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“A babbo morto”, una storia di sfruttamento

di Riccardo Polimeni

Se c’è un autore che ha rilanciato il fumetto come lettura popolare questo è sicuramente Zerocalcare, non tanto per i prezzi dei volumi i quali ovviamente si aggirano sul livello di altri titoli dello stesso spessore, quanto per i temi e i richiami politici contemporanei. Il merito principale dell’attività di Michele Rech (suo vero nome) è quello di essere rimasto fedele alle idee di resistenza e lotta al fianco della classe lavoratrice e di molte categorie, anche di fronte ad un successo nazionale capace di oltrepassare i confini della nona arte e di estendere il suo universo narrativo a pieno titolo nella cultura popolare dell’attuale decennio. Le sue opere sono permeate dall’impegno militante che lo contraddistingue, avvalorato dalla capacità di permettere nel lettore una totale immersione e che descrive i drammi e le caratteristiche di chi vive i quartieri popolari, le fabbriche e della gioventù con un realismo privo di stereotipi e luoghi comuni stucchevoli.

In una sua recente intervista rilasciata all’Espresso, giornale che lo racconta come “il narratore più influente della sua generazione”, ribadiva come la notorietà non muterà le posizioni che lo hanno contraddistinto nei primi dieci anni della sua carriera. A dirla tutta la prova di questa coerenza poteva essere registrata già prima, in occasione della pubblicazione del suo ultimo volume “A Babbo Morto, Una storia di Natale”.

L’albo edito Bao Publishing non è altro che un enorme magistrale metafora dei drammi lavorativi e sociali del nostro tempo, il tutto narrato attraverso gli occhi di esseri che, se esistessero, entrerebbero a pieno titolo tra le categorie peggio sfruttate e sottopagate: gli elfi del villaggio di Babbo Natale, situato al Polo Nord.

Babbo Natale non è altro che un padrone, il magnate della Klauss Inc, e la storia prende il via col suo decesso. A rendergli omaggio ci sono tutti i rappresentanti delle altre festività, vip e capi di stato e naturalmente i giornalisti sono pronti a raccogliere lacrime, frasi che valorizzino l’operato del vecchio, elogi e simili. Dietro però lo sfarzo dell’elite in “lutto” il dubbio consuma i folletti impiegati nell’enorme stabilimento situato ai confini del mondo e, a causa della disastrosa gestione dei figli di Babbo Natale, vengono da subito annunciati numerosi licenziamenti, parte dunque il lungo e sanguinoso sciopero dei costruttori di giocattoli.

L’escalation che Zerocalcare sceglie di tessere da questo punto della trama è pregno di riferimenti ad alcuni eclatanti fatti storici, tra cui i fatti del G8 di Genova tramite l’uccisione di uno degli elfi in corteo, e presenta in maniera chiara ed evidente le dinamiche tipiche degli scontri con le forze dell’ordine, della difesa delle poche garanzie sul lavoro rimaste, dell’uso strumentale dei media in favore della classe borghese e della repressione e l’occultamento di assassinii e violenze nei confronti dei manifestanti. Se poi sono gli stessi folletti affamati a reagire ed organizzarsi, ignorarli non basta più e gli ideologi in televisione si lanciano in sproloqui sulla correttezza di alcune posizioni di chi combatte e la parallela condanna alla modalità di protesta, tentando quindi di disintegrare la loro resistenza. Quest’ultimo elemento ricorda molto il recente accanimento mediatico nei confronti delle proteste sorte in diverse parti d’Italia contro il mancato supporto economico del governo in periodo pandemico.

Non manca neppure la ricostruzione, anche qui in chiave metaforica, della precaria condizione dei riders, figli di un sistema che si affida in maniera sempre più incessante al delivery e alla consegna diretta a casa e ossatura mal pagata di una macchina che genera ricchezza immensa ai grandi signori della spedizione, essi infatti vedranno la loro incarnazione fumettistica nelle befane, combattive come lo sono stati i loro corrispettivi in molte occasioni da quando esistono. Se i negazionisti hanno goduto di un’attenzione ingiustificata e permessi di piazza, senza controlli o restrizioni, possiamo affermare l’esatto opposto per i riders del resto.

In pochissime pagine, a metà tra un libro di favole natalizie ed un fumetto effettivo, vengono proposti e rilanciati, dandoli in pasto ad una grande mole di ragazzi e appassionati, un fiume d’informazioni in cui il significato della lotta di classe è lampante. L’esercito industriale di riserva pronto a rimpiazzare le riders/befane e concepito per annullare l’organizzazione generata dalla coscienza delle colleghe precedenti, l’omicidio strumentale di un bambino con un “regalo-bomba” al fine di screditare i folletti, l’emigrazione di questi verso l’Europa e la complessa integrazione in un quadro puramente ostile, sono tutti temi e sfaccettature che tantissimi scrittori, autori e opinionisti si astengono dal trattare e quando questo avviene le ricostruzioni dettate sono edulcorate con punti di vista ed accezioni liberali, condite da improponibili ipotesi di conciliazione tra sfruttati e sfruttatori (con conseguente conquista di terreno da parte dei secondi) e volutamente prive di tutti quei dati che farebbero emergere il dramma dei licenziamenti, dei soprusi e della repressione armata.

Proprio il fumettista, sempre in un trafiletto dell’intervista sopracitata, ragiona di tali ideologi allineati con gli interessi padronali:

  • Su quali veicoli viaggia il conformismo?
  • Io direi: la classe intellettuale. Un circolo di persone che si conoscono, si recensiscono i libri a vicenda, ma che non danno un contributo all’avanzamento del dibattito pubblico. A me manca qualcuno che dia una lettura dei fatti con un’angolazione diversa, non la vedo mai, o quasi […] in questo Paese puoi parlare delle cose solo se prima hai fatto abiure e condanne, solo se prima hai rassicurato sullo status quo. Questo è uno dei motivi per cui è stato bloccato il cambiamento.

Il grande risultato ottenuto da Zerocalcare, in questi anni di attività sta nel concepire il fumetto come megafono delle lotte di chi non trova riscontro negli organi di informazione e la cui voce è costantemente silenziata tra colpi di manganello e disinteresse di istituzioni e giornali. D’altronde ci sta dimostrando come l’arte possa e vada elaborata in quanto veicolo del progresso e delle idee rivoluzionarie, come rappresentazione  della realtà senza appiattimenti, una posizione che si scontra contro la recente tendenza borghese che vorrebbe l’arte in forma “apolitica”, un semplice orpello per pochi che con essa vorrebbero adornare presunte conoscenze, favorendo così indirettamente lo status quo e privando il popolo di un mezzo efficace e quindi, ipocritamente, concependola in funzione reazionaria e politica. Se tanti grandi maestri del passato e del presente hanno accompagnato le lotte con dipinti, musica e poesie, Zerocalcare le sta promuovendo col fumetto.

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