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Nuovi fondi alla ricerca: come e perché?

Non è cosa nuova che l’università e la ricerca costituiscano un settore dell’istruzione, o contiguo ad essa, particolarmente importante da gestire per le aziende. Da un lato il più alto grado dell’istruzione pubblica di questo paese, in tandem con la struttura delle scuole secondarie e i progetti di orientamento, determinano la possibilità di vedere soddisfatte le proprie richieste per volume di laureati “prodotti” aderenti ai profili professionali desiderati, oltre a premere per ritagliare la didattica dei corsi di studio su misura dei loro interessi. Dall’altro la ricerca pubblica è fondamentale per emergere nella competizione internazionale, consentendo di esplorare nuovi filoni di ricerca o di supportare i propri scaricandone però i costi sulla collettività e accedendo a strumentazioni, infrastrutture e professionisti che non sono alla portata di tutte le aziende. Questi aspetti dell’istruzione sono quindi costantemente soggetti a pressioni e indirizzi funzionali alle richieste delle imprese in una certa fase economica. Con questa chiave di lettura vanno interpretate le politiche del governo di turno.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un parziale rifinanziamento dell’università, nulla che facesse gridare al miracolo o che colmasse lo smantellamento dei governi Berlusconi e Monti, sia chiaro. Un lento incremento del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) che nascondeva però una ridistribuzione interna tra la Quota Base e quella Premiale. Tale ripartizione, accostata al meccanismo dei dipartimenti d’eccellenza, rende tutt’ora estremamente squilibrati i fondi e pone gli atenei in competizione, forzando uno sviluppo prioritario nei campi necessari ad accedervi.

Insomma il mercato richiedeva per lo più lavoratori dequalificati e maggiormente ricattabili, si potevano quindi ridurre tranquillamente i fondi per il funzionamento ordinario degli atenei e per garantire il diritto allo studio e così è stato. Non si poteva però rinunciare alla formazione di un certo numero, per quanto ridotto in proporzione, di tecnici altamente specializzati e professionisti della ricerca (specialmente in settori scientifici), motivo per cui sono stati indirizzati fondi in maniera prioritaria ai dipartimenti d’eccellenza e alle università più “produttive” con una Quota Premiale gonfiata a dismisura (rispetto alla Base). Dopo dieci anni il risultato è evidente: esclusione e abbandono universitario, decine di atenei in condizioni economiche gravi, qualità didattica e sostegno allo studio di basso livello, pochi poli d’eccellenza sparsi soprattutto al nord.

Oggi questa dinamica non è più sufficiente a soddisfare le richieste delle imprese. Sicuramente non nell’ambito della ricerca. Infatti la crisi, accelerata dalla pandemia, ha reso le aziende italiane ancor più aggressive nella competizione nazionale e internazionale, spingendo per implementare settori di R&S utili ad accaparrarsi nuove fette di mercato. Fenomeno tanto più forte quanto più sono pesanti economicamente gli ambiti di sviluppo, su tutti quelli legati alla transizione ecologica, digitale e delle telecomunicazioni. Per garantire risultati in questi campi è stata implementata una sezione apposita del PNRR, che non prova neanche a celare la sua funzionalità strutturale alle imprese italiane. Nel corso di novembre la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e soprattutto il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) hanno confermato le cifre preannunciate e lanciato numerosi bandi di assegnazione per i fondi stanziati.

