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Università, vietato assumere negli atenei per i poveri

Solo le università più ricche dal punto di vista economico hanno diritto ad assumere personale. Questo è il senso del recente decreto del Ministero dell’Istruzione, che ha assegnato ad ogni ateneo d’Italia il numero di professori, ricercatori e membri del personale che possono essere assunti a fronte degli ultimi pensionamenti. Ancora una volta il governo giallo-verde non fa che proseguire sulla stessa strada di quelli che ha sempre attaccato: i governi precedenti, servi dell’Unione Europea e delle grandi banche. Infatti, mentre il ministro Bussetti parla di “svolta” (questa parola colma di bugie che ci siamo proprio scocciati di sentire) il decreto non fa che obbedire ai vincoli sulle assunzioni nelle università imposti dall’UE tramite il governo Monti nel 2012.

Questi vincoli, racchiusi nel decreto legislativo n. 49 del 2012, sanciscono che ogni università ha il permesso di assumere solo sulla base di determinati indicatori, cioè le spese per il personale (che devono essere minori del 75-80%), il livello di indebitamento (che non deve superare il 10%) e il cosiddetto “ISEF-Indice di Sostenibilità Economico-Finanziaria”, un indicatore che valuta positivamente anche e soprattutto le tasse studentesche. La chiave è questa: meno spendi per gli stipendi del personale, meglio è; meno debiti hai, meglio è; più tasse prendi dagli studenti, meglio è. Se vengono soddisfatte queste condizioni aumentano i “punti organico” assegnati, e quindi ci sarà una maggiore possibilità di assumere.

È evidente come questo metodo di imposizione delle assunzioni favorisca la distruzione dell’università pubblica. L’imposizione di bassi costi degli stipendi per ottenere il turn-over costringe gli atenei a drastici tagli alle retribuzioni e ai posti precari, con l’unica alternativa dei finanziamenti privati alle spese del personale. La riduzione dell’indebitamento, invece, è molto più difficile per le università “di serie B”, che non dispongono di fondi premiali da parte dello Stato, che subiscono nel modo più atroce i tagli all’istruzione, e già impongono tasse ben più alte di quello che potrebbero pagare i giovani dei loro borghi. Infine, l’aumento delle tasse studentesche come condizione fondamentale per avere “i conti in ordine” per poter assumere (come previsto dall’indicatore ISEF) è l’ennesima prova delle intenzioni di questi governi di rendere l’università un lusso per pochi fuori dalle responsabilità dello Stato, secondo la logica “puoi assumere se i tuoi clienti (gli studenti) ti pagano bene e non sono costretto a darti fondi statali”.

La distribuzione delle assunzioni fotografa ancora una volta la storica immagine del paese diviso. I giornali su questo hanno battuto molto perché fa sempre un certo effetto: le università “meritevoli” (quindi abbastanza prestigiose ed esclusive) sono concentrate a nord, infatti è lì che è stata assegnata la maggior parte dei punti organico necessari ad assumere. In poche parole, a sud molte assunzioni non saranno possibili, molti pensionamenti lasceranno posti vacanti, mentre al nord ci sarà qualche centinaio di assunzioni in più. Alcuni casi sono emblematici: l’università di Cassino, nel centro-Italia, avendo spese di personale troppo alte, non ha ricevuto nessun punto organico e si ritrova con le assunzioni bloccate; al sud, l’università del Salento potrà assumere appena per la metà dei posti liberati dai pensionamenti; al nord invece si trovano i casi dell’estremo opposto, come l’università di Bergamo e la scuola superiore di Sant’Anna di Pisa, che potranno assumere rispettivamente il triplo e il quadruplo dei posti abbandonati dai pensionati.

Si tratta del criterio meritocratico che ci viene imposto dall’epoca della riforma Gelmini e che tramite quote premiali, VQR, punti organico e molto altro non ha finito che per distruggere l’istruzione pubblica. La disparità economica e didattica fra gli atenei che è nata dall’istituzione dell’autonomia universitaria è un limite enorme nella garanzia di un diritto allo studio veramente accessibile a tutti.  Il sud Italia paga per primo uno scotto pesante, che vede gli atenei marginali e poveri vedersi tagliare fondi e personale a vantaggio di quelli più economicamente stabili, con l’unico risultato di aggravare ulteriormente una situazione già intollerabile.

L’immagine nitida della povertà del sud-Italia non deve tuttavia essere un abbaglio. La distruzione dell’università pubblica, così come di tutti gli altri diritti, colpisce gli atenei di tutto lo stivale: ai giovani e lavoratori del nord vengono imposti gli stessi attacchi e la stessa miseria di quelli del sud. Al contrario di ciò che strilla la stampa, la divisione nel nostro paese non è tra nord e sud, ma tra classi sociali, tra usurpati e usurpatori.

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