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Amazon e piccole imprese: è davvero uno scontro frontale?

di Giacomo Canetta

In questi mesi si è parlato spesso di Amazon, il colosso americano di proprietà di Jeff Bezos. Molti hanno fatto notare come i grossi monopoli dell’e-commerce hanno visto crescere enormemente le proprie vendite ed i propri profitti durante l’ultimo anno. Tutto ciò mentre povertá e disoccupazione, portati dalla odierna crisi economica e sociale, crescevano altrettanto rapidamente in tutto il mondo. Questa apparente stranezza ha suscitato una giusta indignazione da parte di molti. A ciò si è aggiunto recentemente, a ridosso delle festivitá, il dibattito sullo shopping natalizio, sulla crisi del piccolo e medio commercio italiano e quindi anche sul ruolo di Amazon e degli altri colossi dell’e-commerce in tutto ciò.

Se le ragioni dell’improvvisa “fortuna” di Amazon e dell’esplosione dell’e-commerce durante la pandemia sono facilmente intuibili, la relazione tra piccole/medie imprese (PMI) e colossi come Amazon necessiterebbero di qualche riflessione in più.

L’espansione di Amazon e la sua affermazione come gigante mondiale dell’e-commerce si inseriscono nelle leggi generali che governano il capitalismo. La tendenza alla concentrazione e centralizzazione del capitale, la necessità del capitale di espandersi sempre più verso nuovi mercati, la continua ristrutturazione e riorganizzazione dei mercati, sono tutti fenomeni che interessano il commercio al dettaglio così come tutti gli altri settori della nostra economia.

La situazione odierna ci mostra ancora una volta come tutte le crisi hanno anche la funzione di accelerare ed accentuare questi processi che già agivano in precedenza: il piccolo fallisce ed è “mangiato” dal grande; certi settori calano a picco mentre altri (come l’e-commerce, appunto) prosperano; nuovi mercati vengono conquistati (in questi mesi tanti italiani sono stati “costretti” a comprare online per la prima volta).

Ma, come spesso accade, tali processi economici e sociali sono fenomeni complessi e che si sviluppano in modo dialettico. Interpretare queste leggi in modo meccanico e deterministico, così come trarne conclusioni affrettate, sarebbe un grave errore. Tant’è che molto spesso, analizzando questi processi in ottica marxista, si parla di “tendenza a …”  e si è coscienti che eventuali “controtendenze” possono essere all’opera contemporaneamente. Così come si deve essere coscienti che tali processi possano svilupparsi in modi a volte sorprendenti.

Proprio la relazione tra PMI ed Amazon è un ottimo esempio di tutto ciò. Negli anni Amazon e simili giganti hanno senza dubbio schiacciato moltissime PMI, incapaci ormai di stare al passo con la feroce competizione del mercato, con i cambiamenti portati dalle ultime tecnologie e con la “potenza di fuoco” dei grandi monopoli nei rispettivi settori. Eppure, ci sono migliaia di PMI, italiane e non, che in questi anni sono riuscite a trarre profitto dal fenomeno Amazon, o addirittura che si sono salvate grazie alle vendite online su questa piattaforma.

Un recente report di Amazon Italia ha fatto notare che sono oltre 14.000 le PMI italiane che vendono i propri prodotti tramite il portale. Queste PMI, già durante il 2019 (ben prima dell’impennata di acquisti online dovuta alla pandemia), hanno venduto grazie ad Amazon prodotti all’estero (i dati per il mercato domestico, che sarebbero necessari per sapere il totale delle vendite, non sono invece disponibili) per oltre 500 milioni di euro. Almeno 600 di queste imprese hanno superato, ciascuna, 1 milione di dollari di vendite tramite il portale. A questa attività sono collegati almeno 25mila posti di lavoro. Si può notare, quindi, come Amazon abbia negli anni sviluppato una sorta di relazione “simbiotica” con migliaia di PMI italiane, che collaborano con Amazon nel nome del profitto di entrambi (e dello sfruttamento dei lavoratori).

Se il settore dell’e-commerce è in forte crescita in Italia, la situazione risulta tuttavia ancora relativamente arretrata rispetto ad altri paesi europei. Una recente analisi del settore ha fatto emergere che “l’incidenza del valore delle vendite online sul totale delle vendite in ambito retail è cresciuto dal 6% all’8% nel 2020”: nonostante la forte crescita (+33%!) un valore assoluto ancora tutto sommato contenuto. Nella stessa analisi viene fatto notare come “le piccole e medie imprese italiane hanno un gap da colmare se comparate ai cugini europei. Solo un terzo di loro è digitalizzata e solo una su sette (di quelle con più di 10 impiegati) ha una presenza online significativa”.

Proprio per questo motivo, Amazon è attivamente impegnato nella promozione e nello sviluppo di questa sua “simbiosi” con le PMI italiane tramite diversi progetti sul territorio nazionale: “È dello scorso novembre l’annuncio del progetto “Accelera con Amazon”, per accelerare la crescita e la digitalizzazione di oltre 10.000 PMI, e, più di recente, abbiamo lanciato il Programma “Intellectual Property Accelerator”, che supporta le piccole e medie imprese lungo il percorso di registrazione del proprio marchio. Ci auguriamo che, attraverso questi strumenti, sempre più imprese possano cogliere le opportunità derivanti da un approccio multicanale e dell’e-commerce” ha affermato Mariangela Marseglia, Country manager di Amazon Italia.

Insomma, un’indagine più approfondita del fenomeno Amazon ci mostra come la concentrazione e la centralizzazione del capitale si possano sviluppare in vari modi. Non sempre tale processo prevede l’acquisizione diretta ed immediata del piccolo da parte del grande. Anzi, spesso il piccolo ed il grande stabiliscono delle relazioni di mutuo beneficio che permettono ad entrambi di fare più profitti cooperando. Il risultato è che per molti settori la realtà produttiva e di commercio sia composta oggi da una fitta e complessa rete di imprese madri, fornitrici, appaltatrici e subappaltatrici, siano esse grandi multinazionali o PMI. Amazon con i suoi 900.000 “partner indipendenti” nella sola Europa è un ottimo esempio di tale complessità.

Negli ultimi anni è tornata alla ribalta la concezione piccolo-borghese che invita a comprare italiano e a valorizzare il “made in Italy” contro le multinazionali, rilanciata dai partiti nazionalisti o comunque appartenenti al campo sovranista. Anche per questo è importante conoscere questi fenomeni e rifuggire le semplificazioni che, più che semplificare la realtà, la distorcono. Anche “made in Italy” e “compra locale” possono far rima con “multinazionale”.

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