Per dare una cifra complessiva di quale accelerazione sia richiesta il Programma Nazionale per la Ricerca (PNR) 2015-2020 prevedeva, oltre ai finanziamenti annuali del MUR ai vari enti, 2.5 miliardi di euro nei primi tre anni. Tra ottobre 2021 e dicembre 2022 vengono messi a bando quasi 11 miliardi, di questi molti fanno riferimento alla Missione4 – Componente2 (M4C2) del PNRR, Ricerca e istruzione -dalla ricerca all’impresa. In particolare 1.61 mld sono destinati alla creazione di almeno dieci partenariati estesi su quindici ambiti di ricerca in cui saranno coinvolti 2500 ricercatori a tempo determinato, tra cui: spazio, telecomunicazioni, energia, made in Italy, intelligenza artificiale, cybersecurity, farmaci RNA, agritech e mobilità sostenibile. Altri 1250 ricercatori e 1.60 mld andranno per cinque centri nazionali atti a preservare ambiti strategici e tecnologie chiave che hanno le seguanti caratteristiche “Elementi essenziali di ogni centro nazionale saranno a) la creazione e il rinnovamento di rilevanti strutture di ricerca b) il coinvolgimento di soggetti privati nella realizzazione e attuazione dei progetti di ricerca c) il supporto alle start-up e alla generazione di spin off”. Come se non bastasse ci sono 1.3 mld e 3000 ricercatori per la formazione di dodici ecosistemi dell’innovazione, legati ai territori, che dovranno tra le altre cose promuovere l’impresa giovanile e femminile. Per inquadrarli meglio leggiamo dal PNRR: “ogni progetto dovrà presentare in misura significativa i seguenti elementi: a) attività formative innovative condotte in sinergia dalle Università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; b) attività di ricerca condotte e/o infrastrutture di ricerca realizzate congiuntamente dalle Università e dalle imprese, in particolare le PMI, operanti sul territorio; c) supporto alle start-up; d) coinvolgimento delle comunità locale sulle tematiche dell’innovazione e della sostenibilità”. Si vanno ad aggiungere 1.58 mld per 30 infrastrutture di ricerca e innovazione che interverranno in asset fondamentali per imprese ed enti di ricerca sostenendo “la creazione di infrastrutture di ricerca e innovazione che colleghino il settore industriale con quello accademico”. Per essere ancora più chiari, in tre punti:

  • dotazione infrastrutturale, anche favorendo l’apertura delle infrastrutture di ricerca all’utilizzo da parte del mondo produttivo;
  • sviluppo di competenze (dottorati) dedicate a specifiche esigenze delle imprese, in particolare nelle tematiche del green e del digitale;
  • strumenti finanziari destinati a sostenere gli investimenti in ricerca e innovazione delle PMI.

Si potrebbe facilmente sintetizzare il tutto con la creazione di poli di ricerca, strutture, consorzi e percorsi di dottorato ad uso e consumo delle imprese private. Se nelle linee guida di ricerca PNR 2021-2027 non ci sono enormi modifiche rispetto a quello precedente la differenza sostanziale sta proprio nell’accelerazione del processo di privatizzazione e controllo della ricerca, fornendo anche maggiori strumenti e risorse.

Questo coincide appunto con la necessità di accelerare determinati processi. Facciamo alcuni esempi inerenti alla distribuzione energetica. Allo stato attuale le previsioni sul meteo sono meno precise dei modelli di sviluppo climatico su ampie scale temporali, la cosa crea problemi nella gestione della “produzione” di energia da fonti rinnovabili che non può essere predetta con sufficiente precisione. Rappresentando una quota ormai consistente, tuttavia non maggioritaria, dell’energia immessa nella rete nazionale una sua fluttuazione non prevista potrebbe non essere coperta dalle centrali a combustibili fossili, costringendo all’acquisto di energia da altri fornitori, cosa non conveniente. Per questo Eni ed Enel (appena entrata nel CdA de La Sapienza, più grande università d’Europa) hanno richiesto e ottenuto l’implementazione di nuovi corsi in fisica dell’alta atmosfera e meteorologia, i tecnici e gli studi in questo campo erano infatti insufficienti. A questo si somma la necessità di ripensare la rete energetica nazionale, eccessivamente centralizzata rispetto alle sorgenti locali delle rinnovabili. Su questo aspetto esistono indicazioni specifiche nel PNR “L’aggregazione di utenze con destinazione d’uso diverse (residenziale, industriale, terziario pubblico e privato) permette di bilanciare la domanda dell’energia nel tempo, riducendo l’intermittenza delle curve di prelievo e quindi limitando gli sbilanciamenti e la necessità di approvvigionarsi di energia altamente dispacciabile invece di massimizzare l’autoconsumo delle risorse interne alla comunità energetica”. Sull’adattamento delle reti è incentrata gran parte della ricerca in campo energetico.

