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L’alternativa alla spirale reazionaria è la lotta di classe, non la pace sociale

La giornata del 9 ottobre è stata segnata dall’attacco contro la sede nazionale della CGIL, ad opera di militanti di estrema destra durante il corteo “No Green Pass” che sfilava per le vie della capitale. Si tratta di un avvenimento la cui gravità è stata ampiamente sottolineata, con facili richiami ai peggiori momenti del secolo scorso. Proprio su questo, vista anche la scelta della dirigenza CGIL di rispondere convocando una manifestazione “antifascista” a uso e consumo dei ballottaggi nelle elezioni amministrative, è opportuno aprire una riflessione.

Un primo punto è riflettere sulle ragioni per cui viene scelta la CGIL come bersaglio di un attacco di quel tipo. Su questo, anche a sinistra si sprecano le considerazioni sul ruolo odierno della CGIL e sul tradimento operato dai suoi vertici ai danni dei lavoratori. Tutte queste considerazioni sono più che opportune, perché i lavoratori oggi meriterebbero un sindacato che stia al suo posto di lotta mentre in tutta Italia arrivano licenziamenti e attacchi ai diritti, e non che sia disposto a sedersi al tavolo coi padroni senza fiatare e firmando tutti gli accordi al ribasso. Questo non cancella un dato: l’attacco si rivolge contro la sede di un sindacato e non contro la sede di Confindustria o un palazzo istituzionale. E tenuto conto della provenienza, si tratta di una dichiarazione di intenti politicamente poco fraintendibile. Nel mirino non c’è la specifica condotta della dirigenza CGIL, ma la CGIL come simbolo del sindacato in Italia. A ben vedere, quello che le formazioni di estrema destra hanno sempre attaccato è concetto stesso di sindacato e di organizzazione dei lavoratori. Un messaggio pericoloso, in un momento storico in cui, dinanzi alla ristrutturazione capitalistica in atto, a migliaia di licenziamenti ed alla durissima repressione che li accompagna, ci sarebbe davvero bisogno di un sindacato di classe forte e combattivo.

In altre parole, il terreno culturale che fa sì che in un corteo venga tollerato un attacco squadrista di questo tipo non è certo la coscienza di classe. Non sono avanguardie operaie che rifiutano la condotta sindacale dei vertici CGIL e la contestano. Il sentimento che emerge da quelle piazze è piuttosto l’equivalente sul piano sindacale di quel sentimento da “antipolitica” che abbiamo imparato a conoscere, anzi, è proprio l’onda lunga dell’antipolitica che si scaglia contro il sindacato. Quanto questo sentimento possa essere cavalcato dall’estrema destra e dalle forze reazionarie, in assenza di una conseguente organizzazione di classe, ce lo dice l’attualità politica europea degli ultimi 10 anni.

Proprio su questo punto bisogna fare chiarezza. Quelle di sabato scorso non erano manifestazioni fasciste, e alimentare questa narrazione sarebbe sbagliato. Alcuni, specie dal centro-sinistra, lo fanno consapevolmente, per interessi di campagna elettorale secondo un copione che si ripete da anni. Si tratta però di piazze dall’orientamento indubbiamente reazionario, che difficilmente si può negare con sofismi che sottolineano la differenza tra la protesta “no green pass” e quella “no vax”. Al netto di ogni giusta considerazione critica sulla gestione padronale della pandemia e sull’utilizzo politico del Green Pass da parte del governo Draghi per coprire le responsabilità politiche nella gestione dell’emergenza sanitaria, il dato maggioritario oggi è che chi sta in quelle piazze non vuole il Green Pass perché non vuole vaccinarsi, e invoca la “libertà” di non vaccinarsi a scapito della collettività, sulla base di concezioni irrazionali, antiscientifiche se non apertamente oscurantiste. E in un movimento dal carattere reazionario è normale e fisiologico che le organizzazioni di estrema destra abbiano campo libero e ricoprano posizioni di rilievo nella loro organizzazione (altro che “infiltrati”…).

Urlare al pericolo fascista è un’arma che torna ottimamente in favore delle classi dominanti invece, le quali possono giovarsene in più modi. Lo Stato può vendersi mediaticamente come forza sopra le parti, coerente con gli ideali antifascisti della Costituzione, ed alla coda di una simile immagine possono porsi quegli stessi partiti che governano da anni nell’interesse dei capitalisti. Il centro-sinistra utilizza il tema ovviamente per campagna elettorale, mentre Lega e Fratelli d’Italia usano l’ipotesi di applicazione della legge Scelba come leva per agitare la richiesta della messa fuori legge degli “estremismi di sinistra”, utilizzando la famosa risoluzione UE di equiparazione tra nazifascismo e comunismo votata a suo tempo anche dal PD. La vecchia logica degli opposti estremismi.

