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Sulla questione meridionale nell’Italia di oggi

di Mattia Greco

Parlare delle enormi differenze tra Nord e Sud del paese, di questione meridionale, è sempre complesso perché si rischia spesso di fare della facile retorica, di riportare questioni ormai arcinote a tutti. La questione meridionale è stata sempre presente, a parole, nell’agenda politica di tutti i governi dall’unità d’Italia ad oggi. Mai nessuno, o quasi, ha negato l’esistenza di una questione meridionale ma allo stesso tempo nessun governo, dall’unità di Italia ad oggi, è mai stato in grado di colmare questo profondo gap.

Gramsci in molti dei suoi scritti poneva lo sviluppo ineguale del Meridione analizzandolo in un’ottica di classe.  “L’unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola. L’accentramento bestiale ne confuse i bisogni e le necessità, e l’effetto fu l’emigrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno nel Settentrione per trovare maggiori e più immediati utili nell’industria, e l’emigrazione degli uomini all’estero per trovare quel lavoro che veniva a mancare nel proprio paese…” [1] L’unità d’Italia non aveva colmato le differenze tra il Nord ed il Sud ma le aveva amplificate con il benestare dei ricchi agrari meridionali passati da strenui difensori dei Borboni prima a sostenitori del nuovo Stato italiano all’insegna dei Savoia.

Ma è possibile oggi affrontare la questione meridionale negli stessi termini di Gramsci? Per rispondere a questa domanda bisogna capire innanzitutto cosa intendesse Gramsci nei suoi scritti per Questione Meridionale. Il comunista sardo tratta, infatti, una questione centrale in quel periodo per il movimento operaio italiano e internazionale. Non si limita a tracciare delle formule per migliorare la condizione dei contadini meridionali, ma analizza la questione in merito al rapporto tra la classe operaia del Settentrione, che rappresentava una minoranza della forza lavoro dell’Italia post Prima guerra mondiale, e la stragrande maggioranza dei contadini, meridionali e non. Non era possibile per il proletariato, secondo Gramsci, conquistare il potere politico senza strappare la classe dei contadini dalle grinfie della reazione e quindi senza reclutare il loro appoggio alla causa della rivoluzione proletaria. Una posizione che rispecchia quella assunta dai bolscevichi prima della Rivoluzione d’Ottobre. L’intento di Gramsci era quello di porre la questione della conquista dell’egemonia da parte del proletariato sulla classe dei contadini con il fine di costruire un blocco sociale anticapitalista nella prospettiva di un rovesciamento dello stato borghese.[2]

A cento anni di distanza da quegli scritti notiamo come il capitalismo abbia trasformato quantitativamente e qualitativamente la classe contadina in Italia. All’epoca di Gramsci vi era una percentuale nettamente maggiore di popolazione dedita all’agricoltura inquadrata in forme di reclutamento della forza lavoro molto spesso simil-feudali e con contratti di mezzadria (aboliti in Italia solo negli anni ’60-’70). Oltre a questa porzione di contadini vi erano piccoli proprietari terrieri e una piccola percentuale di grandi agrari. Lo sviluppo del capitalismo ha concentrato nelle mani di poche grosse aziende e monopoli le grandi proprietà e al contempo sempre più contadini proprietari, piccoli e medi, sono completamente spariti, schiacciati dalla concorrenza. In cento anni il tasso di lavoratori salariati nell’agricoltura o di lavoratori che sono formalmente autonomi, ma che vivono, all’interno della filiera produttiva, una situazione che non si discosta in maniera sostanziale da quella dei lavoratori salariati, è cresciuto in maniera consistente così come esponenziale è stato il trasferimento di milioni di lavoratori dall’agricoltura all’industria. La stessa economia nel meridione è mutata, seguendo lo sviluppo del capitalismo, perciò non possiamo certamente affermare, come cento anni fa, che le regioni meridionali siano dedite esclusivamente alla produzione agricola.

