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75 anni dalla liberazione di Firenze. L’epica di una città nelle le parole di “Gracco”

L’11 Agosto ricorrono i 75 anni dalla Liberazione di Firenze, “la battaglia”, come disse Piero Calamandrei, “crisi decisiva della guerra di Liberazione italiana”. Libero da toni trionfalistici ed enfatici, ma riconoscendo al contempo tanto l’eroismo e la combattività dei combattenti e dei lavoratori fiorentini, quanto il tradimento operato nei decenni successivi ai danni della Resistenza, Angiolo Gracci – nome di battaglia “Gracco” – e Aldo Damo (“Luciano”) lasciarono una testimonianza ed una traccia indelebile di quei giorni di riscossa, di una città martoriata e distrutta dai bombardamenti, dai rastrellamenti e dalla violenza dei franchi tiratori.

Ci permettiamo di riportare un lungo – ma essenziale – estratto di un libro che, nel corso dei decenni, è stato sempre più nascosto e messo in disparte nella memorialistica della Resistenza: “Brigata Sinigaglia”.

La testimonianza di “Brigata Sinigaglia” impone un atto di modestia ed un momento di riflessione critica per quel periodo della Resistenza Italiana. Di essa la lotta partigiana fu il più vero ed ultimo “momento eroico” che portò a conclusione il ciclo del “primo” fascismo mentre, parallelamente, era sorto e andava affermandosi il “primo” antifascismo, informe e contraddittorio, minato da una concezione generica ed interclassista.

I partigiani sono, ancora oggi, testimoni scomodi, per ricordi fastidiosi, da esaltare furbescamente, in sempre più inquinate e stanche celebrazioni su fondali di cartapesta. Cerimonie con le quali si tenta di falsare le aspirazioni ideali e politiche dei Caduti di ieri ed offendere i superstiti di oggi! I “falsi amici” e perfidi alleati di un tempo “alquanto feroce” si sono affidati al tempo, che tutto oscura e cancella, con il proposito di trasferire quella e questa autentica giovinezza d’Italia nei sacrari ammuffiti della Storia Patria.

Il “tradimento” è stato consumato: perché, dopo la cacciata del tedesco invasore ed assassino e la sconfitta del primo fascismo, nessuna epurazione si realizzò sul mondo dei responsabili del regime liberticida durato oltre vent’anni; perché non ci fu nessuna espropriazione, ipocritamente promessa dal CLN, che colpisse tutti gli approfittatori del regime fascista e della guerra mondiale; perché si ignorò l’impegno di fare delle Formazioni Partigiane il nucleo centrale del nuovo Esercito Popolare Italiano. Si ritornò al vecchio stato liberal-fascista rifiutando quel rinnovamento del sistema economico, dei rapporti sociali, delle strutture politico-istituzionali che costituiva, ormai, esigenza profondamente acquisita nella coscienza delle grandi masse popolari italiane.

Oggi gli autentici partigiani […] rifiutano, a giusta ragione e per motivi di coerenza morale, la loro imbalsamazione, impegnati ad essere ancora partecipi, fino in fondo, nella nuova fase della Resistenza.

(Prefazione alla II edizione, Aldo Damo)

I partigiani della Brigata “Sinigaglia” rispondono “no!” all’ordine di disarmo degli alleati anglo-americani

