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Bruno Pontecorvo e il ruolo della scienza nella società

di Pietro Zgaga

“Solo l’alleanza fra i Lavoratori e gli Scienziati può porre fine alla Povertà, alle Malattie ed alla Sporcizia. Nessuna forza oscura potrà sconfiggere questa poderosa alleanza”. (Vladimir Lenin)

La fisica nucleare è sicuramente  uno dei settori di ricerca scientifica che più manifestamente hanno influenzato il corso della storia del ‘900. In particolare, la scoperta dei neutroni lenti (1934) ha reso possibile lo sfruttamento del fenomeno della fissione nucleare in due campi altamente collegati, quello energetico e quello bellico, aprendo la strada allo sviluppo delle prime e uniche bombe atomiche utilizzate in guerra: a Hiroshima e Nagasaki.

Fu un gruppo di fisici italiani a effettuare tale scoperta: i cosiddetti “ragazzi di via Panisperna”, un gruppo di giovanissimi scienziati guidati da Enrico Fermi, il quale nel 1942, fuggito in America per via delle leggi razziali italiane, guidò la costruzione del primo reattore nucleare della storia all’interno del “Progetto Manhattan”. In via Panisperna, sede del Regio Istituto di Fisica dell’Università di Roma, lavorarono numerosi scienziati che in seguito ebbero carriere brillanti. Oltre a Fermi si ricordano Edoardo Amaldi, Oscar D’Agostino, Franco Rasetti, Ettore Majorana, Emilio Segrè e Bruno Pontecorvo, ognuno dei quali ha dato contributi fondamentali alla propria disciplina negli anni a venire. Tuttavia proprio il nome di Pontecorvo costituisce un’eccezione all’interno della lista.

Nato da una famiglia ebraica laica, al tempo della scoperta dei neutroni lenti ha solo 21 anni: da qui deriva il soprannome “cucciolo” affibbiatogli da Fermi. Nel 1936 vince una borsa di studio che lo porta a Parigi, a collaborare con Fréderic e Irène Joliot-Curie, su ulteriori esperimenti di fisica nucleare. Ed è proprio a Parigi che il giovane Bruno si avvicina alla politica, grazie alla frequentazione di suo cugino Emilio Sereni, dirigente del PCI in esilio, anch’egli a Parigi in quegli anni.

Nel 1940, con l’ombra del nazismo che si andava ormai diffondendo in tutta Europa, fugge negli Stati Uniti, dove mette a punto un ingegnoso sistema di introspezione dei pozzi petroliferi. Ciononostante,la sua vicinanza agli ideali comunisti era nota agli statunitensi e pertanto non viene coinvolto nel Progetto Manhattan, ma anzi, viene seguito dai servizi segreti. Gli anni successivi lo vedono protagonista di importanti ricerche in Canada e Regno Unito, ma il clima politico in occidente diviene presto incompatibile con le sue idee. Siamo infatti negli anni della guerra fredda, del maccartismo negli USA, della riabilitazione dei fascisti e nazisti in Italia e Germania come “anticorpi contro il comunismo”, e della repressione impietosa di tutto il movimento operaio. 

Nel 1950 accade così un fatto che scuote la comunità scientifica: Pontecorvo scompare assieme alla sua famiglia per ricomparire a Dubna, in Unione Sovietica, prestigioso polo scientifico e sede del più potente acceleratore di particelle del mondo. Le ragioni della sua fuga in URSS saranno chiare in un discorso pubblico del 1955: Pontecorvo decide di dedicarsi alla scienza in un Paese che vede la ricerca come una forza di sviluppo per il benessere della società e della pace nel mondo, in opposizione al ruolo di potenza belligerante assunto dagli USA e dal resto dell’Occidente. I Paesi socialisti non solo avevano raggiunto un grado di sviluppo tecnico-scientifico, impensabile solo pochi decenni prima, ma stavano utilizzando la conoscenza al servizio dell’uomo, per combattere malattie, analfabetismo e povertà, per liberare gli stati africani e asiatici dal giogo coloniale e migliorare le loro condizioni di vita. Questa distinzione non riguarda soltanto il passato, se si considera che Cuba, nonostante le sanzioni a cui da mezzo secolo è sottoposta, ha sviluppato un vaccino per il COVID-19 che distribuirà gratuitamente ai Paesi di America Latina e Africa, mentre l’intera Unione Europea è tenuta sotto scacco dalla multinazionale Pfizer, che sta rallentando il piano vaccinale di un intero continente per ottimizzare il proprio guadagno.

