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La lotta per le 8 ore alla Texprint è un segnale per tutto il Paese

Da oltre tre mesi sta andando avanti la lotta degli operai dell’azienda tessile di Prato “Texprint” contro le vergognose condizioni di sfruttamento a cui i padroni sottopongono i lavoratori. Organizzati nel sindacato SiCobas, gli operai denunciano turni massacranti di 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana, il mancato rispetto di qualsiasi diritto basilare come le ferie e la totale assenza di sicurezza all’interno della fabbrica che nel passato ha portato a vari gravi incidenti ai danni dei lavoratori. Lo slogan “8×5”, che da oltre 90 giorni accompagna gli operai in sciopero, il picchetto e il presidio permanente dei lavoratori davanti ai cancelli della fabbrica, riassume le principali rivendicazioni per le quali i lavoratori si battono, ovvero il rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro che prevede una giornata lavorativa di massimo 8 ore al giorno per 5 giorni la settimana.

Una ricostruzione dei fatti

Lo sciopero è iniziato il 18 gennaio e fin da subito ha visto la totale mancanza di disponibilità al confronto da parte dell’azienda di proprietà cinese, che secondo diverse fonti giornalistiche sarebbe stata raggiunta da una interdittiva antimafia della Prefettura. I padroni, infatti hanno sempre negato e continuano a negare, nonostante tutte le evidenze possibili, qualsiasi situazione di sfruttamento denunciata dagli scioperanti, i quali l’11 febbraio hanno iniziato un presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica e un picchetto, durato varie settimane, con cui hanno impedito ai rotoli di tessuto lavorato di lasciare la fabbrica. Di fronte a questa situazione i padroni e le istituzioni non hanno esitato a mettere in pratica la loro risposta contro i lavoratori colpevoli di lottare per il riconoscimento effettivo di diritti che, allo stato attuale, restano sanciti solo sulla carta. Più volte la polizia ha tentato di sgomberare violentemente il picchetto al fine di consentire ai camion carichi di merce di lasciare la fabbrica. Lo scorso 10 marzo (contemporaneamente all’operazione della questura di Piacenza che arrestava due sindacalisti SiCobas che avevano portato avanti la lotta dei facchini Fedex-TNT) la polizia interveniva per ben tre volte in un solo giorno contro lavoratori inermi sdraiati per terra, provocando per tre di loro il ricovero  in ospedale a causa delle lesioni riportate.

I padroni non si sono serviti solo del manganello della polizia e del sostegno attivo degli organi di repressione statali, ma hanno avviato anche una vera e propria macchina del fango contro i lavoratori in sciopero e il sindacato tramite l’acquisto di intere pagine di giornali locali nelle quali veniva riportata la versione della dirigenza aziendale e organizzando una grottesca contromanifestazione antioperaia offrendo ad ogni crumiro – questa la denuncia del Si Cobas – la cifra di 500 euro  (più  della metà del salario mensile di un operaio Texprint per 12 ore di lavoro 7 giorni la settimana) e impedendo loro di rilasciare qualsiasi dichiarazione che non fosse quella fornita dall’azienda stessa. Come se non bastasse i padroni hanno provveduto prima alla serrata, minacciando tutti i dipendenti di chiusura dell’intero stabilimento “a causa della condotta di una minoranza violenta” e poi al “licenziamento per giusta causa”  di tutti i 18 lavoratori in sciopero, tramite  un messaggio su Whatsapp alla vigilia della prima udienza che avrebbe visto i lavoratori presentare in tribunale la propria memoria difensiva, con la quale si rispondeva alla richiesta dell’azienda di un provvedimento immediato da parte del Giudice del Lavoro di Prato che ponesse fine immediatamente allo sciopero.