Nel pomeriggio del 3 Agosto, dopo ore di combattimento, la Brigata riusciva a sottrarsi all’accerchiamento e, ripiegando dal Poggio di Firenze, si congiungeva con un battaglione inglese attestatosi a Villa Belvedere nella zona di San Donatino. L’ultima giornata di permanenza in montagna della “Sinigaglia” fu suggellata, purtroppo, dal sangue della sua migliore staffetta. La “Dina”, vittima di una vile delazione, fu presa, seviziata e fucilata in un borro nei pressi di Villa Fabbroni, accanto a suo marito, il maresciallo Stefanini dei Vigili Urbani di Firenze. La “Dina” stava per essere madre. Ma i garibaldini, con in testa la bandiera amorosamente ricamata col nome della formazione dal picciotto “Palermo”, erano ormai in marcia per loro e  con loro verso Firenze, verso l’insurrezione. In quella modesta, rustica bandiera, ogni partigiano scorgeva il simbolo vivo della vittoria imminente e di quelle che avrebbero dovuto seguirla. Per questo, il mattino successivo, la Brigata d’assalto Garibaldi “Vittorio Sinigaglia” entrò cantando nei quartieri della Colonna e Piazza Gavinana fra travolgenti manifestazioni di gioia popolare. Per questo, il giorno dopo ancora, quelli della “Sinigaglia” fecero rispondere al Quartier Generale di Alexander, il quale aveva fatto intimare l’ordine di immediato scioglimento della Divisione “Arno”, che se gli Alleati avessero voluto disarmarli prima che fosse stata condotta a termine almeno la loro missione di liberare Firenze, doveva prepararsi ad usare la forza. Gli Alleati, allora, ebbero la prima prova diretta che i Volontari della Libertà Toscani, autentica avanguardia dei loro fratelli dell’Alta Italia, rinnovando la fierezza dei loro predecessori di Curtatone e Montanara, non conoscevano compromessi e flessioni. E, pertanto, fu ritenuto opportuno modificare i piani prestabiliti. In quest’ultimo gesto ribelle, frutto di un generoso patriottismo militante e di un saldo spirito rivoluzionario e nazionale, è racchiuso il significato particolare ed essenziale che il nome di Firenze ha nella Resistenza nazionale.

A Firenze

Alle 10.45 dell’11 Agosto il capitano dei canadesi mi rilasciò il fonogramma a mano che doveva consentire il passaggio a guado dell’Arno a me e agli altri partigiani della “Sinigaglia”. Alle 11, sotto la protezione delle mitragliatrici alleate, cominciammo il passaggio della Pescaia di Santa Rosa. I tedeschi si erano già ritirati dalla riva destra e si erano schierati nei quartieri nord-occidentali, lasciando rari nuclei di tiratori nei fabbricati del centro cittadino. Adunatici sul Lungarno Vespucci, lasciammo che il sole ci asciugasse le estremità e poi, ricalzate le scarpe, prendemmo, in grosse pattuglie, a percorrere e vigilare la zona che doveva costituire per le forze alleate la 1° testa di ponte sull’atra sponda del fiume.

Le strade erano completamente deserte. Tutte le finestre erano chiuse e con le persiane abbassate. Dovunque mucchi di spazzatura e macerie. Dovevamo vigilare e rendere sicura la zona che da Porta al Prato, per via della Scala e via del Moro, era delimitata nel senso della larghezza dai Ponti “della Vittoria” e “alla Carraia”. Alle una del pomeriggio vedemmo la Brigata Lanciotto, che frattanto aveva guadato il fiume, avviarsi in formazione di combattimento verso la zona di Rifredi. “Andiamo a soccorrere le squadre di d’azione che sono state circondate dai nazi!” ci disse Romeo passando.

Le squadre operaie erano in linea dal mattino del 4, prima ancora che noi giungessimo in città. Avevano avuto forti perdite e continuavano a prodigarsi con uno spirito aggressivo veramente ammirevole. Spesso tali reparti avevano iniziato l’attacco contro il nemico quando ancora sia noi che gli alleati eravamo nell’impossibilità di collegarci tatticamente con loro. Ne erano seguiti episodi disperati e sanguinosi nei quali si mostrò la decisione nella lotta dell’avanguardia armata del popolo fiorentino. Ci acquartierammo frattanto, nel palazzo delle scuole tecniche “Sassetti” in via Garibaldi. Presto cominciarono a giungere i capi-settore e i comandanti delle Compagnie cittadine. Alle 20, sia pure senza esattezza, potevo tracciare sulle piante della città la linea fluidissima del fronte di combattimento. Cadevano bombe e granate tedesche, in continuazione. Verso sera la poca gente che si era azzardata timidamente nelle strade per curiosare e per salutarci, scomparve di nuovo nelle proprie abitazioni. Rimanemmo soli nelle strade buie di una città ferita.

