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Il complottismo è il socialismo degli imbecilli

di Paolo Spena

Una famosa massima attribuita a Lenin definiva così l’antisemitismo. Il socialismo degli imbecilli, perché i padroni si sforzavano di fomentarlo per deviare l’odio delle classi popolari contro un falso nemico, assolvendo le responsabilità dei capitalisti. È una funzione molto simile a quella svolta da certe teorie della cospirazione che oggi, all’alba della crisi economica causata dalla pandemia, per la prima volta escono dal mondo virtuale e si legano in modo diretto agli interessi di determinati settori del capitale.

I cortei di Londra e Berlino, le piazze di Pappalardo in Italia, le dichiarazioni volutamente ambigue o provocatorie di un’ampia rosa di leader politici che vanno da Sgarbi (che nel Comune di cui è sindaco annuncia la multa per chi indossa la mascherina “senza necessità”) a Trump e Bolsonaro, hanno in comune tra loro proprio la natura degli interessi che le orientano.

L’aperto sostegno che i convegni No Vax o dei negazionisti del Covid-19 ricevono da esponenti delle principali forze politiche del Paese non è un dato da poco. Quando politici come Matteo Salvini partecipano a un convegno di gente che nega o minimizza l’entità della pandemia, non lo fanno perché sono stupidi o ingenui, ma per lanciare un messaggio chiaro. E i destinatari di questo messaggio sono innanzitutto i grandi industriali, gli stessi del #BergamoIsRunning pochi giorni prima del lockdown, e in secondo luogo la piccola e media impresa minacciata dalla crisi. Il messaggio è “siamo con voi”, sempre e comunque. Siamo con voi più di quelli che governano oggi, puntate su di noi perché siamo disposti anche a sostenere l’assurdo pur di mettere i vostri profitti al primo posto.

Per capire a chi servono oggi le teorie del complotto è utile rinfrescare la memoria, ripensando ai primi giorni di lockdown in Italia. In quei giorni i vertici di Confindustria protestavano, minimizzavano, spiegavano che l’economia deve girare, la produzione non si può fermare. Le pressioni degli industriali hanno contribuito a ritardare di 2 settimane la chiusura (parziale, tra l’altro) dei settori non essenziali, e sin dal primo giorno si sono quotidianamente lagnati chiedendo la riapertura. Mentre a Bergamo l’esercito portava via le salme con i camion, i padroni ammettevano candidamente di essere disposti ad accettare migliaia di morti in più, pur di non vedere diminuire i loro profitti. In quelle settimane Confindustria ha registrato il suo momento di maggiore impopolarità dinanzi all’opinione pubblica dell’intero Paese, come non avveniva da decenni, e in un modo che neanche gli appelli all’unità nazionale erano riusciti a scalfire fino in fondo.

Oggi le teorie del complotto servono esattamente a evitare questo, costruendo quel consenso che non ci fu nei primi mesi di pandemia. E infatti vengono ampiamente spalleggiate da certi media e da una parte dei partiti borghesi legati all’area sovranista, da personaggi pubblici e dello spettacolo, che cercano di trasformare in una sorta di “vox populi” l’interesse di quei pochissimi che erano disposti a sacrificare la vita di migliaia di persone per i loro profitti. Cercano di esorcizzare lo spettro di un nuovo lockdown in caso di una ricaduta del virus in autunno, di preparare il terreno affinché se questo si verificasse si risponda con misure sanitarie più leggere che mettano al centro non la salute pubblica, ma il profitto di pochissimi.

L’utile idiota di questa operazione è oggi quella piccola borghesia che Gramsci apostrofava come il “popolo delle scimmie”. Hanno la schiuma alla bocca, perché se i grandi industriali rischiano perdere milioni di fatturato, loro rischiano di chiudere bottega o di essere assorbiti dai grandi monopoli. Hanno da perdere molto più loro che i grandi capitalisti, e quindi insorgono nei modi più scomposti e grotteschi contro “l’informazione mainstream” che diffonderebbe il panico da pandemia, e puntano il dito contro il complotto del Covid ordito dai poteri forti e dalle potenze estere per schiacciare la piccola produzione nazionale. E in questa spirale di delirio oscurantista precipitano oggi anche i settori più arretrati delle masse popolari, dei lavoratori e proletari che in assenza di coscienza e organizzazione vengono inevitabilmente trascinati alla coda dei movimenti reazionari della piccola borghesia.

Quello che avviene in questi mesi imporrebbe una riflessione seria sull’impatto nella società delle teorie del complotto. La falsa informazione, le false notizie, la propaganda menzognera sono cose sempre esistite, si pensi a quanto pesarono nella costruzione del consenso hitleriano in Germania i “protocolli dei savi di Sion” (una teoria della cospirazione ante litteram, prodotta anni prima dalle autorità zariste in Russia). Ma certo il “complottismo” moderno è un fenomeno sui generis, che affonda le radici nella comunicazione di massa, nella diffusione di Internet.

