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Una vita senza violenza, un mondo senza sfruttamento

di Maria Chiara Verducci, Maria Serena Costantini, Tatiana Morellini, Giorgia Semetkova

Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una giornata simbolica importante, ma che non è sufficiente rispetto ai problemi che milioni di donne vivono ogni giorno. Essere una donna significa subire alcune delle peggiori forme di oppressione, violenza, disparità e discriminazione. Ancora oggi, nonostante ultimamente nel nostro paese si stiano facendo dei passi in avanti, spesso questa realtà viene sistematicamente banalizzata, strumentalizzata e messa in discussione, anche a livello di opinione pubblica.

A sconfessare le mistificazioni di chi non vuole riconoscere il problema, bastano alcuni dati. Sono 109[1] le donne vittime di femminicidio da gennaio 2021, 1 ogni 3 giorni, e le autorità registrano una denuncia ogni 131 minuti tra stupri, violenze e abusi. Ogni giorno 89 donne sono vittime di reati di genere in Italia: nel 62% dei casi si tratta di maltrattamenti in famiglia.

 I numeri risultano ancora più drammatici se si considera che purtroppo fotografano soltanto una parte del fenomeno, visto che in media solo un terzo degli abusi effettivamente commessi vengono denunciati. Una percentuale di omesse denunce merita di essere approfondita poiché svela ulteriori problematiche che fanno da contorno agli episodi di violenza e che rendono comprensibile come mai molte donne decidono di tacere in caso di abusi. Un elemento da considerare è sicuramente che molte violenze semplicemente non vengono percepite come tali né da chi le perpetra né da chi le subisce. Questo sia per via della parziale, spesso sbagliata e distorta rappresentazione della violenza nei media e nell’opinione comune, sia per la frequenza di episodi caratterizzati dal coinvolgimento di partner ed ex partner, parenti, amici e conoscenti, che a causa dell’elevato coinvolgimento emotivo vengono tenuti nascosti.

 In aggiunta, qualora la vittima decida di denunciare la violenza subita alle autorità, è costretta a dover sottostare alle tempistiche del sistema giudiziario, che impone – in base alla tipologia di reato riconosciuto – un periodo di tempo massimo troppo ristretto oltre il quale non è più possibile procedere legalmente.

Una simile imposizione, per reati che toccano così nel profondo la sfera intima di una donna, risulta evidentemente lesiva in quanto non tiene conto dell’impatto psicologico e biologico che una violenza comporta. Il sistema giudiziario italiano quindi, anziché garantire alla vittima la possibilità di metabolizzare il trauma e successivamente procedere giudizialmente, impone delle stringenti scadenze che indirettamente rendono più difficile l’utilizzo degli strumenti previsti dalla legge. Senza contare che, anche qualora si decidesse di sostenere una battaglia legale, si dovrebbero sostenere costi elevati, che nei fatti rappresentano una selezione di classe all’accesso alla “giustizia”, scoraggiato anche dal fatto che spesso la prospettiva è soltanto quella di ottenere meri risarcimenti in denaro. È il caso di tutti quei procedimenti penali che risultano improseguibili, in cui le vittime vengono invitate a intentare una causa civile, come avvenuto a centinaia di ragazze vittima di “revenge porn”. In altri casi, la causa civile resta l’unico modo per “ottenere qualcosa” dopo un processo penale conclusosi con un nulla di fatto, ma è chiaro che un indennizzo – il più delle volte irrisorio – non rappresenta un mezzo adeguato né ad ottenere giustizia, né a ristorare le spese effettivamente sostenute e soprattutto il danno subìto.

