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L’europeismo non è migliore del “vecchio” nazionalismo

di Matteo Battilani e Giacomo Canetta

Non così raramente sentiamo parlare di “federalismo europeo”, “integrazione europea” o di progetti come “l’esercito comune europeo”. Tutti concetti che sembrano indicare la volontà di raggiungere, gradualmente, una forma politica che superi i singoli stati-nazione dell’Unione Europea. In realtà la borghesia europea, allo stato attuale, non ha alcuna intenzione di far raggiungere all’UE la forma “statale”. Infatti, vediamo ogni giorno come gli interessi divergenti dei padroni degli stati membri si scontrino su questioni di politica interna ed esterna, e come – nonostante avvicinati dai vantaggi che porta una politica monetaria comune e la circolazione di merci e manodopera – nessuno voglia abbandonare nemmeno il proprio dominio esclusivo nella politica interna. Partendo quindi dall’assunto che l’Unione Europea è un organismo che non supera lo stato-nazione e che per gli interessi divergenti delle classi dominanti nazionali non è probabile nel futuro prossimo la nascita degli “Stati Uniti d’Europa”, rimane una questione su cui si è molto dibattuto negli ultimi trent’anni: con la nascita e lo sviluppo dell’Unione Europea, il nazionalismo è destinato ad estinguersi nel continente?

La questione è stata affrontata da molti intellettuali. “Fine del nazionalismo?” ad esempio è il titolo dell’ultimo capitolo del saggio “Nazionalismo” di Hans-Ulrich Wehler. L’autore si pone questo interrogativo e, sostenendo il carattere storico (e quindi necessariamente non eterno) di ogni fenomeno, ipotizza che l’Unione Europea conduca a una progressiva “svalutazione” degli Stati-nazione e quindi a nuovi paradigmi di legittimità su cui basare il sistema europeo, il quale si fonderebbe sempre più sulla “democrazia” e sul “funzionamento delle istituzioni”. Questa conclusione non è fatta propria solamente da Wehler, ma è un motivo ricorrente della propaganda europeista che vuole dipingere l’Unione Europea come un baluardo della democrazia e dei diritti umani, come un progetto che può e deve superare il nazionalismo in tutte le sue forme, inclusa la sua variante più recente: il “sovranismo”.

Le premesse e le conclusioni del ragionamento di Wheler sembrano più il frutto delle speranze dell’autore che di un’analisi oggettiva della realtà. Ma ci lasciano comunque degli spunti interessanti di riflessione. Ci sembra infatti necessario riflettere oggi sul modo in cui sia mutata l’ideologia dominante come strumento di legittimazione del sistema vigente in Europa.

Il nazionalismo come ideologia ha accompagnato la fondazione e fornito una legittimazione politica a tutti gli Stati europei. La nazione, legata all’esistenza di interessi convergenti di una borghesia in un determinato territorio, rappresentava lo strumento politico/rivendicativo attraverso cui quella classe manteneva il suo dominio, o attraverso cui lottava per conquistarlo quando ancora non l’aveva ottenuto. Basti pensare alla formazione degli Stati nazione moderni e ai vari processi di unificazione in tutto il globo, dai proprietari terrieri nelle tredici colonie americane, agli Junker e la borghesia industriale in Germania. La protagonista nella formazione degli Stati nazione ottocenteschi è sempre stata la borghesia la quale, di fianco al processo di industrializzazione, otteneva il dominio politico scalzando l’aristocrazia e la nobiltà. Durante l’Ottocento e fino al Novecento, a partire dalla rivoluzione francese, di fianco alla trasformazione dei rapporti di produzione avveniva anche un cambio sovrastrutturale che mirava a sostituire i vecchi sistemi di legittimazione del sistema feudale, ovvero quell’insieme di dottrine ideologiche che servivano a tenere in piedi i regni dinastici, sostituendo a queste il nazionalismo, l’ideologia del capitalismo ascendente. Così come il sistema feudale utilizzava la religione e i sistemi filosofici medievali per mantenere la pace sociale e il suo dominio, allo stesso modo il capitalismo, dopo aver eliminato la classe avversa, ha fondato il suo dominio sul contenitore interclassista della “nazione”.

