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Sui recenti sviluppi in Afghanistan

di Ivan Boine, Raffaele Timperi e Simon Vial

Nelle ultime settimane la situazione in Afghanistan è piombata di colpo nella comunicazione mondiale di massa, un fulmine a ciel sereno di immagini e video che improvvisamente ci hanno ricordato di un intervento militare in Afghanistan che nella percezione comune si credeva concluso ormai da anni. Eppure, il contingente italiano si è ritirato non più di due mesi fa, lo scorso 29 giugno. Nella giornata del 31 agosto tutte le truppe straniere hanno lasciato il paese.

Questo articolo cerca di mettere ordine e dare una spiegazione ad eventi che vengono presentati dai media italiani come “senza storia”, “improvvisi” e “incomprensibili”, forse per timore di spezzare la narrazione che ha caratterizzato l’intervento italiano in Afghanistan. Diritti umani ed esportazione della democrazia, come abbiamo sentito ipocritamente ripetuto in tutti questi anni.

Per questo è utile fare un passo indietro dalle immagini martellanti dell’aeroporto di Kabul e tornare a qualche anno fa per cercare di comprendere quale processo politico ha portato l’Emirato Islamico al potere in questi giorni. Non certo perché la tragedia del popolo afghano sia in secondo piano, al contrario, ma per mettere ordine ottenere degli elementi utili per capire cosa è accaduto, come e soprattutto perché è accaduto. Non intendiamo ripercorrere la storia dei vent’anni di occupazione militare, ma utilizzare alcuni degli eventi accaduti negli scorsi anni per fare emergere quanto più possibile il contesto di scontro nella gestione del potere in Afghanistan che ha portato nel 2020 agli accordi di Doha, accordi tra USA ed Emirato Islamico. I media europei e americani hanno sempre giustificato l’intervento militare in Afghanistan in nome della lotta contro i Talebani. In realtà il fronte militare a cui i Talebani appartengono è più ampio e riunisce diverse fazioni, etnie e correnti interne, che costituiscono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, che non si è mai completamente disciolto e negli anni ha continuato a gestire intere aree del paese.

Gli accordi di Doha del 2020 oggi vengono presentati nel dibattito pubblico come il punto di partenza del processo di accreditamento dell’Emirato Islamico alla comunità internazionale. Così presentati è difficile, se non impossibile, comprendere cosa sia accaduto nei 20 anni precedenti per rendere questa decisione la più conseguente agli interessi economici immediati e strategici dei monopoli statunitensi e internazionali. Gli accordi di Doha sono, al contrario, il punto di approdo del processo di accreditamento e di consolidamento dell’esercizio del potere reale da parte dell’Emirato Islamico, che meglio della Repubblica Islamica (governo Ghani) – messo in piedi dagli Stati Uniti durante gli anni dell’intervento militare NATO – ha saputo rappresentare e convogliare sia gli interessi economici specifici delle diverse élite locali, sia quelli dei monopoli internazionali che in questi anni hanno investito miliardi di dollari in Afghanistan. È proprio questo il fattore determinante che in questo lasso di tempo ha portato gli USA ad identificare nei leader talebani l’interlocutore più valido ed effettivo per negoziare il ritiro militare e la continuità degli interessi americani nel paese per i prossimi anni.

Nota per il lettore. La dicitura “Emirato Islamico dell’Afghanistan” identifica quelli che i media chiamano “Talebani”. Utilizzeremo maggiormente questa dicitura in quanto è quella che viene effettivamente utilizzata in Afghanistan in tutti i comunicati da loro prodotti in questi anni. Se il nome rimanda apertamente all’esperienza di governo della seconda metà degli anni Novanta (1996-2001), esso non è composto solamente dagli “studenti” – traduzione letterale di «talebani» – delle scuole coraniche sunnite appartenenti all’etnia pashtun, ma è riuscito ad accreditarsi anche nei confronti di élite locali di diversa etnia. Questa “svolta” è avvenuta principalmente a partire dal 2016, grazie all’operato del mullah Hibatullah Akundzada, guida religiosa, e del mullah Abdul Ghani Baradar, guida politico-militare.

La dicitura “Repubblica Islamica dell’Afghanistan” identifica, invece, il governo di Kabul sostenuto dalle truppe straniere nel paese e riconosciuto dall’ONU. La Repubblica Islamica nasce con la Costituzione del 2004, diretta evoluzione del governo di transizione instaurato dopo l’invasione delle forze NATO nell’autunno 2001. Ultimo presidente eletto è stato nel 2014 Ashraf Ghani.