Un ulteriore enorme ostacolo di natura psicologica che spesso costituisce l’ostacolo più grande per chi è stata vittima di un qualche tipo di violenza, è rappresentato da tutte le pressioni che ci si aspetta di dover subìre una volta denunciato, sia a livello processuale che mediatico, ma anche da parte di medici, psicologi, psichiatri ed altri professionisti il cui compito dovrebbe essere quello di assistere la vittima di violenza. Infatti una donna che subisce violenza sa che sin dal momento iniziale della denuncia dovrà molto probabilmente andare incontro al cosiddetto “victim – blaming” o “doppia vittimizzazione”, termini con i quali si intende quell’insieme di atteggiamenti che, invece che imputare ed accusare il presunto colpevole, si concentrano sulla vittima stessa, indagandone ogni aspetto della vita privata, dei costumi sessuali, delle abitudini di vita ecc.., in modo da spostare il focus dal carnefice alla vittima[2], arrivando a colpevolizzarla al posto di chi ha materialmente commesso la violenza. A ciò, per i casi che finiscono per avere una risonanza mediatica maggiore, si aggiunge il biasimo da parte dei media tutti, per non parlare dell’ulteriore aggressione cui ci si espone sui social: titoli di giornale inadeguati, post sui social media in cui la vittima viene continuamente attaccata o come minimo screditata e non creduta, la violenza minimizzata sino ad arrivare ad esaltazioni del colpevole stesso. Tutti elementi che contribuiscono in modo estremamente rilevante sul peso e sulla pressione psicologica che una donna vittima di violenza subisce già solo per la violenza stessa che ha dovuto patire, scoraggiando a venire allo scoperto anche da prima di giungere in tribunale.

 Svolgere un’analisi complessiva sulla violenza di genere, oltre ad essere un compito particolarmente insidioso per la molteplicità delle forme in cui si esplica, è reso ancora più difficile dalla mancanza di dati aggiornati: basti pensare che l’ultimo rapporto Istat aggiornato sul tema risale al 2014, mentre è proprio negli ultimi anni che, a causa dell’uso sempre più massiccio delle piattaforme social, si sono sviluppate nuove tipologie di violenza e altre, come ad esempio lo stalking, sono state facilitate.

 Il lockdown, la convivenza forzata, la diminuzione delle interazioni sociali, la perdita del lavoro dovuti alla pandemia hanno contribuito all’incremento della violenza di genere. Nel 2020 le chiamate al 1522[3], il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%). La violenza segnalata quando si chiama il 1522 è soprattutto fisica (47,9% dei casi), ma quasi tutte le donne hanno subito più di una forma di violenza e tra queste emerge quella psicologica (50,5%). Riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il 12,6% nel 2019) mentre si attestano sugli stessi dati le violenze da parte dei partner attuali (57,1% nel 2020).

Spesso non si ha un quadro chiaro di quali siano effettivamente le forme di violenza che una donna si ritrova a subire nel corso della propria vita. Oltre alle tipologie di abuso più visibili ed esplicite, violenza fisica e sessuale, violenza domestica – strettamente legata alla violenza economica – molestie, catcalling e stalking, esiste tutto un macrocosmo di discriminazioni e violazioni della sfera morale, sessuale e psicologica che vengono taciute e che la legge e la società stentano ancora a riconoscere come tali: diffusione non consensuale di materiale intimo, giudizi e minacce online, violenza medica, ostetrica e ginecologica. Le donne, inoltre, quotidianamente sono costrette a subire commenti e giudizi indesiderati, spesso relativi alla sfera fisica, battute denigratorie e vari tipi di svalutazione e umiliazione verbale nella vita privata, nei luoghi di istruzione e sul posto di lavoro.

 Non è esente da problematiche connesse alla discriminazione nei confronti delle donne nemmeno il sistema sanitario, al quale non vengono indirizzati fondi sufficienti per svolgere attività di ricerca e aggiornamento su tematiche e patologie che interessano la salute femminile. La mancanza di risorse è anche legata all’arretratezza in ambito sanitario – e prima ancora accademico – che si rivede nell’estrema difficoltà per il riconoscimento di patologie mediche femminili quali endometriosi, vulvodinia, disfunzioni del pavimento pelvico e patologie dell’apparato genitale e riproduttivo femminile.

