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Lotta politica e lotta militare nella Resistenza

L’articolo che segue è l’introduzione redatta da Pietro Secchia per la pubblicazione di una serie di documenti delle Brigate Garibaldi e del Corpo Volontari della Libertà, edita recentemente in “Il libretto rosso della Resistenza”, a cura di Cristiano Armati per RedStar Press, Roma 2012. Testo che ci sentiamo di consigliare a chiunque voglia approfondire una conoscenza diretta della lotta partigiana.

di Pietro Secchia

Durante i vent’anni e più trascorsi dalla Liberazione ad oggi, migliaia di volumi sono stati scritti sulla Resistenza e sulla guerra partigiana: saggi, memorie, diari, antologie ed opere di carattere storico generale. Ma poco o nulla sotto l’aspetto tecnico-militare. Eppure anche la guerriglia, la lotta armata dei partigiani, dei giovani “Gappisti“, unitamente alla lotta politica degli operai della fabbriche, del Fronte della Gioventù, degli intellettuali nelle città, dei braccianti e dei contadini nelle campagne ( sabotaggi, scioperi, manifestazioni di strada, azioni contro le deportazioni, contro le requisizioni e gli ammassi del grano, ecc., ecc.) fanno parte della storia della Resistenza che è stata contemporaneamente lotta politica e lotta militare.

Sempre vi fu, nel corso della Resistenza, una stretta combinazione tra lotta politica e lotta armata ed è da questa combinazione tra le guerriglia e le lotte di massa che il movimento assunse un’ampiezza sempre più vasta sino ad arrivare all’insurrezione nazionale. All’inizio fu assai difficile fare accettare da tutte le correnti antifasciste, una parte delle quali era orientata piuttosto ad una resistenza passiva, la necessità della guerriglia e della lotta armata per arrivare all’insurrezione popolare contro l’invasore. Solo i fatti imposero a tutti i patrioti antifascisti il riconoscimento che , in quella situazione, la lotta politica non avrebbe avuto un risultato vittorioso se non fosse stata accompagnata e strettamente coniugata alla lotta militare. Ma non fu sufficiente affermare e fare accettare la necessità della lotta armata, fu altresì necessario elaborarne le forme, i modi e la tattica.

È abbastanza diffusa l’opinione che la guerriglia e la lotta armata partigiana siano dei sottoprodotti dell’arte militare e come tali non meritino uno studio particolare. Si riconosce che generalmente i partigiani erano uomini coraggiosi, ma si ritiene che le loro azioni siano sempre state per lo più improvvisate, abbandonate all’audacia, senza alcuno studio e senza una preparazione di carattere militare. La realtà fu assai diversa. Che all’inizio vi sia stata inesperienza e improvvisazione è vero, poiché la Resistenza, come ogni altra organizzazione umana ai suoi inizi, per il suo stesso carattere non aveva formazioni e strutture pronte nelle quali delle uomini andassero a inserirsi. Non si trattava di rispondere ad una chiamata alle armi, per essere inquadrati in un esercito già organizzato, armato, esperimentato, con i suoi quadri già selezionati, usciti dalle scuole di guerra e dalle accademie militari.

“Partimmo dal principio – ha scritto Luigi Longo in “Sulla via dell’insurrezione nazionale” ( Cultura Sociale, 1954, Roma) – che il moto si prova camminando, che la lotta la si elabora combattendo. Ci opponemmo acerbamente all’illusione di poter preparare nel gran segreto l’esercito della liberazione, da tirar fuori solo all’ora X, per la grande battaglia. Sostenemmo con il più grande rigore la necessità della lotta immediata da condursi con tutti i mezzi a disposizione e in ogni modo possibile, come condizione per ogni suo ulteriore sviluppo. Raccomandammo la più grande audacia e la massima spregiudicatezza nell’azione.” I partigiani, i volontari del CLN non avevano soltanto ardire e audacia, dimostrarono di saper apprendere e di saper agire in modo fortemente organizzato, con piani e obiettivi precisi. Le azioni meglio riuscite sono state quelle preparate e organizzate con criteri militari, anche se non secondo le norme regolamentari ed i vecchi schemi delle scuole di guerra.

