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Dietro il boom di “OnlyFans” non c’è solo il lockdown

di Mattia Gabella

Durante il 2020, soprattutto a causa della pandemia, il consumo di materiale pornografico online è aumentato sensibilmente su ogni piattaforma, ma una su tutte ha stupito per la propria crescita: Onlyfans. Fondato nel 2016, Onlyfans.com (OF) è un social network, simile come interfaccia a Instagram, in cui il contenuto dei profili è accessibile previo pagamento di un abbonamento mensile stabilito dai relativi creator, che può variare tra i 5$ e i 50$. Prima della pandemia gli utenti registrati erano 20 milioni, in questo momento superano i 127 milioni. Gli scambi di denaro nel 2020 hanno toccato invece quota 1,7 mld di sterline (+615% in un anno) con un utile per la piattaforma di oltre 300 milioni.

Il semplice aumento nel consumo di pornografia non basta però a spiegare da solo il boom della piattaforma; non spiega soprattutto l’aumento vertiginoso dei creators che postano i loro contenuti sulla piattaforma, che ha raggiunto picchi di più di ottomila nuove persone al giorno. Con ogni probabilità la causa di ciò è da ricercarsi nell’effetto combinato della crisi economica scatenata dal primo lockdown e da una campagna pubblicitaria aggressiva da parte del sito. 

Infatti, la quota maggiore di posti di lavoro è stata persa da un anno a questa parte da giovani e donne. Queste due caratteristiche, combinate, generano il candidato perfetto per entrare nel mondo della pornografia su una piattaforma online. Proprio in quel momento si è scatenata l’offensiva pubblicitaria della piattaforma, condotta contemporaneamente sui social, su altri siti erotici e perfino sui media tradizionali grazie alla presenza non esclusiva di contenuto pornografico. Il messaggio pubblicitario era semplice: creando un account Onlyfans, puoi, nel giro di pochi minuti e con un investimento iniziale praticamente nullo, monetizzare la tua “creatività” e riuscire a guadagnare anche durante il lockdown. 

Dall’altro lato affiancare contenuti di generi completamente diversi a quelli pornografici, sia sul sito che nelle differenti strategie pubblicitarie, comporta una normalizzazione di questi ultimi. Il fatto che giovani ragazze vendano fotografie del proprio corpo tra video di cucina e di fitness fa apparire il “sex work” come qualcosa di accettabile, naturale, un lavoro normale alla stregua di una qualsiasi altra forma di guadagno, sia ai clienti che alle creatrici, spesso novizie, presentate al pubblico come “imprenditrici” nel tentativo di spingerle a superare l’empasse iniziale. A dar credito a questa tesi, sono state diffuse decine di interviste a content creators che testimoniavano come vivessero esclusivamente grazie ai propri profili, dal diverso gradiente erotico, e come, in certi casi, fossero diventati milionari nello spazio di qualche mese, “facendosi da sè”.  

Ovviamente dietro a questa narrazione si nasconde una realtà ben diversa. Il top 1% dei creatori, spesso nomi già affermati in social o siti diversi prima di sbarcare su OF, muove da solo circa un terzo delle transazioni, mentre il creator mediano riesce ad avere 30 iscritti, che si traducono, vista la concorrenza che spinge i prezzi per gli abbonamenti al ribasso, anche a soli 150$ lordi al mese. Lordi perché bisogna sottrarre a questi il 20% di commissione fissa trattenuto dalla piattaforma, e dunque scendiamo a una valore mediano possibile di 120$ al mese. Anche volendo raddoppiare o triplicare la cifra, sono numeri molto diversi dai quelli sbandierati nei messaggi pubblicitari con cui vengono attirate giovani ragazze spinte a gettarsi nel mercato dalla mancanza di posti di lavoro alternativi. 

