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Sulla situazione attuale in Siria

di Paolo Spena, Raffaele Timperi e Lorenzo Lang

L’invasione turca della Siria del Nord è un atto di aggressione che ha segnato un’ennesima escalation in un conflitto che si protrae ormai da 8 anni e che ha spinto l’instabilità della regione ad un livello senza precedenti dagli anni ’90, portando sofferenze indescrivibili ai popoli del Medio Oriente, e a quello siriano in particolar modo.

In seguito all’annuncio del ritiro dell’esercito USA dalle zone controllate dalle milizie curde nella Siria del Nord, l’esercito turco è penetrato per diversi chilometri nel territorio siriano affiancato dalle milizie jihadiste del “Free Syrian Army”, proclamando che si trattava di una operazione militare di “contrasto al terrorismo”. L’obiettivo dichiarato dell’operazione “Peace Spring” era stabilire il controllo delle forze armate turche su una striscia di territorio profonda 32 km nel Nord della Siria, liquidando le milizie curde che avevano il controllo della regione.

Simultaneamente all’inizio delle operazioni militari turche, il contingente russo in Medio Oriente ha occupato le zone che venivano abbandonate dalle truppe americane. Nei giorni successivi il governo russo ha concluso un’intesa con le milizie curde, che hanno accettato l’ingresso dell’Esercito Arabo Siriano nel Nord del paese. Questo primo accordo con le milizie curde è stato il presupposto fondamentale per aprire le successive trattative che hanno portato alla firma del memorandum tra il governo russo e quello turco, con cui i due Paesi programmano la cooperazione fra i propri eserciti. Non a caso, questo accordo è giunto il 22 ottobre, alla fine dei cinque giorni di tregua concordati tra Erdogan e il vicepresidente USA Pence.

La situazione attuale, accettata formalmente da tutti gli attori in causa tranne la Siria, prevede la già citata zona cuscinetto di 32 km di profondità nel territorio siriano. Il memorandum firmato fra il governo russo e il governo turco riconosce apertamente l’occupazione turca nella zona compresa tra Tel Abyad e Ras Al Ayn, senza termine temporale, e il pattugliamento congiunto degli eserciti di Russia e Turchia nel resto della zona cuscinetto. L’occupazione di questa porzione di territorio era l’obiettivo del governo turco che già ad agosto ne aveva negoziato i termini con gli USA, trovando l’intesa che poi si è concretizzata col ritiro americano.

Nell’accordo russo-turco, inoltre, si ribadisce il ruolo del Comitato Costituzionale Siriano di recente costituito su impulso di Russia, Turchia e Iran, e di fatto accettato anche dagli USA e riconosciuto dall’ONU. Questo comitato ha iniziato i suoi lavori a Ginevra il 30 ottobre e include 50 rappresentanti filo-governativi, 50 rappresentanti delle forze di opposizione (sostenute da Turchia e Arabia Saudita), e 50 membri della “società civile”, con l’obiettivo di scrivere una nuova costituzione siriana.

La natura dell’accordo e lo scontro in atto in Siria

La realtà, quindi, mette in crisi molte delle letture esistenti sul conflitto siriano. Un dato importante che si registra in Medio Oriente è il ruolo crescente della Russia, che già da anni interviene nel conflitto con l’obiettivo di difendere e rafforzare i propri interessi economici e strategici nella regione, in particolare in Siria. Se la Russia ha potuto tramutarsi nel principale mediatore diplomatico nella crisi siriana, di fatto senza contraltari, questo è potuto avvenire proprio grazie alla scelta degli USA di Trump di ritirarsi dalla regione e in generale di non svolgere questo ruolo, mantenendolo in parte con la Turchia. Il punto che qui va evidenziato è che gli USA non possono non aver preso in considerazione che il ritiro dal Nord della Siria avrebbe costituito un’opportunità che la Russia avrebbe colto al volo. È un elemento che dimostra la diversità di vedute da parte di Trump e del suo establishment rispetto agli avversari politici interni, dal predecessore Obama a Hillary Clinton.