Nella violenza medica rientrano anche quella ostetrica e ginecologica. La prima consiste nell’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali che comportano la perdita di autonomia e la capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, con conseguenze che impattano negativamente sulla qualità della vita delle donne. Concretamente il fenomeno si esplica nella pratica di operazioni medico-chirurgiche e interventi di natura invasiva sul corpo della donna da parte del personale sanitario, manovre e interventi (come le episiotomie e le ricuciture) non sempre necessari o effettuati senza il consenso e l’informazione delle pazienti, ma anche tagli cesarei iniziati prima che l’anestesia facesse effetto o tagli cesarei ritardati o viceversa, epidurali negate nonostante le richieste o proposte insistentemente nonostante i rifiuti. Circa 1 milione di donne in Italia racconta di aver subito dal 2003 a oggi una qualche forma fisica o psicologica di violenza durante il parto[4]  Oltre a questo le pazienti riferiscono di aver subito maltrattamenti verbali, frasi offensive, rimproveri o inviti a partorire in fretta e in silenzio, quindi veri e propri episodi di violenza verbale e psicologica. In altri casi le donne denunciano di non aver ricevuto assistenza o di aver subito violazioni della privacy come visite ginecologiche davanti a sconosciuti o con le porte aperte.Un tipo  di violenza che evidenzia le mancanze del nostro sistema sanitario, in cui spesso ci si trova di fronte a situazioni di carenza di personale, non sufficiente nelle strutture in numero adeguato ad occuparsi nel modo più idoneo ad ogni partoriente.

Anche la violenza ginecologica si manifesta attraverso pratiche e manovre invasive effettuate durante le visite senza il consenso e l’informazione delle pazienti e con commenti e giudizi inappropriati legati al corpo e al comportamento sessuale, i quali provocano una perdita di fiducia verso il mondo della sanità e possano costituire un disincentivo nel sottoporsi in futuro a esami e/o controlli necessari per la prevenzione della salute. Esistono dei pregiudizi nei confronti della donna che non dovrebbero essere propri di professionisti, soprattutto in ambito medico.

 La forma più evidente ed eclatante di negazione dell’autonomia, della privacy e dell’integrità corporea della donna è sicuramente rappresentata dall’obiezione di coscienza nell’ambito sanitario pubblico, che rende quindi inapplicabile la legge 194, facendo ricadere il peso di questa scelta soprattutto nei confronti delle donne dei settori popolari, che non possono permettersi di sottoporsi a interventi in cliniche private. Dalle più recenti mappature a livello nazionale, nel 2019  la quota di obiezione di coscienza tra i ginecologi, ad esempio, risultava pari al 67 per cento a livello nazionale, mentre risultano in tutta Italia almeno 15 ospedali con il 100% dei medici obiettori. Un diritto fondamentale negato proprio da quelle stesse strutture che dovrebbero garantirlo, nelle quali invece del riconoscimento di un diritto ottenuto con la lotta di migliaia di donne si pratica la stigmatizzazione e la colpevolizzazione nei confronti di chi vuole interrompere la gravidanza.

Molto spesso inoltre non vengono considerate le conseguenze sulla salute fisica, sessuale e psicologica delle donne che tutte queste forme di oppressione e violenza causano. Le violenze hanno un impatto che va oltre il singolo momento in cui vengono compiute; condizionano infatti la crescita e tutta l’esistenza delle donne, anche attraverso l’interiorizzazione di un impianto sociale, economico e culturale, che ne relega la stragrande maggioranza ad una posizione di subalternità ed oppressione.

 Un’ulteriore mancanza in questo sistema economico riguarda ad esempio l’insufficienza se non la completa assenza di educazione sessuale, affettiva, al consenso e al piacere, che dovrebbe non solo partire dalle scuole, ma anche includere l’intero tessuto sociale, attraverso la promozione di forme di comunicazione mediatica e televisiva che possa promuovere un modello di sessualità sana e inclusiva. È fondamentale ad esempio che al giorno d’oggi si rinneghi una rappresentazione della figura della donna umiliante e svalutativa, promossa attraverso un modello comunicativo – spesso incentivato dalla stessa televisione statale- che oggettifica e mercifica la figura femminile. Pensiamo a quanti tra noi sono cresciuti con “le letterine” durante l’Eredità o le veline di Canale 5: quanto di queste immagini contribuisce effettivamente a costruire l’idea di una donna da considerare solo per la sua immagine? Quanto la sua immagine viene strumentalizzata per un discorso di audience?

Non raramente, inoltre, si dà spazio a discorsi violenti, discriminatori e denigratori, che vanno a biasimare e attaccare, anche violentemente, chi prova a far notare la scorrettezza delle rappresentazioni e delle narrazioni.

