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Non date la colpa ai giovani per il disastro dei vaccini

di Ivan Boine

Siamo di nuovo alle solite. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha parlato chiaro in conferenza stampa: se la campagna vaccinale non avanza è per colpa dei giovani che si fanno vaccinare prima degli over 70 e degli over 80. Ma è davvero così?

Draghi sembra categorico: «Alle Regioni dico: smettetela di vaccinare i giovani, queste platee di operatori sanitari che si allargano, gli psicologi di 35 anni. Con che coscienza un giovane si fa vaccinare e salta la lista sapendo che lascia esposto una persona che ha più di 65 anni o una persona fragile?». In primo luogo, gli operatori sanitari sono obbligati a vaccinarsi dal decreto-legge 44 del 1° aprile, firmato dal governo Draghi. Quindi, fossero anche giovani, non saltano nessuna fila. Inoltre, nelle categorie previste dal decreto in questione rientrano anche psicologi, psicoterapeuti e professionisti in questi ambiti. In secondo luogo, questo puntare il dito contro “gli psicologi” riflette un’impostazione storica del nostro sistema sanitario: la salute mentale è inferiore di quella fisica. Non importa che la pandemia abbia fatto aumentare drasticamente i casi di depressione, con i servizi pubblici di psicologia (quasi inesistenti) e gli studi privati sommersi di richieste d’aiuto.

«La disponibilità di vaccini– sostiene sempre Draghi – non è calata, sta risalendo secondo il trend previsto. Non ho dubbi sul fatto che gli obiettivi vengano raggiunti. La disponibilità che abbiamo permette di vaccinare tutti gli over 80 e tutti gli over 75. La disponibilità di vaccini c’è, tocca al commissario coordinarsi con le Regioni. Si tratta di fare delle scelte di direzione». Belle parole, tuttavia i ritardi continui nelle consegne dei vaccini non corrispondono con le parole del premier. Secondo Draghi, il numero di 500mila vaccinazioni giornaliere indicato dal generale Figliuolo è realizzabile. I centri vaccinali a cui mancano dosi la pensano probabilmente in altra maniera.

Il governo Conte bis, il governo Draghi e l’Unione Europea non hanno garantito in alcun modo una politica vaccinale seria. Le multinazionali farmaceutiche hanno fatto il bello e il cattivo tempo, dettando tempi e modi della produzione e della distribuzione, fondandosi sulla legge del mercato. Paghi di più, quindi hai più dosi. Gli USA – in cui la campagna vaccinale è stato un cavallo di battaglia della corsa alla presidenza di Biden – pagano una dose del vaccino Pfizer-Biontech 19,50 dollari, la Commissione Europea ne paga 12,50, il Sudafrica ne paga 10 e l’Unione Africana 6,75. Uno dei primi provvedimenti dell’amministrazione Biden è stato quello di rispolverare il Defense Production Act del 1950, legge che disciplina la produzione in casi di guerra e di emergenza – fu emanata durante la guerra di Corea – e che aiuta Johnson&Johnson e Pfizer-Biontech in quanto aziende produttrici di beni necessari per la sicurezza nazionale.

Inoltre, i continui tagli all’università e alla ricerca hanno impedito all’Italia di dotarsi tempestivamente di un vaccino pubblico, con il siero Reithera che è ancora in fase di sperimentazione. L’esempio di Cuba – di cui ci ha parlato il ricercatore Fabrizio Chiodo – è magistrale, nonostante il duro embargo economico che colpisce l’isola caraibica da ormai 61 anni e nonostante il PIL del paese non sia lontanamente paragonabile al nostro. Non solo, l’uso strumentale del vaccino nella competizione inter-imperialistica equivale a un veto netto a vaccini prodotti in Cina e in Russia. Si vuole così evitare di seguire le orme del Brasile di Bolsonaro, che di fronte al disastro nella gestione della pandemia ha optato per i vaccini cinesi in cambio dell’apertura a Huawei sulla rete 5G.

I punti evidenziati ci fanno tornare alla domanda iniziale: è davvero colpa dei giovani? Pare proprio di no. La conferenza stampa di Draghi conferma una linea di comunicazione mediatica inaugurata dal governo precedente. Nessuna autocritica su una gestione pandemica scandalosa, nessun provvedimento serio per invertire la tendenza di depotenziamento della sanità pubblica che ha fatto sì che il SSN non potesse reggere l’impatto della pandemia. Ancora una volta si guarda alla “responsabilità individuale”, alimentando una guerra tra poveri che distoglie l’attenzione da come l’emergenza sanitaria è stata gestita per garantire i profitti delle grandi aziende, non curandosi in alcun modo della salute delle persone, dei lavoratori, di chi non riesce ad arrivare a fine mese.

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