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«Siamo lavoratori, chiediamo di essere tutelati». La voce dei riders di Napoli

La vicenda di Gianni, il rider rapinato dello scooter con cui lavorava pochi giorni fa a Napoli, ha ricordato a tutto il Paese il dramma di una realtà fatta di sfruttamento, precarietà, assenza di diritti e rischi quotidiani. Questo è quello che migliaia di lavoratori del settore del “delivery” vivono quotidianamente. Lo scorso martedì c’è stato un presidio dei riders di Napoli di fronte alla sede Rai di Viale Marconi. In quell’occasione, abbiamo raccolto le testimonianze e le dichiarazioni di cinque di loro.

 Rider 1, Uber Eats: “La cosa paradossale è che doveva accadere un fatto così grave per far accendere i riflettori sulla nostra esistenza: noi siamo tre anni che facciamo questo lavoro, sono tre anni che siamo vittime di aggressioni e di furti. Si rubano i cellulari, non si vogliono pagare le consegne, si vuole tentare di truffarci dandoci soldi falsi. Altri colleghi sono stati addirittura accoltellati per aver chiesto di essere pagati. Oltre a questo dobbiamo aver paura anche che ci rubino i motorini. Oggi a Napoli esiste il “cavallo di ritorno”: non vanno più a rubare il motorino dell’avvocato, perché sanno che se ne ricomprerebbe un altro. Io, rider verrò subito a pagare 300 euro per avere il motorino indietro.”

Rider 2, Glovo: “Non siamo tutelati in nessun modo. Io sto per strada per ben dodici ore e nessuno mi dà la possibilità di andare in bagno, sai cosa significa? Che io o mi devo fermare, perdendo consegne [e quindi soldi], per tornare a casa o mi devo mettere dietro ad un cespuglio. Non siamo riconosciuti in quanto persone per la piattaforma, non dico lavoratore ma proprio come esseri umani, non siamo classificati, siamo lo scarto dello scarto. La storia di Gianni ci ha portato alla ribalta e ha mostrato a tutti quelli che sono i rischi che affrontiamo ogni giorno.”

Rider 3, Deliveroo: “Io penso che la nostra categoria sia fondamentale in una fase come questa, se non fosse stato per noi il virus si sarebbe diffuso a macchia d’olio perché la gente sarebbe scesa a fare la spesa. Io ho portato il cibo a tantissime persone con il Covid-19, questo ha alzato il mio rischio di essere contagiato, di ammalarmi. Io ho due bimbi a casa, se non avessi messo in rischio la mia vita non avrei potuto portare da mangiare a casa. In tutto ciò, questo non è il mio lavoro principale, io sono un maitre sommelier e devo lavorare necessariamente all’estero perché qui in Italia questo lavoro non è riconosciuto, però oggi non posso far nulla e sono costretto a fare questo pur di dare a mangiare ai miei figli.”

Rider 4, Glovo: “Noi chiediamo solo di essere tutelati, di essere visti come dei lavoratori: così come viene preso in considerazione un tassista, il conducente di autobus, anche noi vorremmo essere considerati per il lavoro che facciamo. Non solo noi scendiamo la mattina e non sappiamo quanto guadagneremo essendo pagati a consegna, praticamente lavoriamo a cottimo, ma se non ci sono consegne ci tocca anche stare per strada online anche per un’ora in attesa che arrivi una notifica. Anche se faccio una consegna mi viene pagata pochissimo. Io faccio un sacco di chilometri, chi me la paga la benzina o mi aggiusta il veicolo in caso di incidenti? Chi mi paga l’assicurazione per quello che costa a Napoli?”

Rider 5, Glovo: “La nostra è una lotta che va avanti da molti mesi, praticamente dall’avvio del nuovo contratto stipulato con Ugl, un contratto fasullo attraverso il quale le piattaforme e i sindacati ci hanno preso in giro promettendoci un miglioramento delle nostre condizioni lavorative quando invece non hanno fatto altro che peggiorare. Non abbiamo ferie, non abbiamo alcun tipo di assistenza, la tariffa per ogni consegna si è abbassata rispetto al passato e non è aumentato rispetto a quanto promesso, non abbiamo alcun tipo di indennizzo in caso di malattia o bonus se magari piove o fa freddo o si lavora di notte”.

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