LA POSTA IN GIOCO

Come è stato nell’ultimo mese distrattamente menzionato dai giornali italiani, l’Afghanistan è un paese con grosse riserve di litio, rame, ferro e delle cosiddette “terre rare”, con la quale si intendono un gruppo di 17 elementi che, a dispetto del nome, sono relativamente comuni (250 volte più comuni dell’oro) e diffusi, ma che solo in alcune zone sono sufficientemente concentrati da rendere conveniente l’attività estrattiva. Questi 17 elementi vengono utilizzati per loro particolari capacità nella produzione dei nostri smartphone, dei nostri computer e più in generale di componenti in tutte le apparecchiature tecnologiche. Cosa più importante in prospettiva, però, è il loro utilizzo nelle componenti delle macchine elettriche. La crescita della domanda di questi 17 elementi nel medio periodo è una certezza. Un esempio su tutti è la vendita di cellulari, che annualmente è salita dalle 120 milioni di unità del 2007 a 1,5 miliardi di oggi. Complessivamente, negli ultimi cinque anni sono stati venduti, dai 7 agli 8 miliardi di cellulari, che è un’approssimazione al ribasso per quantificare indicativamente quanti ne siano stati prodotti. Questo aumento di produzione è analogo per quasi tutti i prodotti tecnologici. Per questa ragione l’interesse per le “terre rare” è molto forte da almeno due decenni e costituirà uno dei principali terreni di confronto tra le capacità produttive complessive e di innovazione tecnologica dei diversi centri imperialisti.

I giornali italiani hanno l’abitudine di stupirsi al momento giusto per cose che avvengono già da anni o per notizie già conosciute da tempo. Forse il timore di spezzare la narrazione dell’esportazione della democrazia con notizie che sin dal 2007 sono di pubblico dominio (primo rapporto ufficiale americano sulle potenzialità minerarie afghane) ha scoraggiato i media dall’approfondire il tema in questi anni, nonostante uno dei più importanti giacimenti di litio sia situato proprio nella zona di Herat, di competenza italiana e sede del comando militare italiano.

Nell’aprile 2011, durante una visita ufficiale dell’allora ministro dello sviluppo economico Paolo Romani, venne siglato un protocollo d’intesa con il governo afghano per lo sfruttamento di idrocarburi nella provincia di Herat (l’ENI non manda mai l’esercito italiano troppo lontano dai pozzi di petrolio), lo sfruttamento delle già citate “terre rare”, grandi appalti di costruzione civile, la realizzazione di una rete elettrica e varie forniture. Il “Made in Italy” al suo meglio, se non fosse che per garantire con la forza gli interessi dei monopoli e far ottenere loro gli appalti sono stati spesi quasi 10 miliardi di euro e 53 soldati italiani siano morti per difendere questi interessi.

In quell’occasione il ministro utilizzò delle parole indicative della spregiudicatezza del capitalismo italiano e della reale natura dell’occupazione militare in Afghanistan. «Per lo sviluppo serve sicurezza», non a caso il biennio 2011-2012 corrisponde all’apice dell’impegno militare italiano in Afghanistan per numero di soldati e per costi annuali sostenuti per la missione militare (poco meno di un miliardo l’anno in quei due anni).

Una presenza militare massiccia che certifica l’incapacità di controllare effettivamente il territorio fuori dai principali centri urbani, rimasto esclusivamente nelle mani di una struttura di potere locale fondata sulle differenze etniche e sostanziata nella gestione effettiva dei cosiddetti “signori della guerra”, comandanti militari e politici che rappresentano di fatto la classe dirigente afghana. Molti di essi hanno assunto in questi anni anche incarichi di governo, all’interno di un contesto di scontro tra fazioni e riproducendo all’interno delle istituzioni afghane le divergenze di interessi economici sia fra i diversi gruppi di potere locali, sia fra i monopoli stranieri con i quali essi erano rispettivamente allineati.

È indicativo che gli USA, l’Italia, gli altri paesi della “coalizione” e tutti gli altri paesi coinvolti con massicci investimenti in Afghanistan, come la Cina, in questi ultimi anni abbiano manifestato le difficoltà a conseguire i propri investimenti proprio per l’incapacità del governo di esercitare un potere reale e, quindi, di doversi interfacciare sotterraneamente con le diverse fazioni locali, in un contesto di costante instabilità politica all’interno dell’esecutivo dove ministeri strategici passavano di mano di anno in anno, da una fazione a quella opposta, oppure rimanevano vacanti per anni, come successo dal 2016 per un ministero chiave come quello responsabile dell’estrazione mineraria.