È ovvio che in Italia esista oggi una peculiarità legata al Mezzogiorno. In un articolo di qualche tempo fa Domenico Moro evidenziava come il Sud “rappresenta una sorta di semiperiferia rispetto al Nord dell’Italia. Ma, dal momento che il peso del Centro-nord è preponderante, come Paese nel suo complesso, l’Italia appartiene al centro del sistema economico capitalistico” [3]. Anche senza fare nostri acriticamente i concetti di centro, periferia e semi-periferia delle teorie dei sistemi-mondo, il punto è che la questione meridionale nell’Italia di oggi va letta non tanto sotto la lente della teoria della questione contadina, come ai tempi di Gramsci, ma piuttosto come un problema dello sviluppo ineguale del capitalismo nel contesto italiano. Capire in che modo lo sviluppo, o meglio il sottosviluppo, meridionale condizioni determinate scelte politiche, sociali e culturali. In che misura il capitalismo, nel suo stadio più avanzato, generi un così forte squilibrio tra due aree che fanno parte dello stesso paese che si concretizza anche nella possibilità o meno di accedere agli stessi diritti.

Meridione ed emigrazione

Ritornando a Gramsci un altro punto che sottolinea nei suoi articoli è quello relativo al fenomeno dell’emigrazione che, dall’unità d’Italia in poi e in maniera sempre costante nel resto della storia del paese, si prefigurava come valvola di sfogo per alleviare le tensioni sociali che scaturivano da una profonda povertà radicata su tutto il territorio

Il tasso di emigrazione dall’unità d’Italia in poi inizia a diventare considerevole nel corso del tempo. Nel periodo tra il 1876 ed il 1915 furono oltre 14 milioni gli italiani ad espatriare all’estero. Tale fenomeno non era contrastato dallo stato che anzi considerava l’emigrazione come il metodo migliore per allontanare possibili disordini sociali, e nelle rimesse degli emigrati un’ottima soluzione per rimettere in circolo liquidità in grado di aumentare la spesa interna.

Se si analizza il periodo del secondo dopoguerra i vari governi italiani a guida DC, per diminuire la pressione demografica, incentivarono direttamente l’emigrazione. Un esempio è l’accordo italo-belga del 23 Giugno 1946 che regolava lo scambio tra i paesi nei termini di duemila lavoratori a settimana dall’Italia verso il Belgio in cambio dell’importazione di carbone.[4] L’Italia firmò nel 1946 gli accordi bilaterali, oltre che con il Belgio, anche con la Francia, un anno dopo con la Gran Bretagna, la Cecoslovacchia, la Svezia, l’Argentina; nel 1948 furono firmati gli accordi con il Lussemburgo, la Svizzera, l’Olanda, nel 1950 con il Brasile; nel 1951 con la Sarre (Saarland) e l’Australia; nel 1952 con l’Ungheria e infine nel 1955 con la Repubblica federale tedesca. Oltre alla grande emigrazione verso i paesi europei ed extraeuropei, che durerà fino agli anni ’60, nel quale il peso del meridione fu determinate, basti pensare che più dei 2/3 degli espatriati proveniva dalle regioni del Sud Italia, si delinea in maniera consistente una forte migrazione interna. Lo spostamento in massa di contadini meridionali verso le città del Settentrione oltre a cambiare fisionomia alle città, irrobustendo il processo di urbanizzazione, diventa leva fondamentale del processo di ristrutturazione aziendale e nell’aumento della produttività delle imprese. Dal 1958 al 1963 si muovono dalle regioni del Mezzogiorno oltre un milione e trecentomila persone. Dalle 69.000 nuove iscrizioni anagrafiche del 1958 nei comuni del triangolo industriale, si passa nel 1963 ad un numero quasi triplicato (183.000) fino a raggiungere le 200.000 unità l’anno successivo. Una manodopera a bassissimo costo che andava a rimpolpare le file della classe operaia contribuendo in maniera decisiva al boom economico.

