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Parasite, la critica sociale che trionfa agli Oscar

*di Enrico Bilardo

La notte degli Oscar come ogni anno è arrivata e non si può dire di certo che siano mancate le sorprese. Oltre al prevedibile riconoscimento come migliore attore a Joaquin Phoenix, per la sua magistrale interpretazione in “Joker”, la serata ha avuto un protagonista assoluto: “Parasite” di Bong Joon-Ho, capace di portarsi a casa ben quattro statuette, tra cui quella di “miglior film”, diventando la prima pellicola non in lingua inglese a riuscirci. Un risultato sorprendente, specie date le caratteristiche del film. Ne avevamo già parlato in un articolo privo di spoiler qualche tempo fa, notando lo spessore delle tematiche e degli aspetti più puramente cinematografici di un film passato sostanzialmente sotto traccia in Italia. A qualche mese dalla sua pubblicazione e con un riconoscimento ormai di portata globale è importante riflettere più approfonditamente sulle suggestioni di carattere politico e sociale che emergono da questa pellicola, ma che possono essere difficili da riconoscere senza l’adeguata attenzione.

Per fare ciò ovviamente all’interno di questo articolo saranno presenti SPOILER, quindi è consigliato a chi non avesse visto il film di non andare avanti con la lettura.

La premessa fondamentale è quella che emerge anche dal precedente articolo: Parasite non è un film che ha la pretesa di fare politica. Si limita alla descrizione della società, con le sue impalcature, le sue dinamiche, le sue contraddizioni. Nel fare ciò, oltre a riuscire nella difficile impresa di divertire, intrattenere, emozionare e far riflettere, fa emergere degli spunti e delle considerazioni fortemente politiche sulla società in cui viviamo, essendo questa caratterizzata dal conflitto di classe come emerge dalla pellicola.

La storia ruota attorno alle vicende di due famiglie: la famiglia Kim, poverissima, costretta a vivere in un seminterrato nell’estrema periferia di Seul e la ricchissima famiglia Park, che vive una vita piena di agi all’interno di una villa localizzata nei quartieri più benestanti della capitale sudcoreana. L’incipit già di per sé ci mette davanti alla realtà della società della Corea del Sud, caratterizzata da un capitalismo predatorio e da una fortissima polarizzazione della ricchezza in costante crescita negli ultimi anni. Una diseguaglianza che si riflette anche nell’ambito dell’istruzione, con enormi barriere all’accesso di carattere economico.

All’inizio del film, infatti, Min-hyuk, ricco migliore amico del protagonista Ki-woo, offre a quest’ultimo la possibilità di sostituirlo come insegnante di inglese della giovane figlia dei Park. Tuttavia, Ki-Woo non possiede un titolo universitario, non potendosi permettere gli studi. Per far fronte a tale situazione e poter lavorare presso la famiglia Park il giovane è costretto a falsificare, con l’aiuto della sorella, un diploma che possa legittimare le sue conoscenze. L’offerta di Min-hyuk è accompagnata dal dono di una pietra appartenuta al nonno, dal fortissimo valore simbolico. Il sasso diventa una vera e propria ossessione per Ki-Woo. Una sorta di oggetto in grado di farlo sentire parte di un mondo per lui lontano e immaginifico: quello dell’alta borghesia. In lui crea enorme stupore e meraviglia a partire da meccanismi subconsci: rappresenta un oggetto di per sé inutile, totalmente superfluo e quindi estremamente lontano, anche nell’immaginario, dal mondo di chi quotidianamente fa enorme fatica a garantirsi il necessario. Restare attaccato a quella pietra diventa un modo per Ki-Woo di illudersi di appartenere, anche in minima parte, a un mondo fantastico che non è il suo. Non a caso si aggrappa compulsivamente alla pietra quando la realtà comincia a infrangere i sogni e il distacco dall’oggetto avviene in maniera potentemente simbolica nel momento in cui vengono meno le illusioni.

Con l’avanzare della trama tutta la famiglia Kim riesce a farsi assumere dalla famiglia Park, talmente inebriata da una vita fatta di lusso e frivolezze da non accorgersi minimamente di ciò che accade all’interno della propria casa. Viene rappresentato come la ricchezza porti i Park a muoversi quasi su una dimensione altra rispetto ai Kim. Un elemento esplicitato dal ripetersi di affermazioni assurde da parte del signor Park, che a più riprese afferma a chiare lettere di sentire puzza quando è in vicinanza di persone povere, incluso il signor Kim. La rappresentazione di una borghesia che si sente ontologicamente differente rispetto a coloro che sfrutta, considerati costantemente come una merce da trattare esclusivamente su un piano economico. Emblematica è a tal proposito la frase “consideralo parte del tuo lavoro”, che il signor Park rivolge al signor Kim per convincerlo a fare cose da quest’ultimo poco apprezzate. Una frase che rivela la vera natura della borghesia: non credulona e dai modi innocenti e gentili, ma calcolatrice e riproduttrice di un sistema basato su dominati e dominanti. Alla luce di ciò appare perfetta la scelta di usare questa frase come innesco della detonazione irrazionale del signor Kim alla fine del film.

Nel corso del film emerge un’altra tematica fondamentale: quella della lotta tra poveri che favorisce gli oppressori. Per favorire l’assunzione della madre, infatti, Ki-woo e gli altri Kim si ingegnano per far licenziare la precedente domestica. Solo in seguito si scoprirà che il marito di questa vive in maniera disumana e surreale nello stanzino dei Park, da lui venerati in maniera pressoché fanatica nonostante questi ne ignorino l’esistenza stessa e disprezzino tutto ciò che incarna. Questa lotta, che viene rappresentata giustamente in maniera totalmente folle, irrazionale e devastante, porta all’accelerazione drammatica della vicenda. Ki-woo esce dall’illusione, capisce l’impossibilità di pianificare un futuro migliore in una società come quella in cui vive e ne esce distrutto. I poveri arrivano a uccidersi tra di loro, pur di restare aggrappati a quelle briciole che cadono dal vertice della piramide presieduta dai Park.

La conclusione esprime e riassume tutto il senso del film, con il suo brutale e drammatico realismo. Vi è la sistematica distruzione dell’illusione dell’ascesa sociale. Gli oppressi possono desiderare con tutte le loro forze di vivere la condizione dell’alta borghesia, ricorrere a qualsiasi stratagemma e qualsiasi nefandezza per riuscirci, alla fin fine è tutto inutile. Possono sentirsi parte di quel mondo per qualche fugace, temporaneo e illusorio momento. Ponendosi come obiettivo di diventare come chi li opprime o di sostituire gli oppressori, contribuiscono solamente a riprodurre, legittimare e alimentare quello stesso sistema di oppressione che quotidianamente li fa vivere in condizioni drammatiche. Non ci può essere un riscatto o un’alternativa di carattere individuale: la via d’uscita è la rottura delle dinamiche che creano una stratificazione inconciliabile.

Alla luce di queste considerazioni non si può che ribadire come il film Bong Joon-Ho sia un capolavoro assoluto, che unisce riflessione, intrattenimento e altissima cinematografia. Un film da guardare con attenzione, sia per divertirsi, sia per cogliere la sottile descrizione di dinamiche e situazioni che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi e che non sono tollerabili. Una pellicola che è stata giustamente pluri-premiata nonostante un successo commerciale indubbiamente inferiore rispetto a molti altri concorrenti. Un trionfo piacevolmente inaspettato. Viene il sospetto che dalle parti dell’Academy, al netto dell’apprezzamento cinematografico, forse non abbiano capito il film fino in fondo….

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