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«Turni da 10 ore e nessuna sicurezza». Il racconto di un corriere in appalto per Amazon

Dallo scorso 10 marzo le misure per evitare il propagarsi del covid_19 sono diventate ancora più strette e ferree, sono state chiuse scuole di ogni grado, musei, ristoranti, pub, è stato incentivato lo smart working e sono stati chiusi tutti i servizi ritenuti non essenziali. Però come abbiamo già osservato con precedenti articoli il concetto di “servizio essenziale” sembra mutare significato quando si va a scontrare con gli interessi di grandi aziende, e così vediamo che call center dove non vengono rispettate le misure di sicurezza sono rimasti aperti e nelle strade ogni via vai sembra cessato, tranne quello dei riders e dei lavoratori della logistica. Proprio su quest’ultimo settore vogliamo concentrarci in questo articolo.

Il decreto del Consiglio dei Ministri lasciava aperta la possibilità della vendita on-line e quindi della consegna a domicilio senza far discrimine su quali articoli fossero essenziali o meno. In questo scenario vediamo che uno dei leader mondiali nella vendita online come Amazon non ha ritenuto necessario diminuire la produzione o come minimo adottare quelle misure che avrebbero garantito, durante questa emergenza sanitaria, la sicurezza dei propri lavoratori dato che assumere tali misure avrebbe comportato una contrazione dei profitti. Così abbiamo assistito a scene sempre più disarmanti, lavoratori nei magazzini senza alcun livello di sicurezza hanno continuato a lavorare a ritmi sempre più incessanti, corrieri che entrano in contatto con migliaia di persone e a cui non vengono fornite le giuste protezioni, e tutto ciò semplicemente nel nome del profitto.

In questa condizione si trovano i corrieri Amazon, che per lo più lavorano per aziende che gestiscono appalti riguardanti la consegna dei prodotti. Riportiamo qui la testimonianza di un giovane lavoratore, che chiameremo Simone, impiegato presso una s.r.l. di circa 200/300 dipendenti che gestisce una parte dell’appalto delle consegne per Amazon su Roma.

Marco, come la maggior parte dei lavoratori impiegati in questo settore, che vede occupati anche genitori con famiglia, va avanti con contratti a tre o sei mesi senza alcuna sicurezza che a fine periodo questi vengano rinnovati.

All’indomani del dcdm del 10 marzo l’azienda ha continuato la sua attività come se nulla fosse e senza adottare alcuna misura di sicurezza, così martedì 11 quattordici corrieri si sono rifiutati di partire con le consegne, a meno che non fossero stati forniti guanti e mascherine. Come risposta l’azienda ha lasciato a casa per più di una settimana questi lavoratori. Ha deciso di attuare un’opera di mobbing invece di prendere sanzioni ufficiali dato che ciò avrebbe rischiato di far intervenire il sindacato”. Gli chiediamo se Amazon abbia preso delle posizioni ufficiali su misure da adottare: “ Amazon non ha fatto arrivare nessuna comunicazione riguardo misure di sicurezza da attivare, soprattutto a noi che non siamo suoi diretti dipendenti ma dipendiamo da un’azienda che gestisce un appalto, quello che ci viene detto è semplicemente di cercare di evitare i contatti diretti con i clienti, quindi lasciando i pacchi negli ascensori o fuori dalle porte di casa”  e prosegue “ è più una misura di tutela verso il cliente, che verso i lavoratori, più per far vedere che l’azienda tiene alla salute dei clienti”.

Alla domanda se l’azienda abbia adottato qualche misura ci dice che “ad oggi ogni corriere ha a disposizione una mascherina da chirurgo, che però sappiamo bene essere fondamentalmente inutile, e un paio di guanti di lattice, che si rompono dopo poco e con turni da dieci ore non forniscono alcuna protezione. I camion vengono utilizzati da più corrieri nell’arco della giornata ma non vengono igienizzati, siamo noi che dobbiamo pensare a farlo con prodotti personali. Da pochi giorni per entrare in magazzino e prendere i prodotti dobbiamo stare in fila, entrare non più di venti alla volta e rispettare il metro di distanza (misure adottate anche in seguito allo stato di agitazione nei magazzini, ndr)”.

 Chi appartiene a fasce più sensibili, come padri e madri con figli piccoli o con anziani a carico, se insiste e porta delle motivazioni “ convincenti” è esonerato dal lavorare come corriere, non so bene in che forma avvenga tutto ciò dato che neanche su questo sono uscite direttive ben precise dall’azienda”. Così continua la nostra fonte, che si lascia poi andare a una considerazione personale: “È assurdo che noi stiamo tutto il giorno in giro, durante quella che è a tutti gli effetti una pandemia e un’emergenza non solo a livello nazionale, per consegnare beni di dubbia necessità e non veniamo neanche tutelati, non ci si preoccupa di quella che è la nostra salute, non ci si ferma un giorno per riorganizzare i luoghi e il modo in cui lavoriamo, non si rallentano i ritmi di lavoro, non si interrompe la distribuzione di alcuni beni evidentemente non essenziali e tutto questo in nome di un guadagno che non può e non deve diminuire. Dall’azienda ci arrivano messaggi motivazionali, in cui ci ricordano quanto è essenziale quello che facciamo e che la popolazione ci è riconoscente per il servizio che forniamo, che siamo necessari durante questa emergenza”.

Quello che sembra chiaro è che coloro che più saranno grati a chi continua ad essere sfruttato e a lavorare senza le misure di sicurezze necessarie sono soltanto gli imprenditori delle grandi aziende di e-commerce e consegna domicilio, che oggi persino da una situazione di emergenza nazionale hanno potuto ricavare profitti sempre più alti a spese dei lavoratori.

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