Da anni è ormai chiaro che la strategia di Trump rispetto alla competizione inter-imperialistica è quella di rivolgere gli sforzi principali nella competizione contro la Cina, che a conti fatti rappresenta il principale avversario dei grandi monopoli statunitensi sul piano commerciale e finanziario. Un elemento fondamentale di questa strategia è l’allentamento delle tensioni con la Russia, cui fa seguito anzi un tentativo di riavvicinamento, nella speranza di metterne in discussione l’alleanza con Pechino. In quest’ottica, non è più così strano che il governo statunitense operi una scelta che, oltre ad essere una concessione alla Russia, di fatto accetta la sconfitta della strategia di destabilizzazione della Siria, di cui tra l’altro sono responsabili gli avversari politici interni di Trump e una parte dei monopoli statunitensi oggi minoritaria nel processo di decisione della politica estera USA. Lo scontro fra queste visioni è evidente oggi nella stessa politica interna degli USA, che in questi giorni vedono la Camera a maggioranza democratica votare l’impeachment (cioè la messa in stato di accusa, che di per sé può generare una crisi politica) a Trump, dopo aver votato il riconoscimento del genocidio armeno, importante segnale rivolto alla politica di apertura verso le aspirazioni turche. Per l’amministrazione Trump l’uccisione di al-Baghdadi, che parrebbe confermata, è una “vittoria” spendibile come contraltare alle concessioni fatte alla Russia e alla Turchia, e più in generale alla decisione di ritirare le truppe dal Nord della Siria.

Non è poi un caso che la Cina, teoricamente alleata del governo siriano e della Russia, abbia aspettato più di una settimana prima di rilasciare dichiarazioni ufficiali sull’aggressione turca in Siria. Un silenzio atipico che manifesta l’evidente difficoltà dinanzi a un’aggressione che aveva a monte un’intesa fra la Russia e gli USA. Quali che siano gli sviluppi futuri, è chiaro che in Siria si è giocata e si gioca una partita fra centri imperialisti, in cui anche le modificazioni degli equilibri interni alle rispettive borghesie finiscono per riflettersi nelle stesse sorti di una guerra in cui le vittime sono i popoli.

In questa competizione i paesi dell’Unione Europea mostrano una divergenza crescente rispetto agli obiettivi degli USA e all’indirizzo che questi ultimi imprimono alla NATO. Nell’ultimo mese è emersa con forza l’ipocrisia dei media italiani ed europei, che hanno condannato l’intervento turco (non certo il primo dall’inizio della guerra) dopo aver costantemente cercato in tutti questi anni di mobilitare l’opinione pubblica in favore dell’aggressione alla Siria. Questa ipocrisia dei media che oggi contraddicono buona parte della propaganda degli ultimi anni per condannare l’intervento turco non è casuale, ma è appunto il prodotto di visioni e obiettivi differenti da parte dei settori dominanti della borghesia europea. Evidentemente oggi esistono delle forti divergenze tra le borghesie dei diversi paesi circa la strategia da perseguire nel contesto siriano. La situazione attuale, ad esempio, potrebbe preparare il terreno per una maggiore stabilizzazione dello Stato siriano, al costo di concessioni territoriali se non all’interno dei confini del 2011. Questo ovviamente non è una prospettiva gradita a tutti. Diversi Paesi europei, Germania in testa, hanno condannato con veemenza l’intervento turco, che è evidentemente il frutto di un accordo tra Turchia, Usa e Russia che ha di fatto tagliato fuori i paesi dell’Unione Europea. Nel caso italiano, si evidenzia l’ipocrisia di un governo che finge di fare la voce grossa minacciando insignificanti riduzioni nelle forniture di armamenti alla Turchia nel prossimo futuro, promettendo allo stesso tempo di aumentare di ben 7 miliardi di euro le spese militari italiane di finanziamento della Nato.