Un fenomeno che trova spesso terreno fertile nella scarsa coscienza di classe dovuta alla debolezza del movimento operaio organizzato, cioè di chi dovrebbe indicare i veri nemici contro cui combattere. Quando manca questo, quando non si riesce più a individuare il padrone nella infinita rete finanziaria delle partecipazioni aziendali, la critica al potere borghese viene rimossa e lascia spazio ad altro. Qualcuno ricorderà la teoria del complotto sul signoraggio bancario, ricostruzione grottesca e inesatta della vera oppressione di classe che sta nello sfruttamento capitalistico. O ancora, le teorie sugli Illuminati e il nuovo ordine mondiale, una versione ultra-semplicistica e fantasiosa del potere dei grandi monopoli finanziari che trasla la percezione del nemico verso figure indistinte e indefinibili, magari individuando alcuni capitalisti di spicco (Soros…) col risultato di assolvere la classe borghese nel suo complesso. Le teorie del complotto non puntano il dito contro l’ingiustizia strutturale del sistema nel suo complesso, ma contro presunti comportamenti degenerati, oscuri e segreti di qualche entità che manipola tutto ciò che accade nella società. Quando si ha a che fare con la scienza, si arriva a mettere in discussione il metodo scientifico e la scienza in quanto tali, e non il loro asservimento a logiche di profitto e interessi privati. E così si diventa i migliori alleati di questo sistema.

Nelle versioni più ridicole, dai rettiliani ai terrapiattisti che non a caso vengono sovraesposti e resi noti da trasmissioni televisive in prima serata, le teorie della cospirazione si prestano a un’operazione ideologica sottile: la riduzione di ogni voce critica al complottismo, che apre alla possibilità di ridicolizzare a priori ogni forma di critica della realtà sociale esistente. Quando passa l’idea che chi lotta contro questo sistema è per definizione un complottista, allora diventa complottista dire che le guerre in Medio Oriente vengono fatte per il petrolio e non per esportare la democrazia. Diventa complottista dire che un movimento come il Fridays for Future, che certo mobilita milioni di giovani in totale buona fede e sulla base di un sentimento giustissimo, non nasce dal nulla, ma viene costruito e utilizzato da ampi settori del grande capitale che hanno tutto l’interesse nel promuovere un certo tipo di ristrutturazione dell’attuale modello di produzione e distribuzione di merci su scala sovranazionale. Diventa complottista chiunque metta in discussione un certo tipo di informazione svelando gli interessi di classe che orientano il modo in cui certe notizie vengono riportate, o persino costruite. Diventa complottista dire senza peli sulla lingua che gli interessi dei capitalisti sono in contrasto con quelli dei lavoratori e delle classi popolari. Nel caso italiano di oggi, la conseguenza più immediata è che, per reazione istintiva alla deriva di chi nega la scienza e il buon senso, si finisca a sostenere tutte le politiche del Governo. Anche in questo caso, i complottisti si rivelano utilissimi alla tenuta complessiva del sistema, tutt’altro che una minaccia reale al potere dei padroni.

Già l’insieme di queste considerazioni dovrebbe bastare a convincerci che non va sottovalutato l’impatto che questo fenomeno può avere su una classe operaia frammentata e disorganizzata, e ancor meno possiamo permetterci di farlo nel momento in cui alcune teorie si saldano a interessi di classe che sono ben chiari e definiti. Vale per chi è disposto a sostenere che il Covid sia un complotto pur di non dover chiudere di nuovo la propria azienda, ma non solo. Quando si crea una saldatura ideologica di questo tipo, tutto fa brodo. I No Vax diventano utilissimi per far passare l’idea che la salute non sia un diritto e che anzi il vero diritto sia quello di rinunciare ad avervi accesso, e che quindi tutto sommato i tagli alla sanità non sono così terribili. Le teorie del complotto sulle reti 5G spuntano fuori, non a caso, nel contesto di un durissimo scontro che vede contrapposti i grandi monopoli della tecnologia e delle comunicazioni, dal momento che a fornire le tecnologie necessarie per le nuove reti saranno grandi multinazionali cinesi.

Proprio quest’ultima questione citata ci mette in guardia, ricordandoci che l’acuirsi dello scontro inter-imperialista, della competizione tra i grandi monopoli, e tra questi ultimi e i settori minori della borghesia, produce un meccanismo di propaganda incrociata tra le diverse fazioni delle classi dominanti, in cui la prima a morire – come in ogni guerra, che si spari o meno – è sempre la verità. E a pagarne il prezzo sono i lavoratori, che in assenza della capacità di liberarsi dalla falsa coscienza costruita dal nemico, si ritrovano trascinati alla coda di altri interessi. Nostro compito di comunisti è invertire questa tendenza, rompere con questo meccanismo, costruire le premesse affinché i lavoratori possano elaborare la propria visione del mondo e lottare per i propri interessi di classe in modo coerente.

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