I lavoratori non si sono lasciati intimorire dalle provocazioni padronali, dalle minacce e dalla repressione poliziesca, ma hanno continuato a portare avanti lo sciopero e il presidio permanente davanti alla fabbrica, forti del sostegno e della solidarietà che in migliaia hanno portato loro in questi tre mesi di lotta durante i quali si sono succedute varie assemblee pubbliche davanti allo stabilimento, iniziative di solidarietà da parte di varie organizzazioni politiche e sociali del territorio. Il 13 marzo, una manifestazione cittadina davanti al comune di Prato ha visto l’adesione all’appello in solidarietà di molti esponenti di spicco della cultura italiana come lo storico Alessandro Barbero, il fumettista ZeroCalcare, l’attore e drammaturgo Moni Ovadia. Per sabato 24 aprile è stata convocata a Prato una manifestazione nazionale del sindacato SiCobas e di diverse sigle sindacali e politiche aderenti al “Patto d’azione anticapitalista- per il Fronte Unico di Classe”. Il Fronte della Gioventù Comunista (FGC) ha lanciato un appello alla mobilitazione degli studenti al fianco degli operai Texprint: «quelli che sfruttano i lavoratori del tessile di Prato sono gli stessi che impiegano gli studenti nell’alternanza scuola-lavoro e che vogliono piegare le scuole e la didattica alle esigenze di profitto».

La lotta degli operai Texprint è un esempio per tutti

Quella degli operai Texprint è una lotta importante perché dà un esempio ai lavoratori di tutta Italia, e ai giovani che vivono nell’insicurezza e con la prospettiva di un futuro senza diritti. Una lotta che squarcia il velo delle promesse indorate di questo sistema e demolisce la retorica del “ritorno alla normalità” dopo la pandemia: in Italia la “normalità” è quella fatta di sfruttamento, in cui si lavora senza diritti. Siamo tornati alla lotta per le 8 ore, come alla fine del 1800, per buona pace di chi da anni ci spiega che la “sinistra” deve diventare liberale perché il mondo “va avanti” e la lotta di classe è acqua passata.

La realtà è che la lotta di classe in Italia la fanno i padroni, e negli ultimi anni è stata a senso unico. Loro vincono, i lavoratori perdono. Da anni le vertenze sul lavoro non vanno oltre le lotte difensive; si lotta per “gestire” i licenziamenti minacciati da un’azienda per posticiparli, ridurli o diluirli il più possibile, o per conservare condizioni di lavoro dinanzi ad attacchi padronali che puntano a ridurle in peggio.

Questa tendenza si può invertire connettendo le lotte che altrimenti restano parcellizzate e separate, unendole in un unico fronte di lotta per rispondere all’attacco padronale che, con tempi e modalità variabili, arriverà sempre più in ogni luogo di lavoro; rispondere alla gestione capitalistica della crisi che oggi segue un’unica direttrice: la tutela dei profitti privati a scapito della collettività e della stragrande maggioranza delle classi popolari.

La lotta degli operai Texprint rappresenta un segnale importante di controtendenza, un esempio di determinazione e combattività da parte di lavoratori combattivi che non hanno accettato la “normalità” dello sfruttamento. Un esempio che spetta a tutti noi portare anche tra i giovani, spiegandone l’enorme significato. Le nuove generazioni oggi vivono e crescono in un’Italia in cui tutte le conquiste frutto di decenni di lotta vengono cancellate, una dopo l’altra. I giovani oggi vivono e vivranno peggio dei propri genitori, avranno meno diritti nella vita e nel lavoro, conosceranno condizioni di sfruttamento maggiori delle generazioni immediatamente precedenti.

Questa particolare condizione mette, ancor di più, la nostra generazione dinanzi al dovere di lottare per riprendersi il futuro che le viene tolto. Si tratta di respingere al mittente la retorica di chi vuole farci credere che i diritti dei lavoratori “anziani” di oggi sono contro i diritti dei giovani precari, perché con questa retorica si vogliono attaccare i diritti di tutti i lavoratori. Il Jobs Act, la polpetta avvelenata del governo Renzi, si basava esattamente su questa retorica, così come la riforma Fornero ancora prima. Ma la verità è che ogni diritto tolto ai lavoratori di oggi viene tolto ai lavoratori di domani, cioè anche alle nuove generazioni. Chi lotta per i propri diritti oggi, lo fa anche per chi verrà domani. Perché milioni di giovani già oggi svolgono l’alternanza scuola-lavoro in aziende come la Texprint, e finiranno a lavorare in quelle condizioni dopo gli anni di scuola. Perché senza la lotta, il futuro è lavorare 12 ore al giorno per 7 giorni su 7. La lotta di Prato, in questo senso, appartiene a tutti noi e per questo abbiamo il dovere di sostenerla.

Un secolo fa in Inghilterra si diceva “8 hours labour, 8 hours recreation, 8 hours rest”. Oggi a Prato si dice 8×5.

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