Quello che avviene oggi in Siria è indubbiamente una vicenda complessa, in cui le variabili, gli interessi e gli attori che intervengono sono tanti. Se i media in Italia hanno comprensibilmente fornito una ricostruzione distorta e parziale degli avvenimenti, funzionale agli interessi dei settori dominanti del capitale nel nostro paese, meno comprensibile è l’atteggiamento di chi, a sinistra, rifiuta di cogliere questa complessità e persevera nell’accettazione di visioni semplicistiche e di schematismi che non solo distorcono la realtà dei fatti, ma finiscono per essere funzionali proprio agli interessi di quelle forze che invece andrebbero combattute. In particolare, in Italia il dibattito a sinistra sulla Siria si è polarizzato su due posizioni errate e speculari, che meritano alcune considerazioni critiche.

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L’illusione “geopolitica” si infrange dinanzi alla realtà

La prima posizione errata da rigettare è la semplificazione di chi si appella al metodo e alle categorie dell’analisi “geopolitica”, accantonando del tutto l’analisi leninista dell’imperialismo. Questo approccio è proprio di quella minoranza che sostiene la politica estera della Russia capitalista proclamandone a gran voce il carattere “antimperialista”, negando che l’obiettivo di interventi come quello in Medio Oriente è la difesa degli interessi della borghesia e dei monopoli finanziari russi in quella regione. Di fatto, negando la realtà.

La realtà di ciò che avviene oggi in Siria dimostra che l’illusione della Russia che interviene in “difesa della sovranità” dello Stato siriano si è già infranta. Nello stesso memorandum tra Turchia e Russia, nel punto 3 dell’accordo il governo russo ha riconosciuto a spese dello Stato siriano non solo l’occupazione turca di alcune regioni, ma anche la creazione di un’area cuscinetto pattugliata congiuntamente dal suo esercito assieme a quello turco. La Russia accetta di fatto un’occupazione militare che era sin dall’inizio l’obiettivo della Turchia, forzando di fatto il governo siriano ad accettare un accordo che non ha firmato in virtù dei rapporti di forza esistenti.

La gravità della situazione è resa ancor più evidente dal punto 4 del memorandum, in cui la Russia si fa garante dell’attuazione di un accordo che non ha neanche firmato, quello di Adana siglato nel 1998 fra la Turchia e la Siria, che il governo turco voleva a tutti i costi ripristinare. All’epoca, l’espulsione del leader curdo Öcalan dalla Siria fu il primo frutto proprio di questo accordo, che impegna la Siria alla repressione dei militanti curdi legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel Nord del paese. La Russia ora promette che la Siria rispetterà questo accordo… altro che sovranità, insomma. Sulle modalità di applicazione restano aspetti da chiarire, perché ad esempio la Turchia considera da sempre il PYD (il Partito dell’Unione Democratica, principale partito curdo in Siria, oggi principale componente delle milizie curde YPG e YPJ) una diretta emanazione del PKK. Una delle opzioni che restano sul tavolo per la smobilitazione delle YPG/YPJ è l’integrazione di queste milizie nell’Esercito Arabo Siriano. Ma senza alcun dubbio, resta evidente uno scenario in cui la Russia capitalizza la forza acquisita negli ultimi anni per guidare la “soluzione” della crisi siriana verso uno sbocco favorevole agli interessi dei suoi monopoli. Chi nel coro dei “geopolitisti” afferma che la Russia ha lo stesso “diritto” di intervenire in difesa dei propri interessi (cioè della propria borghesia) così come fanno gli USA e altri paesi imperialisti, di per sé non ha torto e non dice una cosa falsa. Ma solo se si dimentica che la natura di quegli interessi è la stessa degli interessi che animano ogni potenza imperialista si può pensare che il ruolo giocato dalla Russia di Putin abbia un carattere progressista perché di “contrappeso” all’imperialismo USA.