Questo tipo di comunicazione si nota anche e soprattutto nella descrizione delle violenze sessuali, fisiche e domestiche che risulta parziale e distorta che conduce anche alla mancata percezione della violenza come tale, portata avanti ad esempio nei telegiornali o nei talk show televisivi: un esempio recente quello di Barbara Palombelli a Forum e il “comportamento esasperante” di una donna vittima di violenza. Per la maggior parte dei media, la rappresentazione comune della violenza sessuale è solo quella che si esprime in maniera fisica, esplicita e visibile, spesso posta in essere da estranei, in circostanze fortuite, quando invece la maggioranza delle violenze viene compiuta da partner ed ex partner, amici, parenti, conoscenti, dunque in contesti in cui la vittima si sentiva al sicuro. Un maggior risalto viene dato poi alle violenze commesse dagli stranieri, sia perché rientrano in questa rappresentazione sia perché vengono strumentalizzate in senso razzista.

 Ad essere maggiormente esposte a queste, che sono solo alcuni delle principali forme di violenza di genere, sono le donne delle classi popolari che spesso trovano più difficoltà a uscire dai contesti violenti, sia per una maggiore dipendenza economica dal proprio partner che per la difficoltà di poter essere seguite adeguatamente dai centri antiviolenza costantemente sotto-finanziati.

Su questo pesano le responsabilità dello Stato e dei governi che si sono mostrati indifferenti e incapaci di voler affrontare realmente il problema, andando oltre una retorica buona solo per andare a caccia di voti.

 Secondo l’ultimo dossier di ActionAid, infatti, le cifre stanziate dal Ministero delle Pari Opportunità per i centri antiviolenza sono diminuite progressivamente[5] negli ultimi anni; al 15 ottobre 2021 le Regioni hanno erogato alle case rifugio e ai Centri antiviolenza solo il 71% dei fondi dell’anno 2017, il 67% di quelli previsti per il 2018, il 56% dei soldi disponibili nel 2019. Da un anno ad oggi poi solo il 2% della cifra totale stanziata per il 2020 è approdato ai centri e alle case: un ritardo che si somma alla condizione cronica di sottofinanziamento dei centri antiviolenza in Italia, che da anni reclamano maggiori fondi e aiuti da parte dello Stato.

Mentre i vari governi si sono limitati a provvedimenti di facciata o comunque parziali e del tutto inadeguati a contrastare l’aumento di casi di violenza, in realtà è emerso che da 4 anni a questa parte l’Italia non invia nemmeno al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa dati su come l’Italia stia cercando di colmare le gravi lacune riscontrate nelle misure adottate per la prevenzione, gestione e punizione della violenza domestica e dei femminicidi. È stato anche riscontrato dai dati risalenti al 2018 che metà delle denunce viene archiviata e nella restante metà le condanne sono poco più del 10%[6].

A completamento di questo quadro indecoroso, la notizia che, a pochi giorni di distanza dal 25 novembre, viene lanciato il cosiddetto “reddito di libertà”: una misura assistenziale di 400 euro al mese, da erogare per un massimo di 12 mesi, alle donne vittime di violenza in condizioni di vulnerabilità economica. Una vera e propria presa in giro da parte delle istituzioni se si considera che dei 3 milioni di euro totali stanziati ne potranno beneficiare solo 625 donne in tutta Italia. La misura risulta inoltre ulteriormente discriminatoria perché include solo le donne in possesso della cittadinanza italiana o le straniere aventi lo status di rifugiate politiche o di protezione sussidiaria. Per l’ennesima volta lo Stato applica delle misure di facciata senza andare alla radice del problema, umiliando ulteriormente le vittime di violenza con lo stanziamento di fondi irrisori buoni soltanto a ripulirsi la faccia.

 Ma ci aspettiamo davvero che i governi trovino una soluzione definitiva a questi problemi?

Nella loro incapacità di affrontare realmente il problema vediamo tutta la contraddittorietà del sistema che amministrano. Da un lato l’uguaglianza tra uomo e donna è stata messa all’ordine del giorno dallo stesso sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici e delle forze produttive. Nonostante, infatti, non siano stati ancora pienamente superati retaggi propri di fasi storiche precedenti, la comparsa della figura della donna lavoratrice e il suo massiccio ingresso nel mercato del lavoro rende evidente l’infondatezza di una tradizione che relegava la donna ad un ruolo di subalternità ed evidenzia anche l’assurdità del divario salariale tra uomo e donna. Dall’altro però la stessa struttura capitalistica della società si dimostra incapace di eliminare la violenza di genere perché non interessata ad abbattere le condizioni materiali dell’oppressione femminile – la divisione in classi della società – né a sradicare elementi di maschilismo diffusi  sia nella società che nella cultura, che sono sopravvissuti nell’evolversi del capitalismo e che alimentano ancora oggi la violenza.