Onlyfans, lungi da essere unico nel suo genere, sta implementando nel porno il nuovo modello di business che caratterizza il web 4.0. Un gigante della rete chiede una quota per mettere a disposizione il proprio sito e la propria capacità di attirare clienti a dei creatori di contenuti, i quali devono poi competere nel mercato della piattaforma stessa per riuscire a generare un reddito, senza che questa abbia alcuna responsabilità verso di loro. Un modello già implementato da diverse piattaforme in altri settori, si pensi a Uber nei trasporti o le varie piattaforme di consegna a domicilio. Per il provider è facile generare profitti grazie alla mole di consumatori che visionano pubblicità o pagano abbonamenti diretti, mentre per i creatori, formalmente liberi professionisti, non lo è affatto e la necessità di attirare traffico sui propri profili in un mercato così competitivo aumenta i costi, il tempo dedicato e la dipendenza dal cliente. 

Così è probabile che il tentativo di numerose ragazze di ottenere un reddito dopo aver perso il posto di lavoro, e in mancanza di alternativa, si sia risolto con l’investimento di un enorme numero di ore per ottenere cifre irrisorie, ben lontane dai guadagni milionari promessi nelle pubblicità, considerando l’acquisto di attrezzatura basilare, tempo investito per le registrazioni ma soprattutto la pubblicizzazione. Nonostante le piattaforme alimentino il mito del content creator part-time, per ottenere un moderato successo è necessario un lavorio costante di pubblicizzazione su altri social e contatto diretto con i “fans”, tale da appiattire completamente tutto il proprio tempo libero, e dunque vendibile, su quello di lavoro. Inoltre chi riesce a ottenere anche un moderato successo rimane in una condizione di assoluta ricattabilità da parte dell’azienda, la quale può modificare unilateralmente e in qualsiasi momento i termini di servizio  (e Onlyfans lo ha già fatto) senza che il creatore, completamente isolato, abbia alcuna possibilità di protestare o allontanarsi dalla piattaforma, la quale può decidere da un momento all’altro anche quali profili oscurare se ritenuti non coerenti con i propri termini..

Numerosi giornali hanno salutato questa nuova piattaforma con entusiasmo, come una rivoluzione nell’industria del porno che permetterebbe alle creatrici di decidere se, come e cosa vendere, affrancandole dunque dalle richieste del cliente “di persona” o delle case di produzione pornografiche, portando così ad un “empowerment” della sex worker e una più libera espressione della “vera” sessualità femminile. Nulla di più falso. Anche senza volersi dilungare sul concetto liberale di  “empowering” (che meriterebbe un articolo a sè stante), ovvero la capacità del singolo soggetto di acquisire il controllo sulle scelte strategiche della propria vita, declinato però nell’ottica di raggiungere competitivamente la propria affermazione personale, non sembra ci sia nulla di tutto ciò in una giovane costretta dalla crisi del sistema economico alla prostituzione, anche se digitale, per arrivare alla fine del mese. In secondo luogo, questi articoli rientrano nella strategia di marketing di Onlyfans che presenta i creators come lavoratori liberi di decidere i propri contenuti al pari degli influencers “tradizionali”, quando invece per riuscire a ritagliarsi una fetta di utenza che permetta di vivere è necessario schiacciarsi sempre di più verso le richieste dei clienti. Inutile scendere nei dettagli, ma ciò che comporta è evidentemente l’opposto di quello che viene sbandierato. Il sito si spinge tanto avanti nell incentivare il rapporto tra creator e fans che è comune, oltre alle consuete chat (spesso previa mancia), che il cliente richieda esperienze personalizzate per gli auguri di compleanno, gli avvenimenti importanti della propria vita o servizi come quello di “fidanzata virtuale” per un giorno. Difficile cogliere l’empowerment permesso da queste pratiche.

Destrutturando la narrativa sorta intorno a Onlyfans, si nota come il boom della piattaforma, al contrario di quanto sostenuto da un certo femminismo borghese, non rappresenti un mezzo di affrancamento per chi vi posta contenuti, ma sia ottenuto attirando, sulla base di false promesse, nuove ragazze, quasi sempre in difficoltà economiche, nella trappola del sex work. Non sarà né questa né la prossima trovata dell’industria del sesso, indipendentemente dalla libertà vera o presunta accordata alle lavoratrici, a risolvere la problematica, ma solamente il venir meno delle ragioni di natura economico-sociale che oggi spingono una ragazza a cercare da vivere vendendo il proprio corpo.

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