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Il messaggio lanciato dallo sciopero dei riders di Torino

Un successo. Così si può definire lo sciopero dei riders di Just Eat organizzato il 4 dicembre a Torino dai ciclofattorini organizzati nel sindacato SI Cobas. Sempre più lavoratori durante la serata hanno aderito allo sciopero, spinti dai propri colleghi in presidio davanti ai principali fast-food e ristoranti della città. Le consegne nella parte nord del capoluogo piemontese sono state quasi completamente bloccate, con l’applicazione del sito TakeAway.it che è andata in tilt.

I fattorini hanno deciso di scioperare di fronte all’assenza più totale di disponibilità da parte della multinazionale a discutere con loro dei problemi che riscontrano ogni giorno. Queste le rivendicazioni della piattaforma presentata dai riders: adozione integrale del CCNL Logistica e Trasporti, in modo da avere maggiori tutele e migliori condizioni di lavoro; mezzi di lavoro e kit di abbigliamento invernale fornito dall’azienda; migliore ripartizione delle aree di consegna nella città, per evitare spostamenti troppo lunghi; stop immediato delle consegne in caso di maltempo, per tutelare la sicurezza del lavoratore; rispetto per le disponibilità orarie date dai lavoratori ed eliminazione del sistema informatico che assegna più ore non a chi ne fa richiesta ma a chi ha più note positive; rimozione della consegna al piano per evitare il furto del mezzo e abbassare il rischio di contagi, nonché tamponi e DPI (mascherine, guanti, gel) a spese dell’azienda.

Tutte rivendicazioni più che ragionevoli, a cui nessuno avrebbe nemmeno il coraggio di opporsi. Eppure, questa è la normalità dei ciclofattorini. Basti pensare che sabato sera, in contemporanea allo sciopero, l’ennesimo rider ha avuto un incidente con un’automobile.

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Ma se questi punti sembrano ovvi, quasi scontati, la realtà vede le grandi piattaforme di food delivery cercare in tutti i modi di ostacolare la conquista di diritti da parte dei fattorini. In questo senso va letto l’accordo firmato nel settembre 2020 dai giganti del settore con l’Ugl Rider (l’Unione Generale del Lavoro è l’erede della neofascista Cisnal), un accordo che legittimava condizioni di precarietà, sfruttamento e competizione fra i lavoratori. Non a caso, come riporta il Fatto Quotidiano, di recente il Tribunale di Firenze ha imposto a Deliveroo di non applicare più tale accordo perché gli incontri tra aziende e Ugl sono avvenuti in segreto, rendendo di fatto tale sigla un sindacato “di comodo” delle multinazionali.

Inoltre, nella giornata di oggi la Commissione Europea approverà il pacchetto lavoro, con cui viene stabilito che i lavoratori di Uber, Deliveroo e delle altre piattaforme devono essere considerati lavoratori subordinati. Una proposta che, comunque, dovrà passare al vaglio della discussione nel Parlamento Europeo e nel Consiglio dell’UE. Solo allora, se approvata da entrambi gli organi, sarà una vera e propria a legge a cui gli Stati membri dovranno uniformarsi. Le aziende, per mantenere i fattorini nelle condizioni attuali, dovranno dimostrare che questi lavoratori sono autonomi. Tuttavia, essa non prevede l’obbligatorietà di un contratto a tempo indeterminato, passando la palla sui limiti temporali ai diversi ordinamenti nazionali. In Italia, a causa del Jobs Act, l’assunzione non potrà superare i tre anni ad esempio. Come specificato da Repubblica, in Italia il Tribunale di Palermo ha già riconosciuto come lavoro subordinato quello dei lavoratori delle piattaforme digitali, ma la Cassazione ha ribadito che il Jobs Act permette solamente di estendere le tutele dei lavoratori dipendenti senza, però, riconoscere la subordinazione.

Di fronte a una situazione tutt’altro che definita, lo sciopero dei riders di Torino lancia segnali importanti. Innanzitutto, perché dimostra che nonostante le piattaforme abbiano a disposizione una vasta platea di manodopera, se i lavoratori si organizzano sono in grado di bloccare il funzionamento del sistema di food delivery. E così facendo, i ciclofattorini torinesi hanno sfatato il grande mito che vuole dipingere i rider come persone disposte a tutto, senza alcuna consapevolezza della propria situazione, divise e in perenne competizione tra di loro.

I riders di Torino continueranno a riunirsi e organizzarsi per portare avanti la loro lotta, ma sono proprio loro i primi a spiegare che è necessario avviare un percorso di lotta a livello nazionale, in grado di mettere in collegamento le diverse situazioni, condividendo esperienze e mettendo in gioco tutto il potenziale che questa categoria può esprimere.

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