In questo contesto non trova risoluzione, ad esempio, il problema del carico di lavoro domestico che spesso è interamente o quasi riversato sulle spalle delle donne, con conseguenze che si possono ravvisare o nella mancata occupazione femminile (a sua volta rilevante nella difficoltà a costruirsi un’indipendenza economica), o in un doppio carico di lavoro: in casa e fuori casa. Se da una parte il capitalismo ha introdotto a pieno titolo l’elemento femminile nei rapporti di produzione attualmente vigenti, dall’altra non è stato però capace di adeguare a questo cambiamento l’equilibrio nei rapporti di genere all’interno del nucleo familiare e nell’ambito della genitorialità e nella gestione della casa, situazione ravvisabile anche nel fatto che il congedo paterno non è ancora equiparato a quello materno.

Al di là di un avanzamento delle condizioni della donna nel capitalismo avanzato, i cui rapporti di produzione sono tali da farle assumere nel mondo del lavoro un ruolo formalmente parificato a quello dell’uomo, a livello sostanziale – nel sistema economico attuale – la donna resta inoltre un elemento meno produttivo e più costoso, non sempre idoneo a generare profitto.

 Per queste ragioni, non solo il capitalismo si dimostra, come sistema, incapace di risolvere il problema alla radice perché permane lo sfruttamento del lavoro che ne è alla base stessa, ma genera ulteriori forme di discriminazione e violenza. Infatti, se da un lato alcune delle vecchie forme di oppressione della donna vengono effettivamente cancellate, specie nelle loro cristallizzazioni giuridiche (si pensi, ad esempio, al fatto che il reato di violenza sessuale è attualmente contenuto nel codice penale tra i diritti contro la persona e non più tra quelli contro la morale pubblica) – in un processo molto più lento di mutamento della morale e della cultura – altre forme di violenza vengono invece riassorbite e rielaborate per divenire pienamente integrate proprio nella dinamica del potere capitalistico, come nuove forme specifiche di oppressione di classe.

Questo meccanismo fa sì che il sistema capitalistico, anche negli avanzamenti che ha prodotto, abbia comunque agito replicando le sue logiche, la sua etica e i suoi paradigmi sociali, che si esprimono ad esempio nella proposta di modelli di potere, sia maschili che femminili, caratterizzati da quegli elementi che sono considerati positivi nella società capitalistica: sopraffazione e sfruttamento dell’altro, arroganza, competizione sfrenata e necessità di affermarsi a discapito dell’altro. Comportamenti che è possibile ravvisare anche nelle donne che ricoprono incarichi importanti, spesso perché percepiti come unico modo per emergere nel mondo del lavoro: una riproduzione delle stesse forme di sopraffazione che subiscono.

Il capitalismo, quindi, non solo non elimina la prevaricazione che è il terreno fertile sul quale poggia la violenza di genere, ma la promuove e la diffonde anche tra le donne. Non elimina, chiaramente, neanche lo sfruttamento in ambito lavorativo, comune sia a uomini che donne, né tantomeno le discriminazioni specifiche della donna lavoratrice, quali la differenza di salario tra uomini e donne, la mancata parificazione del congedo di paternità con quello di maternità[7] e il problema della insufficienza degli asili nido[8].

 Si può notare allo stesso tempo che la società capitalistica non sia completamente restia ad accogliere determinate istanze del femminismo[9] odierno; negli ultimi anni infatti assistiamo alla promozione di modelli che si discostano dalla tradizionale figura dell’uomo virile e che si presentano quindi come “antipatriarcali e femministi” soltanto perché non rientrano nel concetto tipico di mascolinità fino ad ora dominante. Questo dimostra come il sistema, e molto spesso proprio il mercato, recepisca i cambiamenti di mentalità e di costume, e accolga questi nuovi modelli culturali ed estetici, ma ciò avviene perché assecondare l’emergere di altri modelli è funzionale anche solo a rispondere a pure esigenze di consumo. È evidente quindi come nel capitalismo persista da una parte l’idea del “maschio alfa” dominante, modello che continua a permeare trasversalmente tutti gli strati della società; dall’altra emerge un’altra figura di uomo che testimonia sicuramente il cambiamento di costumi attualmente in atto nella società, ma su cui il capitalismo applica allo stesso modo i propri schemi fondati sul profitto.