I sessant’anni che dividono l’Italia del boom economico dall’Italia attuale sembrano una distanza di tempo siderale. Un arco di tempo in cui tutto è cambiato, tranne che per gli elevati tassi di emigrazione nel Mezzogiorno che rimangono immutati così come lo spopolamento progressivo, la povertà endemica e l’alto tasso di disoccupazione nelle regioni meridionali. Ogni anno gli indicatori dell’Istat fotografano uno scenario impietoso. In sessant’anni nessun governo è riuscito ad evitare questa forte emorragia di persone: si è passati da politiche clientelari di marca democristiana a politiche spot fini a sé stesse, da grossi finanziamenti, per rilanciare il settore produttivo e per costruire grandi opere pubbliche, che nella realtà dei fatti sono finiti dritti nelle tasche di pochi; per arrivare negli ultimi decenni a politiche di austerità, con l’intento di colpire i meridionali “spreconi”. Politiche che hanno avuto come unico risvolto lo smantellamento definitivo dell’ultima parvenza di stato sociale rimasto, accentuando ancora di più il gap nord-sud. A questo si somma il disastro sul piano del diritto allo studio: al sud il livello di dispersione scolastica è sensibilmente più elevato e ci sono più barriere per l’accesso al diritto allo studio derivanti da problematiche di carattere infrastrutturale e a un trasporto pubblico spesso poco accessibile e di scarsissima qualità.

Per avere un quadro quantitativo del peso di questi fenomeni, basta citare il report del 2019 dell’Istat: “Negli ultimi dieci anni sono stati circa 1 milione 140mila i movimenti in uscita dal Sud e dalle Isole verso il Centro-nord e circa 619mila quelli sulla rotta inversa. Il bilancio tra uscite ed entrate si è tradotto in una perdita netta di 521mila residenti che, in termini di popolazione, equivale alla perdita di un’intera regione come la Basilicata.”[5] L’ultimo rapporto SVIMEZ sull’economia e la società del Mezzogiorno ha il merito di fotografare lo scenario meridionale in tutti i suoi aspetti. Indicatori che smentiscono da una parte le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni, dall’altra anche le politiche assistenzialiste, in primis il reddito di cittadinanza, che se pur riconoscendone il merito di aver fornito un contributo minimo a milioni di lavoratori e disoccupati meridionali, nello stesso tempo non ha inciso nel colmare le disuguaglianze nella società, infatti i dati mostrano come il tasso di povertà sia rimasto sostanzialmente uguale agli anni precedenti all’introduzione del RDC.

Il Sud tra crisi e Covid

La pandemia da Covid-19, analizzando il rapporto Svimez, non ha reso tutti più poveri, livellando al ribasso tutti redditi, ma ha colpito principalmente le fasce sociali più basse e fragili che già prima dello scoppio della pandemia erano in crisi. Cassa integrazione e blocco dei licenziamenti hanno costituito, almeno parzialmente, un argine per i lavoratori che avevano più tutele, così non è stato per tutti quei lavoratori precari che hanno subito mancati rinnovi dei contratti a termine, mancate assunzioni. A ciò si aggiunge l’esclusione dal mercato del lavoro di giovani, disoccupati e dei lavoratori precedentemente non contrattualizzati, lavoratori e lavoratrici in nero o in grigio. Si legge infatti: “gli 840 mila posti di lavoro persi tra il secondo trimestre 2020 e lo stesso trimestre dell’anno precedente sono composti infatti per due terzi da contratti a termine e per la restante parte da lavoratori autonomi.