Esattamente come il capitalismo, il nazionalismo aveva in origine una funzione progressiva, aiutava a trasformare la società portando alla presa del potere della classe ascendente, nell’Ottocento la borghesia. Addirittura in alcuni casi, come in molte delle lotte anticoloniali del ‘900, è diventato uno strumento della classe contadina e operaia per l’emancipazione dal dominio coloniale. Da anni però il capitalismo ha raggiunto la sua fase ultima e putrida, quella dell’imperialismo, e allo stesso modo il nazionalismo ha perso quasi ovunque nel mondo ogni caratteristica progressiva acquisendo spesso un carattere reazionario, passando da essere lo strumento delle classi subalterne a quello delle classi dominanti.

Il nazionalismo in Europa già nel primo Novecento rappresentava la reazione e venne utilizzato dalle borghesie europee per mandare al macello i lavoratori e i contadini nella prima guerra mondiale. Alle classi popolari veniva richiesta una fiducia acritica per le scelte prese dalla classe dirigente in nome della “nazione”, però gli unici che subirono davvero le conseguenze della guerra furono i lavoratori e non chi decise di mandarli in trincea. In ultima analisi la funzione della nazione in una fase di capitalismo maturo è proprio questa: far accettare alle classi lavoratrici le imposizioni e il dominio dei padroni attraverso lo strumento ideologico del nazionalismo, dividendo l’umanità per area geografica, lingua, etnia e non per classe, permettendo di legittimare le contraddizioni del capitale e frenando l’internazionalismo e le forze progressive.

Analizzare il nazionalismo però vuol dire riconoscere anche un altro elemento che non va trascurato e che è centrale ai fini di questo articolo: la sua modularità. Spesso abbiamo una visione stereotipata del concetto di nazione e lo vediamo solo nei partiti di destra che sposano un messaggio conservatore o apertamente razzista. La realtà è che l’elemento nazionale è stato usato in varie forme nella storia, dal più liberale patriottismo costituzionale tedesco, fino ad arrivare al nazismo, mutando in base agli ideali e ai sistemi dell’epoca. Il nazionalismo quindi assume varie forme e si mescola ad altri elementi ideologici e sovrastrutturali, costituendo a volte un mix subdolo e letale.

Riassumendo possiamo dire questo: Il nazionalismo rappresenta un elemento ideologico usato dalla borghesia come strumento di legittimazione per costruire o mantenere il suo dominio di classe, strumento che rimane strettamente ancorato all’orizzonte valoriale di una determinata nazione in una determinata epoca.

Tutti queste forme di nazionalismo avevano quindi un obiettivo comune: giustificare il dominio di una classe e le sue scelte politiche, convincere le classi popolari che la “bandiera” della borghesia rappresentava gli interessi interclassisti di tutta la nazione. Oggi l’europeismo, seppure non rappresentando una “nazione”, e soprattutto non rappresentando un vero e proprio Stato, si pone l’obiettivo di tutelare gli interessi delle classi dominanti europee, di legittimare gli organi e le istituzioni che queste hanno voluto istituire su scala sovranazionale. In modo simile al nazionalismo, l’europeismo è strettamente ancorato a una sfera valoriale, ideologica. Il ritenere l’UE un’isola di “democrazia” (leggi: democrazia borghese) e di “libertà” (leggi: libertà di impresa privata e di fare profitto, libera circolazione di merci, capitali, e forza lavoro), il considerare il continente europeo come “culla della cultura occidentale”, il cosmopolitismo borghese sono elementi ideologici che fanno parte dell’europeismo. Tutti elementi che servono a creare o a cementare una presunta unità di interessi tra lavoratori e padroni europei, perché tutto sommato condividiamo tutti questi stessi valori. E in fin dei conti siamo tutti sulla stessa barca chiamata UE, che ognuno di noi ha interesse a far navigare spedita verso una meta di progresso e benessere vagamente definiti.

Eppure, Il “ce lo chiede l’Europa” di qualche anno fa ricordava nella sostanza l’ancora più vecchio “oro alla patria” del ventennio, ovvero uno slogan per indurre la popolazione a “sacrificarsi” in nome di un’unità interclassista, ieri nazionale e oggi europea. In modo simile, gli appelli per costruire una UE “compatta e forte”, contrapposta ai “malvagi stati autoritari”, ricordano i motivi propagandistici di inizio novecento che contrapponevano la nazione, per la quale si chiedeva una fiducia cieca, alle potenze concorrenti. In entrambi i casi, infatti, l’elemento ideologico (nazionalismo o europeismo) è utilizzato per giustificare determinate politiche di classe: difendere l’azione economica dei propri monopoli (che creano sviluppo e benessere, sia a casa che nel resto del mondo) e fin anche le più svariate azioni militari (che sono sempre portatrici di pace, ovviamente), mentre i propri avversari sul piano internazionale vengono automaticamente bollati come nemici della democrazia e delle libertà.

