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Il peso della crisi per gli studenti lavoratori

di Erica Bonanno e Andrea Ferraboli

Durante i mesi di pandemia e crisi sanitaria che ci hanno accompagnato abbiamo notato il costante disinteresse da parte del governo per gli studenti universitari: in linea con i meccanismi propri dell’autonomia universitaria, il governo ha scaricato sugli enti regionali per il diritto allo studio e sui singoli atenei la responsabilità di stilare delle linee guida per la tutela degli studenti, così da scaricarsi da ogni responsabilità.

E se gli universitari sono stati dimenticati dalle narrazioni del nostro paese (dopotutto, se stiamo a quanto hanno raccontato gli stessi atenei, la DAD in università ha funzionato a meraviglia!), una categoria in particolare, che già trovava difficoltà in periodi “normali”, è stata completamente dimenticata: quella degli studenti lavoratori, spesso figli delle classi popolari, che hanno subito doppiamente il peso di questa pandemia.

Vediamo cosa ci dicono i dati: secondo Eurostudent, l’11% degli studenti universitari italiani lavora stabilmente, mentre il 13% afferma di lavorare solo saltuariamente: questa rilevazione vedrebbe l’Italia come fanalino di coda in Europa, a pari merito con la Serbia, rispetto alle percentuali di occupazione tra gli studenti universitari.

Gli ultimi dati ISTAT, che indagano l’incidenza degli studenti sul totale dei giovani occupati, registrano invece una crescita in valore assoluto degli studenti lavoratori, tanto da avvicinarsi ai livelli pre-crisi. Questo è dovuto sia all’aumento delle immatricolazioni in università, sia alla riduzione del numero degli impiegati, un fenomeno quest’ultimo che si accompagna all’aumento degli studenti lavoratori e che è perfettamente inserito nel funzionamento dell’autonomia universitaria: questa infatti, distribuisce il finanziamento statale ai vari atenei secondo meccanismi premiali organizzati per determinati valori. Le università ottengono più finanziamenti (Punti Organico) da spendere in personale tecnico-amministrativo e docenti, ad esempio, se diminuiscono la propria spesa interna proprio per queste categorie: ciò porta genericamente a diminuire il numero di lavoratori impegnati negli uffici, nei servizi e nelle segreterie, andando o ad esternalizzare i servizi oppure a scaricarli sulle spalle degli studenti con le borse di collaborazione. Queste consistono in un compenso di circa 1000 euro per 150 ore di lavoro, un costo che all’università conviene sostenere, per la mentalità aziendalistica che pervade il mondo accademico, molto più che assumere regolarmente un dipendente cui corrispondere ferie, malattie e contributi, che andrebbe ad appesantire il bilancio e quindi farebbe giungere meno fondi premiali dal Ministero.

Questi studenti lavoratori, che formalmente non risultano come tali non essendo la borsa di collaborazione un rapporto di lavoro, diventano così uno strumento in mano alle università-azienda che ne sfruttano il lavoro a prezzi molto più contenuti ed al contempo lo usano come strumento di pressione verso i lavoratori del mondo universitario, un elemento questo che ci deve dare ulteriore coscienza della necessità di unire le lotte di studenti e lavoratori.

Oltre a ciò, è necessario approfondire la situazione contrattuale odierna nel mondo del lavoro giovanile, vista la grandissima precarietà e i contratti farlocchi che dominano il panorama, frutto di decenni e decenni di attacchi ai diritti dei lavoratori (basti pensare ai contratti della grande distribuzione organizzata, o GDO, e dei rider). Queste indagini, ad esempio, non tengono conto del grande vuoto lasciato dalla piaga del lavoro in nero, a cui moltissimi studenti sono spesso obbligati a piegarsi in settori come la ristorazione, la cura dei bambini, le ripetizioni ed i lavori stagionali, dove è all’ordine del giorno lavorare senza contratto, o lavorare full-time anche se il padrone fa firmare un part-time. 