 Non si può parlare di violenza di genere quindi senza parlare anche della violenza esercitata dal capitale che oppone sfruttatori e sfruttati, oppressori e oppressi e che soprattutto contribuisce a perpetrare quel substrato culturale di violenza e barbarie in cui trovano pienamente collocazione anche gli episodi di violenza di genere. Un sistema in cui disoccupazione, precarietà e sfruttamento sono all’ordine del giorno, in cui un’istruzione di qualità sta diventando sempre di più un lusso per pochi, in cui persistono concezioni ideologiche arretrate e anacronistiche è un sistema che abbrutisce: è un sistema violento, che educa alla violenza.

Non è quindi possibile pensare che la lotta alla violenza di genere possa prescindere da quella in favore di un modello di società che elimini alla base lo sfruttamento e la sopraffazione.

Per rovesciare questo sistema serve il protagonismo diretto delle donne. Come comunisti e comuniste, crediamo che combattere la violenza contro le donne non significhi soltanto condannare e denunciare qualsiasi forma in cui questa si presenti, ma soprattutto condurre una battaglia serrata anche sul piano culturale, tra le fila della nostra classe e nella società intera. La lotta per l’emancipazione femminile non è contrapposta alla lotta di classe e a quella per una società diversa, ma ne è parte integrante e necessaria. Abbiamo bisogno di unità e organizzazione, c’è bisogno di tutte e tutti noi.

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[1]https://www.repubblica.it/cronaca/2021/11/23/news/violenza_sulle_donne_89_casi_al_giorno_draghi_aiuti_subito_e_un_crimine_odioso_-327428540/#:~:text=Sono%20109%20le%20donne%20uccise,%2C%20dell’8%20per%20cento

[2] L’Italia ha subìto negli ultimi anni più di una condanna da parte della Corte di Strasburgo per una serie di sentenze in cui la Corte ha rilevato dei passaggi che non rispettavano la vita privata e intima della vittima della violenza, e al contrario contenevano “dei commenti ingiustificati e un linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana”. (cit. Sent. CEDU sez. I, 27 maggio 2021, J.L. contro Italia). Inoltre la Corte, in sentenze che riguardano sempre violenze sessuali e molestie di altro tipo, ha più volte evidenziato violazioni del diritto penale italiano stesso, che prevede che domande sulla vita privata della persona offesa possano essere ammesse in dibattimento solo qualora strettamente necessarie a individuare elementi utili per la ricostruzione dei fatti.

[3] https://www.1522.eu/aumento-delle-chiamate-al-1522-nel-2020-rispetto-allanno-precedente/

[4] https://www.osservatoriodiritti.it/2019/12/09/violenza-ostetrica/

[5]https://www.corriere.it/cronache/21_novembre_20/i-centri-antiviolenza-nuovo-senza-soldi-solo-2percento-fondi-2020-arrivato-destinazione-e38c4a78-4a3f-11ec-9eeb-b1479f268b5b.shtml

[6]https://www.wired.it/attualita/politica/2021/05/05/donne-violenza-dati-italia-femminicidi-ministero-giustizia/

[7] In questo modo viene veicolato il messaggio che, in fin dei conti, siano le donne a doversi occupare dei figli e non l’uomo, il cui ruolo principale è quello di provvedere al benessere economico familiare

[8] La carenza di asili nido ostacola la possibilità delle neomamme di ricominciare a lavorare dopo la maternità, costringendole ad occuparsi dei figli e non risolvendo quindi il problema della disoccupazione femminile, ma alimentandolo.

[9] il termine al singolare sembra particolarmente adatto siccome il sistema capitalistico accoglie solo le istanze di uno specifico femminismo che è appunto quello liberale e borghese, non di certo un tipo di femminismo declinato in chiave marxista.

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