I monopoli che in questi anni hanno acquisito importanti concessioni minerarie e sottoscritto numerosi contratti per la costruzione e la gestione di infrastrutture hanno dovuto negoziare, per garantire i miliardi spesi in investimenti, con i talebani le forniture necessarie e la sicurezza nei siti che il governo era incapace di garantire, dato che la gestione centrale poco ha potuto fare quando localmente il potere reale era esercitato da altri. Il caso di Mes Aynak, il più grande giacimento di rame non sfruttato del mondo e acquisito per 3 miliardi di dollari nel 2008 da due monopoli cinesi (Metallurgical Corporation of China MCC e Jiangxi Copper Corporation), a cui erano associate la costruzione di numerose infrastrutture per altrettanti miliardi, dove il governo afghano non è stato in grado di garantire la sicurezza e l’approvvigionamento e, quindi, nonostante il contratto miliardario stipulato non è ancora entrato in funzione. In quel caso le aziende cinesi, come in casi analoghi fecero aziende americane e di altri paesi, strinsero accordi con le élite locali e con i talebani per ottenere maggiori garanzie.

Nel 2016 i talebani pubblicarono un comunicato ufficiale in cui dichiararono che «L’Emirato Islamico non solo sostiene tutti i progetti nazionali che sono nell’interesse del popolo e determinano lo sviluppo e la prosperità della nazione, ma si impegna anche a salvaguardarli». Alla luce degli accordi di Doha e del ritiro definitivo delle truppe straniere è chiaro come l’Emirato Islamico si sia affermato nel tempo come interlocutore credibile agli occhi dei monopoli internazionali, ponendosi a difesa degli investimenti stranieri e riuscendo dove il governo della Repubblica Islamica ha fallito: dimostrare una capacità maggiore nel raggruppare e gestire gli interessi economici della maggioranza delle élite etniche e tribali assieme alla difesa degli interessi dei grandi gruppi capitalistici internazionali.

Questo comunicato mostra una volta di più oggi come gli accordi di Doha siano l’evento che ha concluso il percorso di accreditamento dell’Emirato Islamico e non un fulmine a ciel sereno. All’interno del comunicato vengono menzionati esplicitamente due progetti, che per la loro dimensione e per gli interessi in gioco sono stati evidentemente considerati dai talebani come cruciali per l’accreditamento internazionale. Il primo è lo sfruttamento del giacimento del già citato Mes Aynak con le infrastrutture collegate e il secondo, ad esso opposto, è il gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), finanziato dalla Asian Development Bank, di cui Giappone e USA possiedono le maggiori quote. Il progetto ha un grande interesse per gli USA, in quanto, pur non essendo direttamente coinvolti nella costruzione, ridurrà la dipendenza delle forniture russe e iraniane nella regione oltre a svincolare il Turkmenistan dalle proprie forniture alla Cina, che attualmente è pressoché l’unico destinatario del gas turkmeno (rappresenta l’85% dell’esportazione del paese centro-asiatico).

Tutelando un’opera di questo tipo l’Emirato Islamico si presentava – e oggi può farlo con maggior forza – come un attore in grado di rapportarsi con più interlocutori, senza essere, come i media italiani ed europei hanno cercato di dipingere, una nuova marionetta nelle mani di Russia e Cina. Cosa estremamente lontana dalla realtà dei fatti. Possiamo, invece, al contrario osservare come il processo che ha portato gli USA agli accordi di Doha sia stato animato proprio dal principio opposto: assicurarsi, dopo il ritiro delle truppe, la garanzia di un governo che fosse in grado di dare certezze sulla difesa degli interessi dei monopoli statunitensi nel contesto proprio della competizione inter-imperialistica con i monopoli russi e cinesi, che oggettivamente hanno subito questa transizione politica come una mossa offensiva in grado di garantire sia una posizione comunque di vantaggio per gli interessi statunitensi sia il disimpegno dal la costosissima occupazione militare.

GLI ACCORDI DI DOHA E LA LEGITTIMAZIONE POLITICA DELL’EMIRATO ISLAMICO

Negli ultimi anni l’Emirato Islamico ha dimostrato sia di saper esercitare il potere reale nell’interesse e nella tutela degli investimenti miliardi fatti dai monopoli in questi anni, sia di avere la capacità di comporre gli interessi di buona parte delle élite locali (i già citati “signori della guerra) attorno al proprio movimento, per una strategia nazionale complessiva che non si pone in contraddizione con gli interessi immediati o strategici degli USA e delle altre parti coinvolte. Questi elementi erano già sul tavolo da anni nella realtà dei fatti, gli accordi di Doha ne sanciscono il riconoscimento, non la concessione.

