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Morire suicida in carcere a 23 anni

di Alessandro Tosolini

Il giovedì della scorsa settimana Chaka Ouattara, ragazzo maliano di 23 anni, è stato trovato morto nella sua cella in un carcere a Verona. Outtara era uno dei quattro arrestati dopo la rivolta nell’ex caserma Serena, dove pochi mesi fa era esplosa una protesta quando la struttura, adibita all’accoglienza dei richiedenti asilo e gestita da una cooperativa, si era tramutata in un focolaio covid. Eventi che, come se ce ne fosse bisogno, evidenziarono ancora lo status dell’accoglienza in Italia: in questa caserma vivevano ammassati in un ambiente malsano e in spazi ristretti almeno 300 migranti. E la situazione pandemica, con l’isolamento e la fine dei rapporti lavorativi dei migranti, non ha fatto che aggravare la situazione: l’ex caserma si è poi dimostrata una bomba sanitaria di difficile gestione.

Sono questi i fatti che fanno da sfondo alla rivolta, tramite sequestro degli operatori sanitari giunti sul luogo: un grido di disperazione per cercare di farsi ascoltare. Le rivolte nelle carceri e nei centri di accoglienza, di cui questa è solo una delle tante, rivelano da mesi l’incapacità del governo, così come di molte giunte regionali e comuni amministrati dalla destra, di offrire una reale prevenzione del contagio: ci si limita a lasciare immigrati e carcerati in totale balia del virus, così come per tutelare i profitti dei padroni si espongono i lavoratori al contagio.

A queste problematiche il Governo PD-M5S-LEU ha saputo offrire solo vuote declamazioni, per poi invece mostrarsi solerte nella repressione. La stessa cosa si può dire dell’opposizione di destra: abbastanza esemplare è il caso del leader della Lega, Matteo Salvini, il quale aveva approfittato dell’accaduto nella ex-caserma per le sue solite sparate sul blocco dell’immigrazione, “dimenticando” di essere uno dei principali responsabili della situazione, avendo tagliato i fondi già ridotti del sistema di accoglienza.

Lo Stato non ha saputo offrire altra via che la repressione: Ouattara era uno dei quattro “capi” della rivolta tradotti in carcere con l’accusa di saccheggio e sequestro di persona. La pena che scontava è stata durissima, con un pesante regime di isolamento. Il messaggio era chiaro: bisogna sopportare e soffrire in silenzio la propria condizione, chiunque provi ad alzare la testa sarà punito. È lo Stato borghese quindi che porta la responsabilità della morte di Ouattara, così come quella di moltissime altre morti simili.

La terribile sorte del giovane non è il semplice gesto disperato di un folle o, ancora peggio, come farnetica la stampa borghese e di destra, il suicidio di “facinoroso violento”[1]. La sua sorte è quella di tutti coloro che, schiacciati dalla repressione e dell’autoritarismo di questo sistema, non riescono più a “respirare”.

[1]tps://www.trevisotoday.it/cronaca/suicidio-chaka-ouattara-carcere-verona-novembre-2020.html

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