Questo effetto «selettivo» della crisi ha determinato un ulteriore ampliamento dei divari interni al mercato del lavoro, concentrando le perdite di occupazione tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno. L’occupazione giovanile si è ridotta nei primi due trimestri del 2020 dell’8%, più del doppio del calo totale dell’occupazione. A livello territoriale l’impatto sui giovani è stato ancora più pesante nelle regioni meridionali, già caratterizzate da bassissimi livelli di partecipazione al mercato del lavoro: 12%. E questo per effetto di una doppia penalizzazione. Da un lato ha pesato il mancato rinnovo dei contratti nel periodo del lockdown, dall’altro si sono chiuse le porte per coloro che nel 2020 sarebbero dovuti entrare nel mercato del lavoro.”[6]

La pandemia ha irrobustito una situazione che già precedentemente era precaria. Infatti, nel Mezzogiorno non vi è stata nessuna reale ripresa dalla crisi del 2008. Emblematici sono i dati rispetto all’occupazione giovanile: la media dell’UE si aggira intorno al 60%, in Italia arriva al 41% e nel sud è ferma al 29,5% (-6,3 punti rispetto al 2008 e 30 punti in meno rispetto alla media europea) mentre nel Centro-Nord si attesta al 49%. In sintesi, nel Sud, poco meno di un giovane under 35 su tre riesce a trovare lavoro. Questo vuol dire che l’unica possibilità per milioni di giovani è emigrare alla ricerca di un lavoro stabile, oppure, se si è fortunati, accontentarsi di lavorare in nero e sottopagati nella propria terra. Stessa sorte per le donne, nel 2019 solo una donna su tre era occupata, ma anche questo dato è destinato a diminuire terribilmente a causa della crisi economica generata dalla pandemia. Le donne nei fatti vengono estromesse dal mondo del lavoro a causa dello scarso sviluppo dei servizi sociali, relegandole quasi esclusivamente al lavoro casalingo e alla cura dei bambini. Nel mezzogiorno, si legge sempre nel rapporto SVIMEZ che i posti autorizzati per asili nido ed altri servizi rispetto alla popolazione di riferimento sono il 13,5% nel Mezzogiorno contro il 32% nel resto del paese. La spesa pro capite dei comuni per i servizi socio-educativi per bambini da 0 a 2 anni è pari a 1468 euro nelle regioni del Centro, a 1255 euro nel Nord-Est per poi crollare ad appena 277 euro nel Sud. A questi dati si aggiunge anche l’assenza del tempo pieno per i bambini, garantito solo al 16%, con percentuali che arrivano al 7% in Sicilia. Questo fa delle donne meridionali una componente altamente discriminata nella società provocandone non solo la loro esclusione dal mondo del lavoro, ma anche la subalternità nei confronti degli uomini. La maggior parte delle donne non lavora e deve occuparsi della casa e della famiglia, se lavora guadagna molto meno dei colleghi uomini e ha un contratto precario, pronto per non essere rinnovato in caso di gravidanze.

Negli ultimi decenni, come si accennava precedentemente, la spesa pubblica è diminuita considerevolmente nei confronti dei servizi essenziali come la sanità e l’istruzione. Istituzioni, mass media e politici hanno puntato il dito negli anni contro il Sud “sprecone” che elargiva larghi finanziamenti verso le istituzioni pubbliche favorendo però le mafie o vari gruppi di potere. Mentre si puntava il dito contro gli sprechi, non senza veli di razzismo verso i meridionali, si compiva una formidabile azione politica figlia delle peggiori idee liberiste. Si “chiudevano i rubinetti” per il pubblico, si commissariavano le istituzioni, e si iniziava a finanziare il privato. Nell’arco di pochi anni la sanità pubblica ne è uscita in ginocchio, per usare un eufemismo, mentre i privati si sono moltiplicati su tutto il territorio generando milioni di profitti e ricevendo consistenti finanziamenti pubblici, sostituendo di fatto la sanità pubblica. Se prendiamo i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), i quali rappresentano nel SSN la traduzione giuridica del principio di «eguaglianza delle opportunità», nel 2018, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i risultati, la distanza tra le regioni del Sud e quelle del Centro-Nord risulta marcata. Passando dai valori massimi di 222 punti del Veneto e 221 dell’Emilia-Romagna e i minimi di 170 di Campania e Sicilia e di appena 161 della Calabria (il minimo della scala è 160). A dir poco drammatico è, invece, lo squilibrio tra regioni italiane nelle attività di prevenzione, prestazioni generalmente offerte alla popolazione in modo del tutto gratuito, tramite campagne di screening gestite dalle Aziende Sanitarie Locali. Nel 2017, la regione con lo score peggiore, pari a 2, secondo determinati indicatori, è stata la Calabria, mentre Liguria, Veneto, Provincia Autonoma di Trento e Valle d’Aosta sono le regioni con il punteggio più alto, pari a 15.