Il 29 febbraio 2020 a Doha, capitale del Qatar, Stati Uniti ed Emirato Islamico hanno firmato l’accordo per porre fine alla guerra in Afghanistan. A siglare il negoziato per le due parti sono stati Zalmay Khalilzad, Rappresentante speciale degli USA per la pace in Afghanistan, e il mullah Abdul Ghani Baradar, per l’Emirato.

Le trattative per la pace sono iniziate nel 2007 – per volontà dell’allora Presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan Hamid Karzai – e sono state più volte interrotte, l’ultima volta dopo l’attentato del 5 settembre 2019 che costò la vita a 12 persone, tra cui un soldato statunitense. Non è un caso che le trattative siano avvenute a Doha. Infatti, nel 2011 l’amministrazione Obama permise a una delegazione talebana di trasferirsi stabilmente in Qatar, per dare nuova spinta ai negoziati di pace. L’accordo del febbraio 2020 ha rappresentato per Washington la miglior opportunità per terminare la endless war, la «guerra senza fine» che iniziava a esser maldigerita dall’opinione pubblica per gli enormi costi.

L’accordo USA-Emirato Islamico aveva l’obiettivo dichiarato di gettare le basi per il raggiungimento della «pace totale», raggiungibile tramite quattro passaggi fondamentali: la garanzia che il territorio afghano non sarebbe stato utilizzato da gruppi o individui per compiere atti ostili contro gli Stati Uniti; il ritiro di tutto il personale militare e ausiliario straniero dal paese in tempi e modi prestabiliti congiuntamente; l’inizio di trattative tra l’Emirato Islamico e la Repubblica Islamica dell’Afghanistan; stabilire nelle trattative intra-afghane le modalità e le tempistiche per un cessate-il-fuoco permanente e definitivo.

I primi due passaggi sono stati quelli trattati nello specifico nei negoziati di febbraio, con una parte riservata alla mediazione statunitense per iniziare le trattative intra-afghane. Prima del 15 marzo 2020, il governo di Kabul liberò, infatti, 5.000 prigionieri appartenenti al movimento talebano (tra cui almeno 400 quadri politico-militari di primo piano) in segno di distensione, ottenendo dall’altra parte l’apertura effettiva delle trattative e il rilascio di 1.000 prigionieri. Già nel 2018, per favorire una ripresa delle trattative di pace, l’amministrazione Trump aveva fatto pressioni sul Pakistan per il rilascio del mullah Abdul Ghani Baradar, leader politico-militare dell’Emirato Islamico. Per quanto riguarda i fatti dell’ultimo mese, la parte più interessante è quella che riguarda il disimpegno delle forze NATO. Gli USA a Doha si erano impegnati nel ridurre le proprie truppe da 13.000 a 8.600 unità entro 135 giorni dalla firma dell’accordo. 14 mesi era, invece, l’arco di tempo entro cui il presidente statunitense avrebbe potuto decidere se ritirare completamente il contingente americano o mantenere una forza di presidio.

Il dato emblematico dell’accordo di Doha di febbraio era l’assenza del governo afghano riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla NATO. Nei fatti, la firma di Khalilzad a quell’accordo significava che gli Stati Uniti ritenevano fallito il progetto della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, incapace, come già detto, di esercitare effettivamente potere e di difendere quindi gli interessi in gioco. Il 14 settembre 2020 – dopo che gli USA avevano rispettato le clausole dell’accordo di febbraio – si sono incontrati a Doha rappresentanti del governo di Kabul e dei Talebani per avviare una transizione politica pacifica nel paese. Un accordo, tuttavia, non c’è stato a causa dei rapporti di forza in campo. Bisogna specificare che nello stesso governo della Repubblica Islamica non c’era una posizione omogenea di fronte alla possibilità di trattare con le forze del mullah Hibatullah Akundzada. Questo dimostra ancora una volta l’incapacità della Repubblica Islamica di conciliare interessi diversi ed esprimere posizioni univoche. Un’incapacità dovuta principalmente all’importante ruolo espresso al proprio interno dai partiti islamici, che già negli anni ’90, in funzione anti-talebana, avevano formato il Fronte Islamico per la Salvezza dell’Afghanistan, da noi conosciuto con il più rassicurante nome di “Alleanza del Nord”. Questi gruppi tribali, di etnia non pashtun, ma principalmente uzbeka e tagika, avevano avuto un importante ruolo di supporto nella prima fase di invasione dell’Afghanistan nel 2001 e i “signori della guerra” del nord avevano assunto incarichi di primo piano nel governo della Repubblica Islamica. Come Abdul Rashid Dostum, vicepresidente (2014-2020), Mohammed Fahim, ministro della difesa (2001-2004) e vicepresidente (2009-2014) e Ismail Khan, ministro dell’energia e dell’acqua (2005-2013).