Infine, la criticità di questo approccio teorico errato emerge con forza nel momento in cui, in nome dell’analisi geopolitica, si dimentica che qualsiasi nazione è divisa in classi sociali, e che sono proprio i rapporti di forza tra le classi a definire gli interessi di breve e lungo periodo e le strategie perseguite della classe dominante. Se questo vale in generale, vale anche in riferimento al popolo curdo. Sono da rigettare senza alcuna ambiguità le posizioni di chi confonde la critica alla condotta delle classi dominanti curde con la negazione della necessità di esprimere solidarietà al popolo curdo e a tutti i popoli che subiscono sulla propria pelle le conseguenze dell’imperialismo. Non esiste nessuna ragione valida che giustifichi la negazione del diritto di tutti i popoli che vivono nei confini dello Stato siriano, inclusi i curdi, a non soffrire più le conseguenze della guerra e delle politiche imperialiste. Questo principio, che non può mai venir meno, non preclude in nessun modo la critica alla condotta dei gruppi dirigenti delle formazioni curde, che anzi si rende più che mai necessaria, visto il peso che questa questione ha assunto nel dibattito italiano.

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Le responsabilità dei partiti curdi e il mito costruito a sinistra.

Una parte consistente della sinistra in Italia ha subito la propaganda dell’imperialismo italiano ed europeo, finendo per sposare acriticamente il progetto politico di alcune formazioni curde che negli ultimi decenni sono state il anche principale riferimento della politica estera dell’imperialismo di USA e UE. Nella sinistra radicale è ampiamente diffusa una impostazione che ormai sulla Siria ha sostituito la lotta per la pace, contro la guerra imperialista e per la solidarietà internazionalista fra i popoli, con l’idea che ciò debba concretizzarsi nel sostenere il progetto politico del “confederalismo democratico”. Curiosamente, questa visione che teorizzava il carattere rivoluzionario della “Federazione Democratica della Siria del Nord” (il c.d. “Rojava”), proclamata da una coalizione di partiti curdi, è stata nei fatti coerente con la narrazione dominante nei nostri media, che negli ultimi anni hanno raccontato che le milizie curde erano la principale forza responsabile della sconfitta dei gruppi jihadisti (oggettivamente non vero, sebbene non vada al contrario negato il loro contributo) e nelle scorse settimane hanno presentato l’invasione turca come un attacco al solo popolo curdo, e non come un’aggressione alla Siria e a tutto il suo popolo, come sarebbe stato normale. Lo stesso Partito Democratico, che siede nei banchi del governo, proclama strumentalmente la solidarietà al popolo curdo e manifesta in suo favore. Tutto ciò non avviene per caso.

La condotta di alcune formazioni politiche curde, che negli ultimi decenni hanno scelto di sostenere attivamente le strategie di uno dei centri imperialisti attivi nella regione nella destabilizzazione della Siria, non può essere negata né ignorata. Non si tratta, come alcuni hanno sostenuto e ancora oggi sostengono, di una semplice alleanza tattica con il nemico per conseguire i propri obiettivi, come tante ne sono esistite anche nella storia del movimento operaio e rivoluzionario. Negli ultimi vent’anni parte delle formazioni curde è stata integrata nei piani delle aggressioni imperialiste e partecipa attivamente alla loro attuazione. Nel 2003 la quasi totalità dei partiti politici curdo-iracheni e delle relative milizie controllate ha plaudito all’invasione dell’Iraq, e le formazioni curde di quel paese si sono spinte all’aperta collaborazione con le forze di occupazione della “coalizione dei volenterosi”, di cui faceva parte l’Italia. In Siria, le milizie curde sono state una forza cobelligerante in un contesto di aggressione imperialista generalizzata, e hanno permesso di fatto l’occupazione militare di una parte del paese da parte degli USA, con i quali hanno cooperato. Anche questo è un fatto innegabile che non può essere giustificato come un’alleanza tattica, né tantomeno se ne può sostenere il carattere antimperialista. Al contrario sono elementi che segnano una profonda responsabilità delle forze politiche curde che l’hanno implementate. E se è vero che questa responsabilità non si può più ignorare, non si può accettare l’idea che le formazioni curde, per il solo fatto di aver combattuto sul campo, non possano essere criticate ma solo sostenute. L’idea dell’inopportunità di questa forma di analisi critica è stata sostenuta da alcuni esponenti di sinistra, e di fatto chiede la sospensione di ogni analisi politica, e più in generale l’accettazione del principio per cui di queste cose semplicemente non si dovrebbe parlare. Da questo principio le classi dominanti italiane ed europee hanno solo da guadagnare.

