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Quanto inquina Internet?

Non fa fumo, ma non è detto che non inquini. Al di là dell’impatto che hanno i supporti materiali che consentono la lettura dei dati digitali (di cui parleremo in un prossimo articolo) la stessa circolazione dei dati produce inquinamento, sebbene ciò contraddica il senso comune legato alla visione green con cui la rivoluzione informatica è stata accompagnata con l’avvento del nuovo millennio.

Secondo le stime più recenti nel 2018 la tecnologia digitale ha generato da sola il 4% delle emissioni globali di CO2. Una cifra che è triplicata nell’ultimo decennio e che soprattutto è destinata ad aumentare. Con l’incremento dell’informatizzazione nei paesi in via di sviluppo diversi studi stimano che il consumo di energia per internet aumenterà del 60% entro il 2020, e la quota di CO2 emessa raggiungerà il 14% del totale tra appena vent’anni. Per capire di che numeri stiamo parlando, se Internet fosse uno Stato sovrano, già oggi sarebbe il sesto consumatore di energia del mondo. L’intero comparto dei trasporti a livello mondiale produce in modo stabile il 20% delle emissioni di CO2, quota che sarà avvicinata a metà secolo dall’ITC. Il settore aereo, quello in proporzione più inquinante nei trasporti, nel 2018 ha prodotto circa il 2% delle emissioni globali, ossia la metà di internet.

Dietro l’apparenza della dematerializzazione dei beni, si nascondono in realtà diverse e nuove forme di materialità, che hanno un proprio impatto ambientale. La circolazione di quelli che noi percepiamo come dati immateriali è in realtà un insieme di input elettrici, che viaggiano attraverso una districata rete di cavi e infrastrutture fisiche interconnesse, vengono archiviati in server, necessitano di strumenti per essere realizzati, visualizzati e scaricati. Per funzionare tutto ciò ha bisogno di energia, al pari di ogni altra forma di spostamento materiale. Solo che non si vede, e quindi inconsciamente siamo portati a pensare che non esista, o meglio non costituisca un qualcosa di materiale e quindi non abbia impatto sull’ambiente.

Ogni click su internet ha un impatto ambientale. Una mail produce circa 4 grammi di CO2, che possono arrivare anche a 50 in caso di allegati pesanti, praticamente l’impatto di una lampadina accesa tutto il giorno. In media ogni 8 mail inviate si genera un inquinamento pari a 1 km percorso in auto. Un’azienda di cento dipendenti in un anno arriva a produrre circa 13 tonnellate di CO2, quanto tredici voli tra Parigi e New York.

Stesso dicasi per le ricerche on line.  È stato stimato che una ricerca su Google produce circa 10 grammi di anidride carbonica. Dal momento che Google elabora circa 47.000 richieste al secondo, il motore di ricerca produce circa 500 kg di Co2 al minuto, che diventano rispettivamente 30.000 all’ora, 720.000 al giorno per un totale di circa 268.800 tonnellate in un anno.

Tutti i dati hanno quindi bisogno di energia per spostarsi, ma anche e soprattutto per essere conservati. Una parte importante dell’impatto energetico connesso con il settore informatico deriva dall’utilizzo dei server per la conservazione dei dati. Questi, oltre all’energia necessaria per alimentarsi 24 ore su 24, necessitano anche di imponenti sistemi di raffreddamento che a loro volta necessitano di energia elettrica. Nel 2012 un’inchiesta del New York Times mise all’indice lo spreco energetico realizzato dai grandi colossi del web che impiegavano circa il 90% dell’energia non per elaborazioni dei dati ma per mantenere attivi i server.

Da allora, per ridurre l’impatto–  e anche soprattutto per abbattere i costi necessari, perché la bolletta corre – i grandi monopoli informatici hanno escogitato varie soluzioni. Facebook ha spostato alcuni dei server nel nord della Svezia, circa cento chilometri a sud del circolo polare artico, mentre Microsoft li ha inabissati nel Mar della Scozia, Apple ha invece incrementato la quota di solare come approvvigionamento.

La quota maggiore di consumo energetico spetta ovviamente a chi occupa maggior spazio in termini di archiviazione e traffico. Parliamo ovviamente delle piattaforme di video in streaming, che generano da soli circa l’80% del traffico di dati internet a livello mondiale. Un’ora di visualizzazione di video produce lo stesso inquinamento prodotto dall’utilizzo di un frigorifero per un anno. Secondo le stime nel 2018 la visualizzazione di video in streaming ha prodotto 306 milioni di tonnellate di CO2, più o meno il totale delle emissioni complessive che nello stesso anno è stato prodotto dalla Spagna, mentre lo streaming di piattaforme come Netflix e Amazon Prime Video genererebbe da solo emissioni equivalenti a quelle del Cile.

Inchiesta a parte, e dai risultati interessantissimi, è stata condotta per il settore musicale. Uno studio congiunto delle università di Glasgow e Oslo ha analizzato l’impatto ambientale dell’industria discografica statunitense. La plastica prodotta dal settore discografico negli USA è crollato passando dai 61 milioni di chilogrammi prodotti del 2000 ad appena 8 milioni nel 2016. Tuttavia, le emissioni di gas serra generate sono aumentate, proprio in considerazione dell’impatto generato dai consumi informatici, passando da 136 milioni di chilogrammi del 1988 ai 157 nel 2000 fino a 350 milioni del 2016. Di fatto l’impatto ambientale dell’epoca di vinili e cassette era inferiore a quella dei cd, e poi dei file in rete.

Un aspetto poco considerato alla parallela trasformazione della modalità di fruizione della merce finale, divenuta sempre di più elemento destinato al consumo individuale. Allo stesso tempo la riduzione dei costi di produzione rende i beni che viaggiano oggi su internet più accessibili, meno costosi, e più facilmente fruibili di un tempo. Lo strumento tecnologico interagisce quindi dialetticamente con le tendenze sociali e culturali in atto, aumentando a sua volta l’impatto ambientale del tutto.

È un po’ come andare tutti in automobile con un solo passeggero a bordo. Alla fine si inquina di più. Così l’aver sostituito al consumo collettivo di beni quello individuale produce lo stesso effetto. Si prenda il caso di film e serie tv. L’impatto di una proiezione cinematografica in una sala da decine di spettatori è inferiore all’impatto che deriva dalla somma della visualizzazione individuale del film in streaming visualizzato o scaricato dai singoli utenti sul web.

I grandi colossi informatici, Apple, Google, Amazon in testa, coscienti anche dell’impatto pubblicitario negativo, stanno investendo per ridurre la loro quota di emissioni e ricorrere a fonti rinnovabili. Figurano nella parte alta della classifica del capitalismo green, classifiche che non tengono conto però di quanto viene calcolato come consumo individuale degli utenti e che è strutturalmente connesso con la circolazione dei dati informatici, limitandosi a registrare quello di stretta competenza delle aziende. Singolarmente dunque le imprese potranno dire di essere green, ma l’insieme del sistema che generano e determinano è tutt’altro che sostenibile per l’ambiente.

Quindi non crediamo alle favole. Sebbene in modo diverso e meno visibile internet inquina.

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