In questa chiave si deve leggere la nuova “avanzata” talebana del 2021, sia militare sul territorio sia politica all’interno degli equilibri tra le fazioni, che ha portato alla conquista di Kabul tra il 15 e il 16 agosto. Le virgolette non sono casuali. L’Emirato Islamico ha vinto contro le truppe del governo Ghani, non contro i contingenti dell’Alleanza Atlantica. Non solo, l’avanzata è avvenuta passo dopo passo seguendo le aree da cui si stavano ritirando le forze della coalizione internazionale. Non c’è stata, quindi, alcuna disfatta militare della NATO: il ritiro di unità militari e civili è avvenuto seguendo gli accordi presi con l’Emirato a discapito del governo di Kabul. In data 23 agosto un portavoce del nuovo regime fondamentalista ha indicato che tutte le forze straniere dovranno ritirarsi seguendo gli accordi già presi entro il 31 agosto, scadenza concordata da Washington e maldigerita dall’UE. Gli Stati Uniti hanno rinnovato la volontà di rispettare la timeline anche durante la riunione del G7 convocata d’urgenza il 24 agosto per volontà del Regno Unito. Il 31 agosto, con la partenza dell’ultimo aereo militare statunitense, tutte le truppe NATO hanno lasciato l’Afghanistan.

Nel pomeriggio del 26 agosto due esplosioni hanno causato morti e feriti all’aeroporto di Kabul, assediato da tutti coloro che stavano cercando di lasciare il paese, mentre una terza sarebbe avvenuta verso le ore 20, secondo Russia Today. Il bilancio complessivo è di oltre 170 morti e oltre 200 feriti. L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS-K (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – provincia di Khorosan), organizzazione terroristica sunnita che opera in Asia centrale e che si autoproclama legata all’ISIS. Il portavoce dell’Emirato Islamico afghano, Zabinullah Mujahid, ha condannato fermamente l’attentato, dichiarando disponibilità a collaborare con la comunità internazionale per fermare il terrorismo. Il generale Kenneth McKenzie, comandante del Comando centrale USA, ha confermato la pista legata all’ISIS-K e dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con il nuovo governo afghano contro il terrorismo islamista.

Non tutto il paese aveva accettato senza alcun tipo di opposizione l’avanzata dell’Emirato. Una sacca di resistenza si era organizzata nel nord-est del paese. Il Panjshir, infatti, come già avvenuto negli anni Novanta, è insorto contro i Talebani. Ahmad Massoud – figlio dello storico leader anti-talebano Ahmad Shan Massoud – e Amrullah Saleh – ex vicepresidente della Repubblica Islamica – hanno riunito nel Panjshir ex soldati governativi attorno alla tradizionale posizione dei signori della guerra non pashtun (gruppo etnico maggiore, a cui fanno riferimento i Talebani). Da questa sinergia è nato il Fronte di Resistenza Nazionale dell’Afghanistan, a cui partecipano diverse forze islamiste. Quindi, si tratta di una resistenza che non mette in discussione la prevalenza della religione in ogni piano della società, ma che cerca di unire le componenti non pashtun presenti nel paese in uno scontro tra “signori della guerra”. Attorno al 5-6 settembre l’Emirato Islamico ha conquistato il Panjshir, dichiarando finita la resistenza nella valle, nonostante Massoud sia riuscito a fuggire sulle montagne e non intenda accettare la resa.

Non solo, dall’inizio di settembre in diverse città del paese si sono svolte manifestazioni di protesta da parte di donne, l’ultima il 6 settembre a Kabul. Si tratta soprattutto di lavoratrici, professioniste, impiegate in uffici pubblici minori, piccole imprenditrici. Le manifestanti rivendicano il diritto al lavoro, all’istruzione e alla partecipazione al nuovo governo del paese. Il portavoce dell’Emirato Mujahid ha già dichiarato che non ci saranno donne nelle posizioni di vertice del nuovo regime.

Il Segretario Generale dell’ONU Guterres ha convocato a Ginevra per il 13 settembre una riunione ministeriale ad alto livello degli Stati membri per discutere della situazione afghana. All’ordine del giorno ci sono il controllo dei flussi di profughi, gli aiuti umanitari e i rapporti con il neonato regime.