L’idea che si debba esprimere il sostegno “ai curdi” in generale sottintende l’errata concezione che il popolo curdo non sia un popolo come tutti gli altri, che la società curda non sia divisa in classi come tutte le società e le comunità nazionali del mondo. Un’idea di per sé singolare, perché quando si parla dei curdi si parla di una comunità di 40 milioni di persone, poco meno della popolazione della Spagna e circa due terzi di quella dell’Italia. Che la società curda non sia un continuum omogeneo è un dato di fatto talmente ovvio che non dovrebbe neanche essere necessario ricordarlo. Eppure oggi a sinistra si lanciano slogan come “con il popolo curdo, senza se e senza ma”, compiendo specularmente lo stesso errore di chi in nome della “geopolitica” considera i popoli e gli Stati come attori coesi e uniformi che agiscono in base ad un’unica direttrice strategica.

Proprio le posizioni politiche dei principali partiti curdi oggi ne confermano il carattere di partiti borghesi. Da decenni le principali formazioni curde, incluso il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (il PKK turco), storicamente il più radicale, hanno abbandonato il marxismo e qualsiasi visione rivoluzionaria e antimperialista. Le teorizzazioni di Abdullah Öcalan sul “confederalismo democratico”, il municipalismo libertario, l’autonomismo sono del tutto compatibili con la democrazia borghese, abbandonano definitivamente l’idea della presa del potere politico da parte dei lavoratori. Non si tratta di una minuzia ideologica, perché tutta l’esperienza storica ha dimostrato che la sottomissione dei lavoratori alle strategie della borghesia porta al fallimento, a costo di enormi illusioni e sofferenze per il popolo. E oggi il popolo curdo sta pagando il conto della strategia perseguita dalla sua classe dominante.

In Italia la socialdemocrazia e l’opportunismo hanno cercato per anni di costruire la narrazione di un “modello curdo” da seguire per “rilanciare” la sinistra nel nostro paese. Un mito molto simile, sia nelle forme che nel contenuto politico, a quello che decenni fa si costruì attorno all’EZLN nel Chiapas messicano. Questo è accaduto per una ragione molto semplice: se il municipalismo e il confederalismo sono concezioni del tutto estranee alla causa di un partito rivoluzionario, si rivelano al contrario molto utili per chi deve giustificare il proprio tradimento e le proprie scelte opportuniste presentandole come una “scoperta” innovativa. O per dirla in modo più banale, ma forse più efficace, per chi a sinistra deve giustificare le costanti alleanze a livello locale (regioni, province, comuni) con il Partito Democratico.

Tra l’altro, il fatto che diverse voci nella sinistra radicale abbiano lamentato come il recente accordo fra i curdi e il governo siriano segni la rinuncia al sogno di uno Stato curdo è in realtà paradossale. E lo è perché, a ben vedere, se per i curdi siriani c’è sul piatto la concessione di una maggiore autonomia di governo locale, il progetto del “confederalismo democratico” e dell’autogoverno sembra sostanzialmente coerente con questa prospettiva, quella di una regione fortemente autonoma all’interno dello Stato siriano ristabilizzato. Una maggiore inclusione delle formazioni curde siriane nel “Comitato costituzionale siriano” di Ginevra, se avvenisse, non farebbe che confermarlo.

