

Se in Italia esiste un problema di disparità nella qualità dell’istruzione universitaria, tutti i governi che si sono succeduti hanno dimostrato di non volerlo affatto risolvere. Anzi, hanno sempre dimostrato di usare questo problema come scusa per uccidere il paziente anziché curarlo. La propaganda delle destre e la retorica del merito ancora una volta sono fumo in faccia ai giovani per massacrare i loro diritti: se non si parte tutti dallo stesso livello non si può parlare davvero di meritocrazia!

Immaginate di fare sacrifici per pagare tanti soldi di tasse, libri, vitto e alloggio per studiare all’università, per poi scoprire che la vostra laurea è considerata inutile e che non vi sarà data nessuna possibilità di realizzare le vostre aspirazioni; immaginate di non potervi iscrivere all’università perché le uniche considerate davvero degne si trovano dall’altra parte d’Italia, impongono tasse improponibili e magari sono situate in città dove il costo della vita è troppo alto da mantenere. La rabbia lacerante che sentiamo nel vivere queste situazioni, o anche solo nell’immaginarle, è una delle armi più importanti con cui, da comunisti, vi invitiamo a lottare per il valore legale del titolo di studio e contro l’università delle classi dominanti. Se da un lato quelle di Salvini sono state solo dichiarazioni ancora poco concrete, d’altro canto lottare organizzati ci permetterà di metterlo del tutto a tacere.

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