Ci sono alcuni elementi che sono fondamentali per comprendere cosa si cela dietro gli accordi di Doha. In primo luogo, le trattative sono state condotte per gli USA da Zalmay Khalilzad. Di origine afghana pashtun e di religione sunnita, Khalilzad si è formato a stretto contatto con Zbigniew Brzezinski, colui che spinse l’amministrazione Carter ad attuare l’Operazione Cyclone in Afghanistan, sostenendo i mujaheddin in chiave antisovietica. Uomo di primo piano della politica estera di Bush figlio verso il Medio Oriente e l’Asia centrale, vanta diversi detrattori sia negli USA sia a Kabul, specialmente tra le componenti non pashtun.

Altro elemento indicativo è rappresentato dalle clausole segrete all’accordo USA-Talebani, riportate dal Time a pochi giorni dalla firma degli accordi del febbraio 2020 da una fonte anonima della diplomazia statunitense. Tra queste spicca la possibilità per la CIA di operare nell’Afghanistan talebano per operazioni di “controterrorismo” con una presenza consistente di funzionari e addetti dell’intelligence. Clausola accettata dall’Emirato Islamico, ma tenuta segreta, secondo la fonte riportata nell’articolo, per scelta proprio delle élite talebane, che in questi anni di occupazione hanno utilizzato la propaganda anti-americana come elemento ideologico di massa. In questo modo gli Stati Uniti non lascerebbero completamente il paese e, anzi, potrebbero controllare eventuali ingerenze da parte di paesi in competizione con Washington nello scacchiere internazionale.

Terzo fattore da considerare è proprio l’operato di questi paesi. La Repubblica Popolare Cinese, che ha a cuore la stabilità dell’Asia centrale per quanto concerne la Nuova Via della Seta, si è detta disponibile a dialogare con l’Emirato Islamico a condizione che esso non dia alcun sostegno ai gruppi fondamentalisti islamici nella regione limitrofa dello Xinjiang. In maniera analoga si è mossa la Russia. Mosca ha inviato un contingente militare a sostegno dell’esercito del Tagikistan (che sostiene per evidenti continuità etniche la cosiddetta Alleanza del Nord), per evitare una destabilizzazione della regione a opera dei diversi gruppi islamisti, incluso il nuovo regime afghano. L’Iran, da parte sua, si è fatto promotore della ripresa delle trattative tra movimento talebano e governo Ghani nel luglio scorso, coinvolgendo anche l’India e provocando non pochi malumori negli USA. Inoltre, la Turchia – membro di peso della NATO – ha espresso la volontà di stringere rapporti con l’Emirato Islamico e di sostenerlo con truppe, tecnologie e conoscenze per garantire la transizione pacifica nel paese. Attualmente personale inviato da Turchia e Qatar sta garantendo il funzionamento dell’aeroporto di Kabul.

Quarto elemento, l’asse USA-UE-NATO non è mai stato pienamente compatto sul decidere cosa fare in Afghanistan. Lo dimostra ampiamente il G7 riunito d’urgenza il 24 agosto, dove le richieste britanniche di sanzioni contro l’Emirato Islamico sono state rimandate al mittente. Segnale da cui si può dedurre che membri del G7 hanno interessi economici in Afghanistan da tutelare senza stare a guardare il regime politico del paese, interessi che sarebbero minati da eventuali sanzioni. Inoltre, il governo Draghi si sta facendo promotore di una gestione della questione afghana in sede al G20 – di cui l’Italia ha la presidenza di turno – e quindi coinvolgendo paesi come Cina, Russia e India, i cui interessi sono tradizionalmente in competizioni con quelli euro-atlantici. Lo stesso Draghi si è detto pronto a discutere direttamente con il presidente cinese Xi Jinping delle prospettive che si aprono in Afghanistan.

In ultima analisi, bisogna tenere conto che l’Emirato Islamico non è spuntato dal nulla, non è emerso con forza all’improvviso negli ultimi due anni. Esso è stato una presenza costante in Afghanistan. Infatti, l’invasione NATO del 2001 non ha cancellato la presenza talebana nel paese. Anzi, negli ultimi vent’anni, con gli ovvi alti e bassi, si sono rapportati con esso le forze dell’Alleanza Atlantica, il governo di Kabul e i paesi che confinavano con le province afghane in cui l’Emirato era maggiormente radicato, Pakistan su tutti. Può essere utile fare degli esempi. Nel 2009 un’inchiesta condotta dal Congresso USA ha rivelato come l’allora neonata amministrazione Obama avesse promosso, di pari passo all’aumento delle truppe, una maggiore presenza di compagnie militari private – i contractors – che diventarono in quegli anni il primo contingente straniero in Afghanistan (ben oltre 100.000 unità). Non solo, tali compagnie pagarono di frequente “signori della guerra” di varie fazioni, inclusa quella talebana-pashtun, per garantire sicurezza e stabilità nelle province in cui operavano.