Al contrario di come sostengono Wehler e gran parte degli europeisti, questo non significa superare i principi che stanno alla base del nazionalismo e dello sciovinismo – l’esaltazione faziosa e aprioristica della propria nazione, che viene difesa a spada tratta – ma sostituire il nazionalismo con una forma di sciovinismo più elaborata, meno compromessa con il passato e “allargata” geograficamente.

Un fenomeno ideologico come strumento di legittimazione dell’UE, che non si scaglia però solo contro i nemici esterni, ma anche contro i nazionalismi e i “sovranismi” interni. Un processo che vede scontrarsi il “vecchio” nazionalismo degli stati membri con il nuovo sentimento europeista che si fa, soprattutto nelle giovani generazioni, sempre più forte. Questo scontro dimostra ancora una volta come all’interno dell’UE non ci sia una compattezza monolitica di interessi – motivo per cui è difficile rispondere affermativamente alla domanda “fine del nazionalismo?”. Oggi è ancora molto presente nel continente una componente sovranista/nazionalista che ha la funzione di difendere e legittimare interessi particolari – ad esempio – di categorie economiche che mal vedono la crescente internazionalizzazione dei mercati e l’approfondimento dell’integrazione europea – o interessi nazionali nelle trattative e delle istituzioni intergovernative, finanche la stessa UE. Fenomeni che sicuramente non sono condannati all’estinzione nel prossimo futuro, ma anzi tornano ciclicamente a svolgere un ruolo centrale nella dialettica fra stati membri e istituzioni europee.

Se si analizza il nazionalismo in un’ottica marxista non si può che vederlo come un fenomeno ideologico, sovrastrutturale, ovvero derivante e legato dialetticamente alla struttura economica della società. Come tutte le ideologie nasce dalla società stessa e quindi ne rispecchia la natura di classe. L’europeismo in questo senso rappresenta molti tratti caratteristici del nazionalismo essendo un nuovo strumento per legittimare una classe e le sue istituzioni, per convincere le classi popolari europee che la “bandiera” blu stellata della borghesia europea rappresenta gli interessi dei popoli del continente.

Durante il primo conflitto mondiale, diverse potenze imperialiste contrapposte ed in competizione tra loro giustificavano, tramite il nazionalismo dei rispettivi stati-nazione, la necessità di mandare al macello le classi popolari europee per gli interessi dei rispettivi monopoli. In questi anni l’europeismo, l’ideologia dell’unità interclassista tra padroni e lavoratori europei, è servito spesso a giustificare la macelleria sociale che di anno in anno ha peggiorato le condizioni di vita delle classi popolari europee nel nome della necessità della ripresa economica, le ingerenze militari che minano il diritto all’autodeterminazione dei popoli nel nome della “pace” capitalista e della “stabilitá”, le sanzioni economiche e le guerre commerciali funzionali agli interessi dei monopoli europei.

Uno “sciovinismo” europeo che non è quindi migliore o peggiore del nazionalismo “classico”, poiché si fonda in parte sugli stessi principi. Queste diverse forme ideologiche di legittimazione dello stato di cose presente, questi tentativi di far apparire gli interessi della borghesia come interessi di tutta la società, non hanno ovviamente nulla a che vedere con l’internazionalismo proletario. Tra europeismo ed internazionalismo proletario, infatti, vi è un abisso incolmabile dato dal chiaro carattere di classe del secondo.

Nel contesto della lotta ideologica, nell’Europa e nell’Italia di oggi, occorre combattere tutte le forme di nazionalismo borghese e di sciovinismo, così come l’europeismo. combatterle contrapponendo ad esse l’internazionalismo proletario: l’unità di tutti i lavoratori e la lotta di classe contro tutti i padroni che siano essi italiani, europei o di altri paesi ancora, rifiutando appelli all’unità nazionale o europea che nascondono le peggiori riforme antipopolari e i peggiori massacri sociali. Questo è particolarmente importante oggi per la gioventù, che fa parte di una generazione bombardata quotidianamente dalla propaganda europeista e a cui viene dettato ogni giorno come la difesa del progetto dell’UE sia “progressista” e necessario. Ma i lavoratori, le classi popolari del continente e di tutto il mondo non hanno nessuna bandiera altrui a cui sottostare.

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