I dati che abbiamo citato precedentemente, presentati in maniera favorevole da molti articoli che si trovano online, vanno così a costruire la narrativa dello studente-lavoratore operoso che studia e fatica per il suo futuro, vedendo come una cosa positiva la crescita degli impiegati tra gli studenti, auspicando una crescita per arrivare alle percentuali di alcuni paesi europei come la Germania, considerati più virtuosi.

Ma quali sono i costi che uno studente universitario deve sostenere? Innanzitutto, si registra ormai da anni nel settore universitario un aumento dei costi: infatti, secondo il rapporto Eurydice del 2018, l’Italia è uno dei paesi a livello europeo in cui è più elevata la quota di studenti interessati dal pagamento delle tasse; al contempo, una parte molto ridotta degli stessi percepisce una borsa di studio (solo il 12,8% degli iscritti era idoneo per l’anno accademico 2018/2019). La tassazione, in più, aumenta costantemente da oltre un decennio (ad esempio nel triennio 2016-2018 è aumentata del 30%; fonte Eurostudent), andando a costituire la quasi totalità della componente privata del finanziamento al sistema universitario, che si attestava nel 2016 al 35,9% (al di sopra della media dei paesi OCSE, intorno al 32%). Anche qui, però, c’è da fare una precisazione: le tasse aumentano, ma proporzionalmente vanno a colpire in maniera più dura i redditi bassi, ovvero gli studenti delle classi popolari. Questo stato di cose è figlio del modello aziendalistico che pervade il sistema universitario: poiché tra i vari indicatori che permettono alle università di ottenere più fondi in quota premiale c’è la percentuale di tasse sul totale del bilancio d’ateneo, infatti, le università cercano di assicurarsi ampi introiti, ma ciò non può avvenire se ad iscriversi sono prevalentemente studenti economicamente deboli, i quali usufruiscono di borse di studio o di no tax-area. Partendo da qui, appare allora evidente il perché le università italiane abbiano attivato tutta una serie di meccanismi escludenti che portano gli studenti da un lato a perdere queste esenzioni, ad esempio con i pochi appelli che portano a finire fuori corso, e dall’altro all’aumento della tassazione in maniera proporzionalmente più elevata per le fasce inferiori di reddito.

Gli studenti più facoltosi, al contrario, sono solitamente coloro i quali possono anche permettersi di studiare in università private, o comunque di spostarsi più agilmente fuori sede: simili elementi sono però quelli che si ritrovano fuori dalle fasce di esenzione, e dunque quelli che le università pubbliche hanno bisogno di avvicinare il più possibile; per fare ciò, la mossa più semplice è rendere le loro fasce di reddito tassate in misura proporzionalmente minore, così da trattenerli con la carta del “risparmio” economico rispetto ad università private. Anche qui, dunque, vediamo come i più penalizzati restino gli studenti delle classi popolari.

Le spese di uno studente universitario non si esauriscono poi nelle tasse ovviamente: caro-libri, caro-trasporti, caro-affitti, insufficienza delle misure in tutela del DSU come alloggi e borse di studio (è ben nota la piaga diffusa di studenti idonei ma non beneficiari di tali servizi erogati dagli enti regionali). Tutto questo spesso impedisce a molti studenti di avere un percorso di studi degno di questo nome: secondo il rapporto 2020 di Almalaurea, l’università “rende gli studenti dipendenti dal supporto economico familiare e limita di fatto l’accesso all’educazione terziaria, in particolar modo alle categorie meno favorite”. Una versione neppure troppo edulcorata della verità che tutti ben conosciamo: l’università di classe esclude sempre più i figli delle classi popolari, che solo con i sacrifici delle proprie famiglie o trovandosi costretti a lavorare durante il percorso accademico possono permettersi il diritto allo studio che gli sarebbe dovuto.