Ma non si partiva dal nulla. Vi era l’insegnamento dei classici del marxismo che avevano studiato l’esperienza della lotta del popolo nella rivoluzione francese, dei guerrilleros spagnoli, dei russi contro l’invasione napoleonica, della Comune di Parigi, delle rivoluzioni russe ed anche l’insegnamento che veniva da particolari aspetti delle guerre del Risorgimento italiano. Carlo Marx commentando la disfatta dei Piemontesi a Novara del 29 marzo 1849 aveva scritto: “I Piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistare l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può fare fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato […] ma la sollevazione in massa, la guerra rivoluzionaria, l’insurrezione generale del popolo sono mezzi di fronte ai quali la monarchia indietreggia. Sono mezzi che solo la repubblica adopera, il 1793 ne ha dato la prova. Sono mezzi il cui impiego implica il terrore rivoluzionario, e quando si è visto un monarca disposto a questo? […] Ma che cosa diciamo mai! Guerra rivoluzionaria, insurrezioni di massa e terrore sono cose che la monarchia non accetterà mai. Concluderà che la pace col suo peggior nemico dello stesso rango piuttosto che allearsi col popolo.” (“Neue Rheinische Zeitung”, n. 261. 1° aprile 1849).

Dopo Marx ed Engels, Lenin aveva avuto occasione di sottolineare più volte, in diverse fasi del movimento rivoluzionario in Russia, dal 1905 al 1917, l’importanza della lotta armata e della lotta partigiana. “consideriamo l’arte militare. Nessun socialdemocratico che conosca almeno un poco la storia, che abbia imparato qualcosa da Engels, grande conoscitore di quest’arte, ha dubitato mai dell’enorme importanza delle cognizioni militari, dell’enorme importanza della tecnica militare e dell’organizzazione militare come strumento di cui le masse popolari si servono per risolvere i grandi conflitti storici.” (Lenin, “Proletarii”, n. 7, 10 luglio 1905). Infine vi erano le esperienze più vicine, quella della guerra popolare e delle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica spagnola e quella dei popoli d’Europa, specialmente dell’Unione Sovietica, della Jugoslavia, della Polonia, dei partigiani e dei F.T.P. francesi che ci avevano preceduti nella lotta contro il nazifascismo.

La guerra partigiana non sfugge alle leggi dell’arte e della scienza militare che, con applicazione peculiare, valgono per essa come per ogni operazione degli eserciti regolari. Anche, superfluo ripeterlo, il carattere specifico delle operazioni e della guerra partigiana è profondamente diverso da quello di un esercito regolare. In primo luogo nella guerra partigiana non vi è tra i belligeranti una linea di fronte determinata. (I partigiani italiani agivano in territorio occupato dai tedeschi). Amici e nemici, da una parte e dall’altra, non sono separati in due campi contrapposti da una linea di trincee e di reticolati che segni il territorio degli uni e degli altri. In secondo luogo i partigiani, specialmente all’inizio della loro guerra, non possiedono delle formazioni già esperimentate ed approntate alle esigenze della guerra moderna. L’esercito partigiano si forma, si arma e si rafforza nel corso stesso della lotta e in concomitanza con lo svilupparsi delle larghe azioni di massa dei lavoratori delle città e delle campagne. In terzo luogo le formazioni partigiane non dispongono di basi di operazioni, di retrovie, di accantonamenti stabili, ma vivono spostandosi continuamente e con l’aiuto delle popolazioni. Di conseguenza la condizione essenziale per il loro successo è la solidità dei loro legami con la popolazione ed in particolare con gli operai, i contadini e i lavoratori. “I partigiani sono nel paese come i pesci nel fiume. Il fiume può vivere senza pesci, ma i pesci?”. Ecco perché è necessario che la lotta partigiana, la guerriglia, sia strettamente collegata con la lotta politica, corrisponda alla situazione, alle condizioni, agli interessi, al grado di sviluppo del movimento delle larghe masse dei lavoratori e sia da esse appoggiata. In quarto luogo l’esperienza dimostrò che la situazione delle forze armate, delle cricche reazionarie alleate all’invasore, si modifica sensibilmente nel corso stesso della guerra partigiana, della lotta di liberazione nazionale. La loro coesione, il loro valore combattivo diminuisce sempre più, i casi di disobbedienza di ribellione e di passaggio nel campo partigiano aumentano col divampare della lotta verso l’insurrezione nazionale. Infine i partigiani all’inizio della lotta dispongono di poche armi e difettano altresì di pratica nel loro maneggio, specie di quelle automatiche e pesanti: mitragliatrici, mortai, ecc. per contro i partigiani possiedono qualità combattive considerevoli e preziose che danno loro notevoli vantaggi sulle forze reazionarie e ciò per la coscienza della giusta causa per la quale combattono, per l’interesse vitale che hanno nella vittoria dell’insurrezione nazionale, per il loro legame permanente con le lotte della masse lavoratrici e per l’appoggio che ricevono dal popolo.