Nel Mezzogiorno i livelli di spesa pubblica pro-capite sono più bassi che nel resto del Paese e negli anni duemila hanno mostrato un’evoluzione decisamente meno favorevole: dal 2008 al 2018 si è registrata una caduta dell’8,6% nel Mezzogiorno contro un aumento dell’1,4% nel Centro Nord. Le regioni del Mezzogiorno presentano un valore di spesa media pro capite al netto degli interessi inferiore di circa 4.000 euro se consideriamo il settore pubblico allargato e di circa 2.700 euro se ci riferiamo alla sola Pubblica Amministrazione.

Anche per quanto riguarda l’istruzione pubblica, la pandemia ha messo in risalto la criticità in cui versa tutto il sistema pubblico. Secondo diversi studi, una percentuale consistente di famiglie meridionali non possiede un pc, un tablet, ed una rete internet abbastanza performante, per poter essere raggiunti dalla DaD. Questa esclusione di massa non è attribuibile all’imprevedibilità della pandemia, come tanti ogni giorno si limitano a commentare, ma semmai è stato il colpo di grazia per la scuola pubblica e inclusiva che l’Italia si vantava di avere. L’abbandono scolastico è cresciuto in maniera esponenziale nel Mezzogiorno con lo scoppio della pandemia e sembra crescere anche nell’attuale anno scolastico. Per centinaia di migliaia di studenti meridionali la scuola non è un diritto, ma un peso economico non indifferente, non azzera le differenze di classe ma le amplifica.

Conclusioni

Per tracciare un quadro politico della situazione è necessario fare delle precisazioni preliminari. In tutto il paese negli ultimi decenni si è assistito ad una forte compressione della spesa pubblica che ha inciso profondamente nella possibilità per le classi popolari di accedere ai servizi pubblici. Lo stesso vale per il mercato del lavoro che dalla crisi del 2008 ha escluso milioni di lavoratori e di lavoratrici. Questo ha causato un impoverimento generale che è palpabile in tutto il paese. Se nel Centro-Nord questi valori sono mitigati da una presenza sul territorio di settori ancora altamente produttivi, non si può dire lo stesso per quel che riguarda il Meridione.

Il divario tra Nord e Sud è evidente, ma non deve tramutarsi in un reazionario meridionalismo che non tiene in considerazione il fatto che la borghesia meridionale, negli ultimi anni si è arricchita esattamente come quella del resto del paese, aumentando i propri profitti a danno delle classi popolari. Molti ancora oggi parlano di una continua spoliazione di risorse dal Sud verso il Nord, ma questa impostazione oltre che errata finisce per creare ancora maggiore divisione all’interno della nostra classe. Una falsa coscienza che porta a puntare il dito contro un generico Settentrione quando invece la colpa di questi processi è da imputare esclusivamente alle classi dominanti. La soluzione non potrà mai essere la “conquista dell’autonomia” del Meridione perché chi espropria le ricchezze dalle classi popolari meridionali non è il Nord, ma la borghesia, ovunque essa si collochi.

Non si può commettere questo errore politico frutto anche di una narrazione influenzata da una parte della borghesia meridionale che preme per ricevere maggiori investimenti statali (anche i rapporti Svimez sono finalizzati a ciò e propongono questa come soluzione a tutti i mali del Meridione). Smontare la retorica dello “sviluppo” è fondamentale per il movimento comunista. Lo sviluppo auspicato dalla borghesia attraverso i tanti attesi investimenti non porta con sé nessun vantaggio per le masse popolari meridionali e questo perché un piano per lo sviluppo capitalista del Mezzogiorno è finalizzato esclusivamente alla produzione di maggiori profitti sulla pelle delle classi popolari.

