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In fabbrica a 19 anni: «noi metalmeccanici trattati come animali»

Marco – nome di fantasia – è un operaio metalmeccanico di 19 anni con un contratto a tempo determinato di sei mesi, ottenuto tramite un’agenzia interinale (a cui deve versare una parte dello stipendio) e non rinnovabile. Lavora in una fabbrica a Campi Bisenzio, sei anni fa si è trasferito a Firenze provenendo da un paese dell’Est Europa. Sono proprio i lavoratori come lui quelli più esposti oggi ai rischi di contagio, giovani lavoratori a tempo determinato obbligati a lavorare, senza diminuzione dell’orario di lavoro. Ha accettato di lasciarci la sua testimonianza sotto anonimato.

Negli stessi giorni delle conferenze stampa del governo in cui si chiedeva di restare a casa, la preoccupazione del padrone è stata solamente una. Organizzare gli straordinari, riempire il magazzino a qualsiasi costo. Il costo in questione è la nostra salute, la mia e quella dei miei compagni di lavoro in fabbrica”.

Questo è il clima che si respira in fabbrica, dove la retorica del governo si scontra con la realtà dei fatti. I lavoratori, come in altri casi, per tutelare la propria salute e quella della propria famiglia sono stati costretti a ricorrere alle ferie e a tutti gli strumenti ancora a loro disposizione. Chi non ha potuto beneficiare di quegli strumenti o, ancor peggio, chi ha riposto la propria fiducia nell’accordo sindacale tenutosi il 12 marzo, nella vaga convinzione che avrebbe soddisfatto i dubbi e le incertezze (che tutt’ora persistono) è rimasto a lavoro. E sono la maggioranza.

Avevo pensato di rimanere a casa per due settimane, ma se perdo il lavoro sono nella merda”, questo è il ricatto principale al quale sono costretti i lavoratori. Il ricatto è doppio per chi ha una famiglia da mantenere, “per loro è ovviamente più difficile sottrarsi a questo ricatto, sono costretti ad accettare l’esposizione al virus in silenzio, e magari tornare a casa accendere la televisione e ascoltare l’ipocrisia del governo a reti unificate sull’unità nazionale e sull’importanza di restare a casa”.

Le misure adottate sono completamente superflue, rasentano l’inutilità. Pur rispettando le misure di sicurezza e lavandosi ripetutamente le mani con l’amuchina annacquata offerta dall’azienda, vi sono momenti della giornata lavorativa in cui tali misure vengono violate: durante la pausa pranzo, nel momento in cui si timbra il cartellino, alla fine del turno. Ci trattano come animali… per loro siamo solo le macchine che portano il profitto.”

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