Ben lungi dal voler esporre dei princìpi tattici e strategici della lotta armata, che non può essere ridotta ad un unico schema e che durante la Resistenza, come in altre epoche, si sviluppò in forme diverse da paese a paese in base alle peculiari situazioni sociali ed ambientali, ed anche secondo “i momenti”, ci limitiamo a riassumere alcuni concetti che sgorgano dagli stessi documenti qui raccolti.

Dal punto di vista tattico la guerra partigiana è una forma di lotta prevalentemente offensiva, anche quando si propone degli scopi e degli obiettivi nettamente difensivi. La guerriglia partigiana, di regola, non viene condotta con azioni di larghe masse di combattenti anche quando l’ambiente e le circostanze particolare favoriscono il concentramento in un dato punto di numerose unità. Essa consiste quasi sempre in un gran numero di azioni sporadiche, se prese isolatamente, le quali però non sono fini a se stesse ma si propongono di favorire direttamente o indirettamente le operazioni di un esercito, il proprio o quello alleato, dal quale viene l’azione determinante e con quale impegnerà la battaglia decisiva contro il nemico. Le caratteristiche essenziali della tattica partigiana, lo hanno ripetuto i maestri del secolo scorso e del nostro, consistono nel non avere una linea di fronte rigida, nell’evitare di condurre operazioni di grande ampiezza e di grande durata, nel non accettare le operazioni imposte dal nemico, nell’evitarle quanto più possibile. La guerra partigiana, in una parola, è quella che si risolve non sui grandi campi di battaglia e nella contrapposizione di grandi masse unite e compatte, ma con tutta una serie di azioni audaci condotte da piccoli nuclei. La forza delle unità partigiane non risiede nella difensiva, ma negli attacchi audaci e di sorpresa. I partigiani non sono abbastanza forti militarmente per difendersi in una guerra di posizione, essi devono sempre e dappertutto cercare di manovrare, assestando un colpo rapido e duro nel momento e sul punto in cui meno se l’aspetta, indi devono ritirarsi rapidamente e rifiutare di impegnarsi in un combattimento decisivo se le circostanze e i rapporti di forza sul punto dato non sono ad essi favorevoli, allo scopo di prepararsi per portare l’attacco su un altro punto.