Molti a sinistra e nel panorama comunista pensano che, viste le situazioni di arretratezza appena descritte e la mancanza di una reale coscienza tra le masse popolari del Sud, occorra investire tutte le risorse nel lavoro mutualistico, secondo una teoria dei “piccoli passi”. Si giustifica questo con la classica frase “al Sud le masse non vogliono sentir parlare di ideologia, di comunismo, ma hanno bisogno del pane, del reddito”.  Questa impostazione teorica, che poi si riflette in una prassi sbagliata è in primo luogo figlia di una visione  in un certo senso “razzista”: è come dire che i meridionali non hanno le stesse strutture mentali degli altri e quindi rifiutano qualsiasi discorso politico generale che abbia a che fare con un cambio di prospettiva e di superamento del sistema sociale attuale; in secondo luogo opportunista perché si fa di tutto per posticipare, rimandare ad una data indefinita, l’organizzazione della nostra classe sociale, ripudiando la rivoluzione, sacrificando gli interessi fondamentali delle masse. Un’ altra visione sbagliata, che Gramsci criticava nel PSI più di cento anni fa, ma che è stata un mantra anche nel PCI dal dopoguerra in poi, figlia di un’impostazione di tipo meccanicistico, è quella di credere che solo attraverso un eventuale sviluppo industriale nel mezzogiorno, con un conseguente aumento quantitativo della classe operaia, è possibile organizzare le classi popolari meridionali. Solo in un momento successivo, con lo sviluppo di un forte capitalismo industriale, diventa realmente fattibile proporre e costruire una soluzione rivoluzionaria capace di essere compresa anche nel Mezzogiorno. È ovvio che anche qui, seppur presentata in maniera diversa, ci troviamo di fronte ad un’impostazione teorica opportunista.

È possibile allora inserirsi all’interno delle contraddizioni della società anche nel Sud Italia portando avanti una linea politica realmente rivoluzionaria? Ovvio che si. Questo non vuol dire che sia più difficile perché le masse popolari sono più “disperate” o perché non esiste una classe operaia numericamente determinante; o che sia più facile perché le condizioni oggettive della popolazione sono peggiori rispetto al resto d’Italia. Esiste un Sud che lotta ogni giorno, ma che passa in sordina o molto spesso viene volutamente oscurato dai media nazionali. Sono i disoccupati organizzati, i movimenti contro le basi Nato, i movimenti ed i comitati per la sanità pubblica, i braccianti che scioperano e lottano per salari e tutele. Bisogna dare ancora maggiore forza a queste realtà e serve far esplodere tutte le altre contraddizioni, la strada è in salita, ma non per questo non bisogna percorrerla. Quello che serve è lottare quotidianamente all’interno delle diverse realtà, non illudendo le masse prefigurando il tanto auspicato sviluppo e riscatto del Sud, ma legando la concreta arretratezza di tutto il Meridione alla lotta contro questo sistema che questa situazione l’ha creata e continua ancora oggi ad alimentarla.

[1] Gramsci, Il Mezzogiorno e la guerra, Il Grido del Popolo 1° aprile 1916.

[2] Gramsci, Operai e Contadini, L’Ordine Nuovo 2 Agosto 1919

[3] https://www.lordinenuovo.it/2020/06/03/italia-paese-centrale-e-imperialista/#sdfootnote20sym

[4] http://www.senzatregua.it/2016/08/10/marcinelle-alle-origini-dellunione/

[5] https://www.istat.it/it/files/2021/01/REPORT_MIGRAZIONI_2019.pdf

[6] http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2020/11/rapporto_2020_sintesi.pdf

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