Fucileria e mitragliatrici per tutta la notte, là, verso il Casone dei Ferrovieri e la Manifattura dei Tabacchi. Al mattino, quando ancora i leggeri vapori del vicino fiume non si erano ancora diradati arrivarono i primi feriti ed i primi caduti. Vidi, avvicinandomi ai carretti che funzionavano da lettighe di fortuna, molti volti nuovi, affilati e sofferenti o già nel pallore e nella rigidezza della morte. Erano i più giovani, ce n’erano anche di imberbi. Portavano al braccio la fascia tricolore con il cavallo alato e il timbro del C.T.L.N. Già dal giorno prima questi ragazzi avevano chiesto e ottenuto di essere aggregati alla nostra brigata di cui da tempo avevano seguito le azioni attraverso la stampa clandestina.

Un capo delle squadre operaie che aveva accompagnato al Comando il cadavere di un patriota mi raccontò la scena straziante della sua morte, avvenuta sotto gli occhi della madre. […] Ispezionando il fronte affidatomi, potei constatare quanto difficile fosse il compito dei partigiani. Occorreva attraversare di corsa le strade normali al fronte e che si trovavano sotto il tiro d’infilata della armi pesanti naziste. Bisognava far sgomberare le abitazioni più esposte o che servivano a noi per rispondere al fuoco avversario. Si doveva nel contempo provvedere ad aiutare la popolazione civile che soffriva incredibilmente per la scarsezza dell’acqua e per il continuo, micidiale stillicidio del bombardamento dei mortai e dei cannoni da 88 mm.

Fu in quei duri momenti che vidi come popolo e partigiani, uomini e donne, giovani e vecchi fossero tutti la stessa cosa, la stessa, incrollabile volontà. L’arma del caduto trovava subito un nuovo braccio che la impugnasse saldamente. L’inesperienza militare dei più, sebbene cagionasse perdite più dolorose, non riuscì mai a far vacillare i combattenti.

[…]

Il cielo e minaccioso. Un sottile vento fa mulinare in lente spirali le prime foglie cadute dai grandi alberi del giardino della “Vasca”. Siamo al termine della prima settimana di Settembre. Gruppi di partigiani e di patrioti sono per le strade e si dirigono in silenzio verso l’ingresso della Fortezza da Basso.

Sono disarmati. Da ieri sera hanno deposto la propria arma, la propria cartuccera nello stanzone dove poi tutto verrà ritirato e portato via. Alcuni hanno consegnato il moschetto con gli occhi lucidi e mordendosi le labbra, altri hanno fatto la consegna al compagno incaricato del ritiro con un gesto di rabbia, i più hanno voluto loro stessi deporre la propria arma nel gran mucchio delle altre. Tutti, prima di uscire dalla porta dell’armeria, si sono voltati a guardare, come per un muto saluto. Stamani si svolgerà la cerimonia dello scioglimento ufficiale delle formazioni cittadine e partigiane.

Le formazioni sono già allineate e i partigiani cantano, cantano quasi con ostinazione, come per stordirsi, come per disperdere il grigiore e la tristezza di questa giornata. Comincia a piovere. Giungono con le carrozze i nostri feriti, da tutti gli ospedali della città. Quanti sono! E non son tutti; i più sono rimasti nelle corsie ma il loro cuore l’hanno mandato qui, con noi, con tutti. I feriti si siedono sulle panche e sulle sedie preparate ai lati e davanti alla tribuna. Piove e anche le donne della città sono schierate con i partigiani. È quel manipolo di compagne che ha lottato e sofferto, che ci ha sempre assistito, che ha sempre saputo sacrificarsi per la causa comune.