Questi ed altri insegnamenti che venivano dai più grandi rivoluzionari e dai più esperti maestri della guerra partigiana da Marx ad Engels, a Lenin a Mao Tse Dun furono di prezioso e di incalcolabile valore. Anche in Italia avevamo avuto, sia pure con i loro limiti e diversa statura, sin dai primi anni del secolo scorso da Carlo Bianco di Saint Jorioz a Giuseppe Mazzini i primi teorici ed in Garibaldi il leggendario condottiero della guerra per bande. Insegnamenti che per quanto preziosi erano però patrimonio di pochi, la letteratura della lotta per bande, della guerriglia, era pressoché sconosciuta dalle masse popolari e da gran parte dei partigiani, dei combattenti della Resistenza italiana. Il contributo maggiore e decisivo venne dall’esempio, dall’azione dei partigiani di quei paesi che ci avevano preceduti, in alcuni dei quali come in Spagna e in Francia i garibaldini e gli antifascisti italiani avevano partecipato in prima linea e fatto le loro prime esperienze. Di fronte alla spregiudicatezza e all’audacia delle forme di azione dei G.A.P e dei partigiani ci si accusò, e non solo da parte dei fascisti e dei tedeschi, di “banditismo”. Non ce ne curammo; più volte, ai suoi tempi, Garibaldi era stato gratificato di questo stesso titolo. Ad altri che facevano il conto del dare e dell’avere per ogni azione di guerriglia, delle perdite nostre spesso gravi e crudeli, dimostrammo che il loro conto era sbagliato. Non si trattava di confrontare le perdite da una parte e dall’altra al termine di ogni azione partigiana o “gappista”, ma di calcolare le difficoltà ogni giorno crescenti per il nemico (e in tutto il territorio da esso occupato) costretto a distogliere delle forze sempre più consistenti dal fronte per proteggere le sue retrovie, le sue basi, i suoi collegamenti, le vie di comunicazione. Da questo punto di vista non era difficile dimostrare che ogni azione anche di pochi uomini, di piccoli nuclei di partigiani era altamente redditizia e dal punto di vista politico e da quello militare. Si ripeteva quello che era già accaduto più di un secolo prima (1808-1812) in Spagna e in Russia. “Non erano – dice l’abate di Pradt – né le battaglie, né gli scontri ad esaurire le forze francesi, ma le incessanti molestie provocate da un nemico invisibile, che se in seguito, spariva nella massa del popolo, dal seno della quale riappariva immediatamente dopo con forze rinnovate. Il leone della favola tormentato a morte da una zanzara dà una fedele rappresentazione dell’esercito francese.” ( C. Marx – F. Engles, “New York Daily Tribune”, 30 ottobre 1854). La guerriglia alimentata e appoggiata dalle lotte popolari, con i suoi successi dava a sua volta impulso a quelle lotte di massa e partigiane che allargandosi sempre più impetuosamente sarebbero sfociate nell’insurrezione nazionale.

La guerra partigiana assunse in Italia una così grande ampiezza proprio perché fu, sin dal primo giorno, accompagnata, alimentata, sostenuta dalle centinaia e centinaia di scioperi, dal sabotaggio della produzione bellica nelle fabbriche, dall’azione dei “Gappisti” nelle città e dalle rivolte dei contadini nei villaggi. Senza i grandi scioperi nei centri industriali, senza l’azione dei contadini e delle masse popolari, l’avanguardia eroica dei combattenti sarebbe rimasta isolata, i distaccamenti partigiani, non si sarebbero moltiplicati e trasformati in brigate e poi in divisioni. La guerra partigiana ebbe in Italia carattere diverso che in altri paesi d’Europa, non soltanto per la particolare situazione politico-sociale (un paese occupato dallo straniero e oppresso da vent’anni di tirannia fascista) ma anche per le diverse condizioni dell’ambiente, del “terreno” per usare una parola del gergo militare. Basta pensare ai grandi centri industriali italiani, alla loro ubicazione, alle numerose linee ferroviarie e stradali che collegano rapidamente i più importanti centri del nostro paese, ai numerosi valichi facilmente raggiungibili, anche da autocolonne e dai carri armati per comprendere come la guerra partigiana che si combatteva in Italia fosse diversa per molti aspetti ad esempio da quella della Jugoslavia. Qui il territorio ricco di montagne e di foreste al centro stesso del paese, privo di importanti agglomerati industriali, con scarse vie di comunicazioni, senza parlare del contrasto tra diverse nazionalità ed i gruppi etnici e di altri elementi politico-sociali, favorirono il successo di determinate forme della guerra partigiana. Fu possibile ad esempio in Jugoslavia creare delle aperte “zone libere”, dei territori liberati definitivamente o per lunghi periodi.