Ed è questo il punto: al contrario di ciò che la narrazione borghese vuole costringerci ad accettare, decidere di lavorare per gli studenti delle classi popolari è una scelta obbligata per permettersi quello che dovrebbe essere un diritto garantito, ovvero il diritto ad un’istruzione superiore. L’aumento degli studenti lavoratori nelle indagini Istat non va visto come un fattore positivo, ma come la prova del fallimento di un sistema universitario che esclude i figli dei lavoratori dalle sue aule, che non riesce a tutelare il diritto allo studio superiore, o meglio, a cui non interessa tutelare questo diritto: le misure tampone prese in questi mesi per tutelare gli studenti, come la proroga dell’anno accademico o i bonus per l’acquisto di dispositivi multimediali, a nulla serviranno per tutelare realmente gli studenti.

Se le immatricolazioni all’università hanno visto un calo dell’ordine di centinaia di migliaia di iscritti a partire dalla crisi del 2011, la leggera ripresa degli ultimi anni rischia di essere falciata dalla nuova crisi economica che si prospetta. Questa situazione di precarietà ed esclusione sociale rischia di essere ulteriormente acuita dalle attuali crisi pandemica ed economica (gli effetti di quest’ultima già cominciano a farsi vedere, ma esploderanno solo negli anni a venire). Nel giugno scorso Il Sole24Ore titolava così un proprio articolo: “Allarme Covid nelle università: nel 2020-2021 a rischio 10mila iscritti”. L’assenza di misure immediate ma di assoluta necessità, come l’abolizione della tassazione, la sospensione dei canoni d’affitto, la proroga anche dei benefici per il DSU, l’aumento di appelli e sessioni d’esame, investimenti straordinari per piani edilizi e assunzioni che permettano un rientro realmente in sicurezza, ha già inciso in modo drammatico sulla carriera di molti.

Neanche queste misure di emergenza (che comunque gli atenei non hanno preso) basterebbero a garantire la stabilità di un sistema universitario in caduta libera da ben prima dell’inizio della pandemia: affinché il diritto allo studio sia effettivamente garantito a tutti servono investimenti strutturali nell’università. Questo non sarà possibile facendo affidamento sul buon cuore di atenei, governi e istituzioni: le problematiche che subiamo sono infatti il frutto del sistema economico capitalistico nel suo complesso, che si riflettono anche nella mercificazione e nella svendita dell’istruzione pubblica.

L’aumento dei costi, e la conseguente esclusione dei figli della classe lavoratrice dall’accesso al diritto allo studio superiore, è infatti perfettamente coerente con la politica dell’autonomia amministrativa e finanziaria universitaria, la manifestazione più diretta dell’università di classe. Questo principio, istituito dalla legge n.° 168 del 1998, nota come riforma Berlinguer, sta alla base dell’attuale funzionamento delle università italiane: tramite l’aumento della tassazione diretta sulle famiglie, l’ingresso sempre più cospicuo di interessi e finanziamenti privati negli atenei a cui vengono svendute quote importanti in termini di spazi e ricerca e più in generale la sottomissione a vere e proprie logiche aziendalistiche di concorrenza e profitto, si giustificano i progressivi tagli che da ormai oltre 20 anni colpiscono l’istruzione superiore pubblica italiana.

L’unico modo per contrastarla è lottare dentro e fuori l’università: affiancare alle lotte economiche, per migliorare le condizioni immediate degli studenti, la lotta sul piano politico e ideologico. La lotta contro l’autonomia finanziaria e l’università di classe deve essere portata avanti da studenti, ricercatori, i lavoratori precari e quelli esternalizzati, con una rivendicazione forte e chiara: un’università realmente gratuita, pubblica, accessibile a tutti e che tuteli il lavoro di tutte le sue componenti. Questa lotta non può rimanere isolata, è necessaria la capacità di unirsi con le realtà del mondo del lavoro che stanno lottando contro la gestione capitalistica della crisi economica e dell’emergenza sanitaria.. 

Solo in questo modo potremo contrastare nell’immediato la gestione della crisi voluta dai governi dei padroni, che colpiranno in egual modo diritti degli studenti e dei lavoratori, e allo stesso tempo prospettare e costruire le condizioni per un modello di società che non neghi diritti essenziali, come quello allo studio universitario: perché nel momento in cui gli studenti sono costretti a lavorare per mantenersi gli studi non parliamo più di libera scelta, ma di un obbligo che mina il diritto stesso.

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