[…] Quattro Brigate Garibaldine, la Lanciotto, la Sinigaglia, la Caiani e la Fanciullacci; due Brigate “Rosselli”, cinquecento uomini delle squadre d’azione sono schierati immobili, sull’attenti. Il Generale Hume passa lentamente in rivista il fronte. Con la coda dell’occhio lo vedo osservare la bandiera della nostra Divisione: sull’asta è appesa la camicia due volte rossa [di colore e di sangue] di Potente. Si, anche il nostro Comandante è intervenuto. Egli è ancora in testa alla sua Divisione.

[…] Le autorità sono ripartite. La cerimonia ufficiale è terminata. Sono i partigiani e i patrioti che improvvisano ora un’altra manifestazione. Essi vogliono che il popolo sappia del loro desiderio di continuare ancora a combattere. Non sono stati loro a chiedere di deporre le armi. Essi hanno solo ubbidito. Una imponente colonna esce dalla Fortezza e si snoda per le strade lucide. Bandiere e bandiere del colore del sangue e bandiere tricolori si alzano e palpitano sul corteo dei combattenti. La gente sosta rasente i muri e guarda. Forse i cittadini si domandano il perché di quella sfilata, se essa voglia significare gioia o protesta, o tutte e due insieme le cose. […] La popolazione dei quartieri del centro ci osserva muta, interrogatrice e sospesa. I più non comprendono. È solo nelle vie più povere, dove i muri sono scrostati dal tempo e dalle scheggie, dove la gente ha le scarpe rotte e pochi cenci addosso che il popolo applaude, grida con noi, canta le nostre stesse parole. Brividi di freddo mi prendono, non so se per l’acqua di cui sono completamente bagnato o per la commozione. Sento che una nostra comune tappa di è conchiusa. Gianni, Berto, Nonno, Otto, Bastiano marciano al mio fianco. Vittorio porta in spalla la bandiera della Brigata. Anche tutti i nostri morti marciano con noi, ci seguono, ci accompagnano, ci precedono. Questo giorno è dedicato a loro.

Stasera, ognuno tornerà alla propria casa e toltosi dal collo il fazzoletto rosso lo riporrà con cura tra le cose più care. Domani riguardandolo torneranno alla memoria i giorni della lotta, i compagni morti, la speranza di sempre.

Gracco scrive: ‘La popolazione del centro (di Firenze), ci osserva muta, interrogatrice e sospesa. I più non comprendono…’. Tutto questo in contrasto con l’atteggiamento entusiasta e solidale dei quartieri popolari. Questa situazione si ripeterà, grosso modo, in quasi tutta l’Alta Italia liberata dai partigiani, gappisti e sappisti, a comprova che il movimento partigiano fu sostanzialmente estraneo alla borghesia e da essa guardato con sospetto ed ostilità. D’altra parte, con la liberazione di Firenze – e in precedenza di Roma – ha inizio la fase – che ancora dura – del partigiano fasullo dell’ultima ora, dell’antifascista da sacrestia o da biblioteca vaticana, nuova veste mimetica assunta dagli eterni, abili sfruttatori, della ingenuità politica di un popolo oppresso e perfino della grandezza dei suoi figli Caduti sulle montagne, nelle pianure e nelle città italiane.

I partigiani superstiti, nonostante le delusioni, le offese, le persecuzioni subite, rivendicano l’intero patrimonio morale e politico della Resistenza. Essi, perciò, intendono essere attivamente presenti ancora oggi nella lotta politica in Italia, soprattutto per difendere e portare avanti l’eredità ideale trasmessa loro dai compagni Caduti che la canea urlante finge di onorare.

Ai partigiani di ieri e di questo trentennio, caduti nella Resistenza che continua, una stele che raggiunga il cielo; ai Partigiani superstiti, che si affiancano alle nuove generazioni di combattenti del popolo, un conforto ideale, una certezza politica che riscaldi il cuore e rinfranchi la mente. Come disse il poeta: “… di figli e nipoti dei partigiani caduti non resti mai povera l’Italia…”.

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