L’annuncio del nuovo governo dell’Emirato Islamico, a conclusione per processo di transizione concordato soprattutto con gli USA, ci consegna un’immagine nitida sia dell’ipocrisia della propaganda interventista nel nostro paese negli ultimi 20 anni sia di quanto in nome degli interessi dei monopoli internazionali si possa avallare, avvantaggiare e sostenere la possibilità di un governo così ferocemente oscurantista e anti-popolare. Le dichiarazioni di sdegno dei ministri contano poco, anzi nulla. Conta la realtà, le decisioni che vengono attuate o meno, e su questo piano tutti i paesi della “coalizione” hanno egualmente accettato da tempo questa transizione, facilitandone il processo. Come successo in passato nella storia dell’Afghanistan, e come ancora succede con modalità diverse anche nei paesi “occidentali”, si gettano milioni di persone e la loro stessa cultura nell’involuzione delle condizioni materiali. L’oppressione dei diritti delle donne non è infatti un elemento astratto o ideale, ma concreto, riguarda la condizione materiale. Alle limitazioni religiose corrispondono salari più bassi o inesistenti a fronte delle loro attività quotidiana, che assume quindi un carattere tanto più feroce tanto quanto la loro condizione di classe sia subordinata nel contesto della società afghana. Lo stesso vale per gli uomini, una società oscurantista come quella teocratica che si riaffaccia oggi in Afghanistan colpisce  ancora una volta soprattutto le classi subalterne rafforzando la natura coercitiva e classista della società.

AFGHANISTAN E LA PROPAGANDA SUI DIRITTI UMANI

In seguito all’ingresso delle truppe dell’Emirato Islamico a Kabul, il 15 agosto, i governi della coalizione internazionale impegnata in Afghanistan e i loro apparati di propaganda hanno dimostrato pubblicamente preoccupazione per il rispetto dei diritti umani nel paese, in particolare in merito alla condizione delle donne e dei rifugiati. Ad esempio, ha fatto il giro del mondo la foto di Clarissa Ward, corrispondente della BBC a Kabul, prima vestita normalmente e in seguito, all’arrivo dei fondamentalisti, coperta con il velo. Solo successivamente la stessa giornalista ha specificato che la prima foto era stata scattata all’interno di un edificio privato e che anche prima dell’arrivo dei talebani portava il velo nelle strade di Kabul.

Quotidianamente escono notizie sulla condizione delle donne in Afghanistan e sui rifugiati in arrivo in Italia. Questa grande campagna mediatica a cui assistiamo, sostenuta dai governi dei paesi impegnati militarmente in Afghanistan, omette consapevolmente di ricordare che i 20 anni di occupazione militare NATO non hanno assolutamente migliorato la condizioni dei diritti umani nel paese. L’invasione del 2001, che aveva l’obiettivo di colpire il regime talebano alleato con Al-Qaida (responsabile degli attentati dell’11 settembre), ha un bilancio complessivo di oltre 100 mila morti e oltre 1 milione di rifugiati.

I governi che oggi si strappano le vesti per i diritti umani in Afghanistan sono gli stessi che stringono accordi con Arabia Saudita e Qatar, paesi che applicano la Shari’a in modo analogo all’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Gli stessi statunitensi che versano lacrime di coccodrillo per le donne afghane sono quelli che negli anni ‘80 hanno finanziato attivamente i mujaheddin, i peggiori rappresentanti dell’oscurantismo religioso islamico, in chiave antisovietica. Per di più il governo fantoccio Ghani, gestito de facto dagli USA, si reggeva in piedi grazie agli accordi con i “signori della guerra”, figure tutt’altro che distanti dal fondamentalismo islamico.