Emerge quindi il profondo significato della scelta di Bruno Pontecorvo: non semplice  convenienza politica, non un’adesione a degli ideali astratti, ma una concezione precisa della scienza, dello scienziato e del suo ruolo all’interno della società. 

In quali condizioni opera la ricerca scientifica al giorno d’oggi? Inutile dire che i dati non sono rincuoranti. Decenni di vergognosi tagli alla ricerca pubblica in Italia, così come in Unione Europea*, hanno avuto due principali effetti: la difficoltà per intere generazioni di laureati a trovare un impiego e contribuire a propria volta al progresso scientifico, e il sempre maggiore protagonismo del settore privato nella ricerca e nell’istruzione (nel 2017, la spesa pubblica per la ricerca in Italia era il 50% di quella privata). L’Unione Europea non ha alcuna intenzione di invertire questa tendenza, la sua preoccupazione è piuttosto incentivare la mobilità a nord degli studenti dai Paesi dell’Europa meridionale attraverso il progetto Erasmus: per il quinquennio 2014-2019 l’UE ha stanziato 15 miliardi di euro, una cifra circa eguale all’intero budget annuale della ricerca italiana.

Due sono i problemi fondamentali di una scienza a trazione privata. Il primo è che la ricerca privata è qualitativamente diversa rispetto a quella pubblica. In particolare, se le università pubbliche spendono il 55% per cento dei fondi in ricerca di base, nel caso del settore privato questa cifra scende vertiginosamente al 9%. E’ un fatto logico, in quanto un’impresa investirà soltanto in progetti che si riveleranno redditizi nel breve/medio periodo. Tuttavia è evidente che il progressivo definanziamento della ricerca pubblica si traduce in un restringimento folle della spesa per la ricerca socialmente più necessaria, sacrificando il futuro per garantire profitto immediato alle imprese. Va inoltre sottolineato come le aziende abbiano un ruolo anche nella ricerca svolta da enti pubblici, in quanto le università sono sempre più legate a doppio filo con il mondo dell’imprenditoria locale, che finanzia gli atenei vincolando però i fondi a progetti di proprio esclusivo interesse. 

Il secondo problema è costituito dalla struttura politica, militare ed economica all’interno della quale è incardinato il mondo della ricerca. La scienza non è apolitica, neutrale, asettica, essa vive nelle contraddizioni che la società capitalista produce e che caratterizzano il mondo attuale, e non può che esserne parte integrante. Le nuove imponenti tecniche di analisi dati non vengono utilizzate per pianificare un’economia che risponda ai bisogni della popolazione, utilizzi le risorse in maniera razionale e tuteli l’ambiente, bensì vengono impiegate dai giganti della Silicon Valley per insinuarsi nella sfera privata delle persone, venderne ogni dettaglio a governi o altre aziende e controllare i contenuti del web a cui si è esposti. Lo sviluppo di macchine elettriche non si traduce in una tecnologia che aiuti l’umanità intera a ridurre l’inquinamento atmosferico, ma diventa l’occasione per promuovere e finanziare conflitti nel terzo mondo che garantiscono metalli rari a prezzi stracciati con cui le multinazionali si assicurano profitti miliardari.  In una società , in cui la politica è strumento dei potentati economici, la scienza non diviene strumento di liberazione, ma di oppressione dei popoli.

La lotta dei comunisti non è una semplice lotta per cambiare il sistema economico, è anche una lotta per fare sì che le energie sprigionate dal lavoro e dalla conoscenza siano al servizio delle persone anziché esserne padrone.


Persino nel periodo post-pandemico 2021-2027, l’UE ha proposto di allocare 75 miliardi di euro, a fronte dei 160 richiesti dal mondo scientifico. Non è nemmeno il 50%

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