Rimanendo in questo settore, Eni ha acquisito la maggioranza del consorzio di ricerca americano, di cui fa parte il MIT di Boston, che si sta occupando di ricerca e sviluppo nel campo della fusione nucleare. Recenti importanti risultati hanno permesso di annunciare la realizzazione di un reattore funzionante su scala industriale, non dimostrativo, per il 2031. Una svolta importante per la multinazionale energetica che ha sicuramente necessità di supportare e accelerare questa ricerca, cercando di sviluppare il maggior numero possibile di tecnologie proprietarie.

Parallelamente un progetto internazionale con sede in Francia, ITER, sta lavorando sulla fusione nucleare con ingenti finanziamenti pubblici. Questi generano commesse per la produzione di macchinari e tecnologie all’avanguardia di cui le imprese Italiane hanno beneficiato per 1.7 mld, più di qualsiasi altro paese. Questo mercato si sta allargando e certamente non vorranno perdere posizioni. Uno dei più articolati ambiti individuati come obiettivi per i partenariati estesi, quello dell’energia sostenibile, è incentrato sullo sviluppo della filiera dell’idrogeno (elemento non presente in forma molecolare “pura” sul nostro pianeta e dispendioso da isolare, ma fondamentale per la fusione e altre tecnologie). Leggiamo in M4C2 che “Il programma permetterà di avere a disposizione un portafoglio di metodologie e tecnologie in grado di sostenere la transizione energetica del Paese con conseguente sviluppo di prodotti, processi e servizi per l’energia mirati al trasferimento tecnologico nei confronti della filiera industriale nazionale, favorendo lo sviluppo competitivo e l’occupazione” in oltre “Una filiera nazionale per la produzione di idrogeno verde permetterà lo sviluppo di ulteriori filiere tecnologiche utili all’elettrificazione dei consumi finali presso i cittadini, nei settori del residenziale, del manifatturiero e dei trasporti”.

Ce ne sarebbero ancora di esempi da analizzare nei campi informatici, delle telecomunicazioni e della mobilità, tutti connettessi a specifici accordi tra università e imprese come quello del colosso cinese Huawei con l’Alma Mater di Bologna.

La strada segnata con il PNRR per la ricerca è fatta di interessi privati, che difficilmente coincidono con quelli collettivi, di ricercatori sempre più precari, di appropriazione dei risultati mentre i costi probabilmente ricadranno sui lavoratori come debito pubblico. Mai come prima è sotto gli occhi di tutti quanto sia necessario trovare nuove soluzioni, ma queste non potranno soddisfare i nostri bisogni se ricercate all’interno di questo sistema e dei confini imposti dai padroni per il loro profitti. I limiti sono ben evidenti guardando, per esempio, allo sviluppo vaccinale. Non è in discussione l’efficacia sul piano puramente clinico, ma la progettazione mirata alla messa in produzione nel più breve tempo possibile, per accaparrarsi ordini miliardari, ha generato vaccini costosi e complessi da produrre, praticamente impossibili da distribuire nei paesi più poveri e con scarse infrastrutture (senza contare il discorso brevetti), nonostante i fondi pubblici intascati. La conseguenza: miliardi di persone con non possono accedere alla vaccinazione, esposte a un rischio enorme in paesi dove il servizio sanitario non può assisterle. Questa gestione permette anche lo sviluppo di varianti potenzialmente peggiori. A Cuba, con meno risorse ma libere dalla logica del profitto, la ricerca pubblica ha prodotto più vaccini adatti ai bambini, facili ed economici da sintetizzare, stabili a temperature più alte e più facili da distribuire. Non ci sono dubbi su quale modello di ricerca coincida veramente con il progresso.

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