Non ultimo in questo dibattito Roberto Saviano che ha lanciato una propria campagna, ampiamente ripresa dai media italiani, per denunciare il ruolo dei talebani nella coltivazione dell’oppio per la produzione di eroina. Lo scrittore, in video e articoli, ha spiegato che i talebani si finanziano con la produzione di oppio e che il ritiro della NATO porterà alla creazione di uno stato di narcotrafficanti, sottendendo l’idea che le truppe dell’Alleanza Atlantica abbiano provato a limitarne la produzione. Saviano dimentica di dire, però, che prima dell’intervento del 2001 i terreni coltivati per l’oppio in Afghanistan erano unicamente 8 mila, oggi sono 224 mila e in gran parte localizzati nei territori che erano controllati dalle truppe europee e americane.

Lo scopo di questa campagna mediatica sostenuta da governi della coalizione, apparati della stampa borghese e alcuni intellettuali, è proprio quella di legittimare e giustificare 20 anni di guerra che sono costati migliaia di miliardi di dollari. Gli 8,7 miliardi di euro che lo stato italiano ha speso per l’intervento militare sono soldi finiti direttamente nelle tasche delle aziende belliche a spese dei lavoratori italiani con cui si potevano costruire oltre 50 ospedali e centinaia di scuole pubbliche. La guerra in Afghanistan, che ha portato morte e devastazione a un popolo intero, è stata fatta a spese di chi lavora, ecco perché oggi i mandanti di questo intervento devono giustificarsi di fronte all’opinione pubblica.

La narrazione ipocrita sui diritti umani serve piuttosto a giustificare le reali motivazioni che hanno spinto i paesi della NATO a intervenire militarmente per 20 anni in Afghanistan. L’intervento militare ha causato milioni di sfollati, la condizione delle donne non è migliorata e il traffico di eroina è aumentato. La guerra organizzata dai paesi della “coalizione” è servita piuttosto per aggiudicarsi una posizione militare strategica nel cuore dell’Asia, un vantaggio non indifferente nello scontro inter-imperialistico con Cina e Russia. Quando il costo di quella guerra è risultato essere sproporzionato rispetto ai benefici di alcuni settori della borghesia e non più rispondente alle necessità della nuova fase di competizione internazionale, gli Stati Uniti hanno stretto accordi con l’Emirato Islamico, lasciandogli il controllo del paese. Secondo stime ufficiali l’intervento e l’occupazione militare sono costati complessivamente al governo USA almeno 2.000 miliardi di dollari. (una cifra enorme di produzione sociale che sottolinea ancora una volta l’irrazionalità del sistema capitalista e la capacità dell’attuale sviluppo delle forze produttive di poter garantire benessere per tutti i popoli del mondo N.d.A.). Il ritiro delle truppe NATO, ampiamente preannunciato dagli accordi di Doha, è funzionale a riassestamenti militari e per lo spostamento di risorse economiche e umane in altri scenari.

Non è possibile quindi sostenere l’assurda tesi di “grande sconfitta degli USA in Afghanistan”, quello a cui abbiamo assistito è stata l’applicazione di protocolli pianificati da tempo che, come già detto nell’articolo, hanno disimpegnato l’esercito statunitense, massicciamente dispiegato in Afghanistan (oltre 200.000 soldati tra truppe regolari e mercenari pagati dal Pentagono), mantenendo ampie garanzie nella difesa degli interessi economici e strategici nel paese e nella regione nel suo complesso. Liberando non solamente risorse economiche per ulteriori attività militari, ma anche dando la possibilità di dispiegare altrove le forze armate statunitensi.

Per questo è completamente fuorviante fare un parallelismo con il ritiro americano da Saigon nel 1975 e difficilmente si può configurare la “fuga” statunitense come una grande sconfitta dell’imperialismo USA alla pari con la grande vittoria popolare in Vietnam.

Gli indiscussi vincitori di questo conflitto sono stati i produttori di armi, di materiale bellico che negli ultimi anni hanno ricevuto centinaia di miliardi dalle casse degli stati della coalizione. In primo luogo, a farne le spese è stato il popolo afghano che continuerà a fare i conti con un paese gestito nel pieno oscurantismo religioso e con la perenne incombenza di nuovi conflitti armati. I recenti sviluppi in Afghanistan dimostrano per l’ennesima volta che la natura degli interventi militari imperialisti non ha nulla a che fare con il benessere dei popoli, né di quelli dei paesi aggressori, che vedono pagate le spese militari a sostegno degli interessi dei monopoli con il taglio sistematico della spesa sociale e dei propri diritti, e, ovviamente nemmeno, di quelli dei paesi occupati, che ricevono morte, sfruttamento e la perpetrazione del sistema di sopraffazione sociale, religioso ed economico. L’unica risposta realmente efficace e definitiva a nuovi conflitti e contro l’oscurantismo religioso è la lotta contro il capitalismo e i piani imperialisti.

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