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L’imperialismo italiano avanza: prima base in Africa occidentale

di Giovanni Ragusa

Dopo aver iniziato una ricca serie di operazioni militari nella zona del Sahel negli scorsi mesi, il Ministero della Difesa italiano, guidato da Lorenzo Guerini (PD) ha avanzato un ulteriore passo a favore degli interessi imperialistici italiani. Il 13 aprile, infatti, senza alcuna discussione preliminare in Parlamento, Guerini ha sottoscritto un progetto di insediamento di truppe italiane in Nigeria, nel solco del progetto MISIN (Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger) che dal 2018 vede la presenza di 295 unità militari, oltre a svariati mezzi per un costo di 44 milioni di euro. L’elemento di novità, però, è rappresentato dalla creazione della prima base completamente italiana in questa regione, che è oggetto da svariati anni di una serie di missioni militari condotte, ufficialmente, per la “lotta al terrorismo”.

Si tratta di un avanzamento deciso a livello militare e geostrategico per gli interessi dei monopoli italiani in quest’area, che è particolarmente ricca di materie prime e che, soprattutto, confina con gli stati prospicienti il golfo di Guinea, dove l’ENI ha svariate postazioni estrattive. La zona del Sahel, ed in particolare del Niger, diventa per questo motivo un elemento fondamentale nello scacchiere imperiale italiano: esso funge, infatti, da vera e propria cerniera tra la Libia (dove l’ultimo incontro di Draghi ha confermato una nuova ed imponente presenza del capitale italiano nelle questioni inerenti l’approvvigionamento petrolifero) ed il golfo. Emerge quindi un’intenzione più o meno chiara, da parte del governo italiano, di costituire una continuità di interessi in Africa Occidentale e Africa Settentrionale, come d’altronde già a marzo faceva trasparire sempre Guerini affermando la piena intenzione di «rafforzare la nostra presenza in Mali e Niger, aumentando così l’apporto europeo alla Coalizione per il Sahel, a vantaggio della stabilità di un’area adiacente alla Libia, e contribuendo al contrasto al terrorismo», e che si pone in piena continuità alle dichiarazioni del dicembre scorso, quando su Repubblica confermava la necessità di allargare la presenza italiana nel Mediterraneo.

. Tutto ciò avviene in un silenzio generalizzato della grande stampa nostrana e anche delle istituzioni ufficiali, che si guardano bene dall’illustrare lo svolgimento della situazione, limitandosi a parlare di una generica lotta al terrorismo, alla criminalità ed al traffico di migranti. Il teatro appare invece ben più complesso, con l’Italia che spinge per contendere posizioni a chi, in Africa Occidentale c’è da ben più tempo, ovvero la Francia: quest’ultima ha già subito uno smacco avendo perso una certa egemonia nella zona meridionale della Libia, dove sembra che l’intervento di Draghi sia riuscito ad assicurare postazioni all’ENI a discapito dei monopoli francesi. Ancora una volta l’Africa diventa un’area in cui gli interessi delle grandi aziende multinazionali, tutelate militarmente dai propri governi, si incontrano, confrontano e scontrano.


Il governo Draghi prosegue e accentua, così, la linea degli esecutivi precedenti in politica estera. In nome della “difesa degli interessi nazionali” lo Stato italiano tutela i grandi monopoli nostrani (in primis l’ENI) tramite l’intervento militare. Tutto questo a svantaggio delle popolazioni locali che vengono condannate a sfruttamento intensivo, povertà e emigrazione. E no, la “lotta al terrorismo” non c’entra niente.

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