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«Chiudere i porti alla guerra». La protesta dei portuali di Genova contro le armi saudite

Dai lavoratori portuali di Genova arriva un segnale importante di lotta di classe. Ieri si è tenuta nel porto di Genova la protesta lanciata dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp), che ha visto l’adesione dei sindacati Usb e Si Cobas e diverse sigle politiche. I lavoratori hanno protestato contro l’arrivo nel porto di Genova della nave saudita “Bahri Yanbu”, ormai nota per il trasporto di armamenti utilizzati nella guerra in Yemen, paese teatro della peggiore crisi umanitaria esistente oggi al mondo, in cui l’esercito saudita sta compiendo una vera e propria strage. I portuali hanno bloccato il varco Etiopia, dove era previsto l’attacco della nave, che questa volta avrebbe dovuto effettuare nel porto di Genova operazioni di carico e scarico riguardanti materiale esclusivamente civile.

Quest’ultimo fatto non ha frenato la protesta dei lavoratori, ed è anzi proprio una conseguenza delle proteste analoghe dell’ultimo anno. Nel maggio 2019, infatti, gli stessi lavoratori portuali di Genova avevano scioperato, rifiutando di caricare sulla Bahri Yanbu materiale di natura militare destinato alle operazioni saudite. È grazie a questo precedente se ieri era previsto scarico e carico di soli materiali civili. Alla fine, spiegano i delegati del Calp sono stati imbarcati «due trattori, cinque camion senza rimorchio e un ampio tonnellaggio di lingotti di alluminio». Chi ha messo piede sulla nave, tuttavia, ha potuto vedere chiaramente le armi trasportate nei container di coperta.

Singolare la condotta della CGIL, che non ha aderito alla protesta e ha glissato sull’appello del Calp di convocare uno sciopero cittadino contro la guerra, preferendo ricorrere al dialogo con il prefetto Carmen Perrotta. Quest’ultima ha riportato la posizione del Governo italiano: la legge 185/90, che disciplina il transito delle armi in italia (e le cui disposizioni avrebbero potuto impedire l’attracco della nave), non è applicabile alla Bahri Yanbu, perché l’intervento saudita in Yemen è formalmente “legittimo” essendo stato richiesto dal governo yemenita di Hadi, fantoccio saudita de facto deposto nel 2015, ma tutt’oggi riconosciuto dalla comunità internazionale. Una risposta che dimostra che anche il diritto può essere piegato agli interessi del capitale, e che la via del compromesso e della conciliazione alla fine porta alla sconfitta.

La guerra è da sempre uno dei temi che ha fatto da spartiacque nel movimento operaio. La nascita del movimento comunista e la rottura con la socialdemocrazia si consumarono anche e soprattutto per il tradimento di quest’ultima e la sua adesione ai progetti di guerra dei padroni. Il primo decreto del governo rivoluzionario in Russia, nel 1917, fu il decreto sulla pace, accolto da un coro di accuse da parte di tutto il resto dello schieramento politico che accusava i bolscevichi di aver “tradito la patria”.

In un’Italia che aumenta le spese militari, che aumenta la propria presenza militare nel Mediterraneo Orientale per difendere gli interessi dell’Eni, che tutt’oggi è il secondo paese dopo gli USA nell’occupazione dell’Iraq, l’avanzare delle parole d’ordine contro la guerra in alcuni settori della classe operaia è un fatto positivo e da salutare con entusiasmo. I lavoratori portuali di Genova danno una grande lezione a tutto il paese, ricordandoci che la classe operaia può e deve giocare un ruolo fondamentale nell’opposizione ai piani di guerra del capitale.

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