A questo si somma un altro piano di riflessione su cui non si può glissare. In Italia si grida al pericolo fascista in occasione di eventi, come quello di sabato scorso, dalla forte portata simbolica oppure contestualmente a fatti di cronaca che assumono un forte peso sui media. Ciò che invece passa sotto silenzio è l’autoritarismo quotidiano dello Stato e dei suoi apparati giudiziari e repressivi, che oggi è in crescita e colpisce i settori più coscienti – compresi quelli sindacali, per restare in tema – e va di pari passo con l’attacco padronale nei luoghi di lavoro. Il contesto sociale e politico dell’ultimo anno e mezzo ha visto, dallo scoppio della pandemia ad oggi, un’ondata di atti repressivi contro i lavoratori organizzati, aggravati dai recenti decreti sicurezza di Salvini che i governi successivi al “Conte uno” si sono ben guardati dall’abrogare. Da mesi si assiste a un dispiegamento crescente di forze dell’ordine per presidiare picchetti e scioperi, con violenze sproporzionate rispetto alle situazioni. Denunce a orologeria e teoremi giudiziari montati ad arte dalle questure contro movimenti di lotta che in alcuni casi si trovano addirittura accusati di essere associazioni a delinquere. Addirittura, attacchi squadristi organizzati dalle aziende contro i lavoratori in sciopero, dinanzi ai quali le forze dell’ordine presenti restavano a guardare, non muovendo un dito contro i mazzieri che massacravano i lavoratori. Lo scorso giugno, durante lo sciopero della logistica è stato ucciso un sindacalista, Adil Belakhdim. Eventi che sui media sono passati sotto silenzio, o addirittura sono stati distorti nel loro contrario (gli attacchi squadristi raccontati come “scontri tra lavoratori”, ad esempio), rendendo evidente come la morsa che i monopoli dell’editoria e dell’informazione mantengono sulla libertà di stampa sia parte integrante di un sistema di potere costruito per colpire e reprimere i lavoratori. Mentre avveniva tutto ciò i mezzi d’informazione, che non fotografano ma piuttosto plasmano il dibattito pubblico, hanno polarizzato il malcontento ed il dissenso sui temi del vaccino e del green pass. Su questo terreno, costruito ad arte dalla politica e dai media nell’ultimo anno e mezzo, è abbastanza scontato che le organizzazioni di estrema destra trovino terreno fertile, dimostrandosi utilissime alla tenuta complessiva del sistema nella loro funzione di indirizzare una parte del dissenso in una direzione apertamente reazionaria.

Analizzare questo quadro d’insieme è necessario per non sbagliare valutazioni su ciò che abbiamo sotto gli occhi. È difficile sostenere che oggi il capitalismo italiano ha bisogno delle organizzazioni fasciste per gestire la combattività operaia, come avvenne 100 anni fa. Gli apparati repressivi dello Stato svolgono già questo compito alla perfezione senza la necessità di un cambio di regime politico, mentre lo squadrismo antisindacale è organizzato direttamente dalle aziende e dalle agenzie private di vigilantes. Le vicende citate sono da sole più preoccupanti dei gruppuscoli di nostalgici del duce, che da anni vengono messi sotto i riflettori per convenienza politica. Oggi sicuramente conviene, sul piano politico, ridurre al fascismo ogni opposizione al governo Draghi, e in questo quei gruppi sono utilissimi. Ma serve mantenere lucidità. Il punto non è Forza Nuova, ma la spirale reazionaria che attraversa il paese nel suo complesso, che sposta a destra l’asse politico di un’Italia in cui posizioni sempre più reazionarie e autoritarie vengono espresse dagli stessi partiti di governo.

A questa spirale reazionaria si deve rispondere con l’intervento organizzato, cosciente, combattivo della classe operaia e dei suoi settori più avanzati, costruendo attorno ad essi un’alternativa riconoscibile e credibile alla polarizzazione tra i sostenitori del governo Draghi e i settori che vogliono costruire un’opposizione attorno a parole d’ordine arretrate, reazionarie e antipopolari. Dovere di tutte le forze comuniste e di classe è sostenere, promuovere, organizzare un ciclo di lotte contro la ristrutturazione capitalistica post-pandemica e l’attacco ai diritti che questa comporta, impedendo che il malcontento popolare venga neutralizzato e trascinato alla coda delle pulsioni irrazionali della piccola borghesia. Lo sciopero generale dell’11 ottobre, che ha visto l’adesione di centinaia di migliaia di lavoratori, è stato un momento importante e non scontato. Ora si tratta di andare avanti.

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