È importante ribadire che la critica alle posizioni politiche dei partiti curdi e alla responsabilità di quei gruppi dirigenti non significa negare il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo. Tutti i popoli del mondo, incluso il popolo curdo, hanno il diritto di lottare per la propria autodeterminazione nelle forme che essi vogliono, inclusa l’indipendenza. Ma questa lotta non può essere tramutata in uno strumento delle strategie imperialiste e convertita in una parte integrante di esse. Se i gruppi dirigenti dei partiti curdi sceglieranno coscientemente di continuare a legare l’autodeterminazione del popolo curdo alle strategie dell’imperialismo, il risultato non sarà una mossa tattica per realizzare questo obiettivo, ma al contrario lo svilimento e la delegittimazione di quella stessa lotta che proclamano di voler portare avanti. Chi in seguito all’accordo con la Turchia ha accusato gli Stati Uniti di aver venduto i curdi, dovrebbe piuttosto chiedersi se non siano stati quei partiti a vendere il popolo curdo ad una potenza imperialista.

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Il futuro della Siria e dei popoli. Per una pace durevole.

La prospettiva della fine del conflitto in Siria e di un processo di pace è certamente positiva per i popoli che per 8 anni hanno subito sulla propria pelle quella che, a tutti gli effetti, era un’aggressione imperialista mascherata da “guerra civile”. Tanto il popolo siriano quanto il popolo curdo hanno sofferto le conseguenze delle politiche imperialiste di massacro dei popoli, che devono essere condannate senza alcuna forma di ambiguità.

Una pace duratura in Siria può passare solo dal ritiro di tutte le forze imperialiste dal territorio siriano e dalla cessazione definitiva di ogni forma di sostegno alle formazioni islamiste e ai gruppi terroristi (per troppo tempo sostenuti più o meno esplicitamente da Turchia, Arabia Saudita, Israele, ma anche da USA e paesi UE). Non è pensabile, tanto per essere chiari, che si chieda il ritorno delle truppe USA nel Nord della Siria come fattore di “stabilizzazione” o di garanzia per gli interessi del popolo curdo. Tutta la storia recente ha dimostrato che la retorica della funzione “stabilizzatrice” delle truppe di occupazione in un paese non è altro che uno strumento propagandistico per giustificare le aggressioni imperialiste, che sono sempre la causa dell’instabilità esistente e che a parole si dice di voler combattere. La fine delle sofferenze imposte dalla guerra imperialista a tutti i popoli che vivono nel territorio siriano è un presupposto necessario per qualsiasi sviluppo progressivo. Al di fuori di queste premesse, per i popoli che vivono nel territorio siriano ci saranno solo nuove sofferenze e privazioni.

Se nell’immediato futuro è possibile che si arrivi a una pace, probabilmente al costo di rinunce territoriali e politiche da parte del governo siriano, non si può avere la stessa certezza nel lungo periodo. Tutta la storia contemporanea dimostra che finché il mondo è dominato dall’imperialismo, cioè dal potere dei grandi monopoli capitalistici e dei rispettivi Stati in lotta per il controllo dei mercati, delle risorse energetiche, delle rotte commerciali, nessuna pace può essere davvero duratura.

Anche se ci sarà una conclusione per il conflitto in Siria, non scompariranno le ragioni profonde che l’hanno generato, che vanno ricercate nello scontro inter-imperialista. Uno scontro che oggi è sempre più sotto gli occhi di tutti e già preannuncia di poter scatenare nuove guerre, con l’aumento generalizzato delle spese militari e la corsa agli armamenti in tutti i paesi. La diffusione a livello di massa delle parole d’ordine contro la guerra è l’unico elemento che può preparare le condizioni per opporci con forza ai piani imperialisti che minacciano di scatenare in futuro nuove guerre, che saranno i popoli a pagare sulla loro pelle.

 

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