I pochi documenti qui raccolti per la pubblicazione (anche le direttive di carattere tecnico-militare fanno parte della storia della nostra Guerra di Liberazione ed aiutano a comprenderla) elaborati dal Comando generale del C. V. L. e dal Comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi e anche dagli stessi comandi periferici, sono sufficienti a dimostrare che la guerra partigiana del 1943-1945 sia stata animata sì dagli ideali di indipendenza, di libertà, di rinnovamento politico e sociale, sia stata resa possibile e sorretta dalle lotte unitarie delle masse lavoratrici organizzate attorno ai C. L. N. e ai Comitati di agitazione, ma sia anche stata condotta con la lotta armata e con le regole della guerriglia e dell’arte militare. Poiché la fede, il coraggio e il valore da soli non bastano. Non basta voler battere il nemico, occorre anche saperlo battere. Gli arditi “Gappisti”, i comandanti, i quadri partigiani non si improvvisano, come non possono improvvisarsi le condizioni della lotta, e nemmeno può improvvisarsi artificiere o sabotatore ognuno che lo voglia. Si tratta di azioni che necessitano studio e istruzione, anche se non sono certo sufficienti i manuali e le direttive scritte. I più valorosi comandanti e combattenti delle formazioni G.A.P. e partigiane erano degli studiosi e dei tecnici che accomunavano all’audacia grande senso di responsabilità. Garibaldini e comunisti che seppero dimostrare con l’intelletto e con l’esempio di saper condurre da maestri la guerriglia e la lotta armata nel momento in cui era necessario condurla, quando le condizioni esigevano la combinazione tra lotta politica e lotta armata e che quest’ultima fosse portata in primo piano con la massima decisione. Per citarne solo alcuni: da Ilio Barontini, perito tecnico, leggendaria figura di combattente garibaldino in ben quattro guerre di liberazione in continenti diversi, capo di S.M. della XII Brigata Garibaldi in Spagna , organizzatore e dirigente dei F.T.P. in Francia e dei G.A.P. in Italia, comandante del C.U.M.E.R. che voleva istruire, controllare, verificare ogni base, ogni laboratorio, uomini e armi, alla medaglia d’oro Giorgio Labò, architetto e studioso di valore , a Gianfranco Mattei, scienziato e professore di chimica analitica, ambedue artificieri e dirigenti dei laboratori “G.A.P.” di Roma, a Dante di Nanni l’operaio specializzato torinese che sbalordì amici e nemici per le sue imprese tanto ardimentose quanto intelligenti, a Giacomo Buranello, studente di ingegneria, comandante dei G.A.P. di Firenze, tutti e tre meccanici specializzati. Sinigaglia aveva fatto le sue esperienze in Spagna insieme a Giovanni Pesce, il valoroso comandante dei G.A.P. di Milano e di Torino, anch’egli, come gli altri citati, decorato di medaglia d’oro. Centinaia sono quelli che dovremmo nominare, da Lanciotto Ballerini a Aligi Barducci, a Silvio Bonfante, a Felice Cascione, a Silvio Corbari, a Vincenzo Gigante, a Vittorio Mallozzi, a Giovanni Martini, a Gino Menconi, a Piero Pajetta, ad Aldo Salvetti, senza parlare degli ufficiali che provenivano dalle scuole militari e dalle esperienze della guerra: erano tutti giovani operai e tecnici qualificati, studenti, intellettuali uniti nell’azione, nel sacrificio, negli ideali.

La lotta armata della Resistenza in Italia e negli altri paesi andò sviluppandosi con successo nel corso della seconda guerra mondiale in concomitanza con lo sviluppo ed il successo delle operazioni militari degli eserciti alleati e delle lotte delle masse lavoratrici, ma anche sulla base dello studio, della conoscenza, della somma di esperienze individuali che hanno, via via, preso forma collettiva. La Resistenza ha avuto un carattere ed una portata internazionale non soltanto perché negli anni 1940-1945 gli uomini civili amanti della libertà, della pace, dell’indipendenza, gli uomini di ogni razza, colore, lingua, religione si levarono in piedi nella lotta contro il nazismo e contro il fascismo. Ma soprattutto per il fatto che essa diede possente impulso alla lotta antimperialista di liberazione dal colonialismo e dall’oppressione del grande capitale. Il fascismo era infatti la dittatura dei gruppi più reazionari del capitale finanziario, dei grandi gruppi monopolistici che opprimono i lavoratori nei paesi capilisticamente sviluppati e in quelli sottoposti ancora a regimi schiavistici, coloniali o semi coloniali. Quegli stessi gruppi monopolistici che oggi si illudono di poter rimettere in catene popoli che hanno conquistato la loro indipendenza e la loro volontà- non v’è dubbio che dalla lotta partigiana, dalla Resistenza europea e internazionale degli anni 1940-1945 partì nuovo impulso al diffondersi nel mondo di quegli ideali di lotta dei popoli oppressi per la conquista dell’indipendenza, delle libertà democratiche e per il socialismo. Dall’Asia, all’Africa, all’America latina il movimento rivoluzionario di liberazione è andato sviluppandosi, assestando via via, possenti colpi all’imperialismo e a quello americano in primo luogo che è alla testa della reazione e di tutte le aggressioni. La stessa eroica lotta del popolo vietnamita, che non ha precedenti nella storia della Resistenza di alcun paese d’Europa e che suscita ammirazione e solidarietà in tutto il mondo, ha senza dubbio ricevuto possente impulso dall’esempio e dagli insegnamenti leninisti della Rivoluzione d’Ottobre e un sensibile contributo dalla stessa Resistenza europea. Si possono ritrovare anche nel recente saggio teorico e politico di Le Duan, il segretario del partito dei lavoratori del Vietnam del Nord, nella loro essenza fondamentale gli stessi principi politici e militari che hanno guidato le lotte di liberazione dei popoli negli anni 1940-45. “La rivoluzione d’agosto – ha scritto Le Duan – come le rivoluzioni popolari degli altri paesi, ha insegnato ai rivoluzionari sudvietnamiti che ogni rivoluzione di carattere largamente popolare deve impegnare nello stesso tempo forze politiche e forze militari, deve utilizzare insieme la lotta politica e la lotta armata per conseguire la vittoria.” Su questo concetto egli ritorna insistentemente nel suo saggio, quello di combinare strettamente le forme dell’azione clandestina con quelle dell’azione legale, della lotta politica e della lotta armata per conseguire la vittoria.” Su questo concetto egli ritorna insistentemente nel suo saggio, quello della necessità di combinare strettamente le forme dell’azione clandestina con quelle dell’azione legale, della lotta politica e della lotta armata che “fino ad oggi costituisce la forma fondamentale della violenza rivoluzionaria del Sud- Vietnamita, forma che risulta la più adatta per opporsi al neocolonialismo.” (Le Duan, “Avanti sotto la gloriosa bandiera della Rivoluzione d’Ottobre”, Edizioni in lingua estera, Hanoi, 1957). Sono concetti che già si trovano in molti documenti della Resistenza italiana ed europea a che i giovani di oggi apprendono leggendo gli scritti di Mao Tse Dun, di Giap, di Fidel Castro, di Che Guevara, di Cabral. Perché la guerriglia combattuta in Italia e in Europa nel 1943-1945 è cosa ormai lontana. Ma anche da noi in Europa, allora la lotta armata e la lotta politica non erano ristrette in uno schema valido per ogni paese e si svilupparono in forme diverse. Ma ovunque la base per il successo della guerriglia stava nell’appoggio da parte del proletariato e delle forze popolari.

Ecco perché scrivere la storia della Guerra di Liberazione in Italia significa cogliere gli aspetti politici e ideali di quella lotta, coglierne lo slancio, i limiti ed il significato complessivo (il che è stato fatto abbastanza largamente nel ventennio trascorso) ma anche dare il posto che le spetta e il giusto rilievo alla parte militare, alla stretta combinazione che vi fu tra guerriglia e lotta politica, tra lotta di massa e lotta partigiana.

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