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«L’intero settore cultura è stato assoggettato al mercato». Intervista a “Mi riconosci?”

Una nostra intervista ad Andrea Incorvaia, tra i fondatori di “Mi Riconosci? – Sono un professionista dei beni culturali”, associazione nazionale composta da lavoratori e precari del settore della cultura. Abbiamo avuto l’opportunità di fargli alcune domande sulla condizione dei lavoratori dei beni culturali e sulle loro rivendicazioni.


1) Ciao! In veste di portavoce di “Mi riconosci?”, come prima domanda vorremmo chiederti da quale esigenza nasce il vostro movimento/associazione e, conseguentemente, quali sono le esperienze di vita e lavoro che accomunano chi ne fa parte?

Mi Riconosci nasce come collettivo nel 2015, da una costola del movimento universitario Link, come campagna sull’accesso alle professioni dei beni culturali (alcune riconosciute parzialmente dalla legge 110/2014), ma già si proponeva una generale critica alla situazione del lavoro nei beni culturali. Dopo la ribalta mediatica nel 2016, seguita alla denuncia del sistema di volontari del Servizio Civile per il Giubileo Straordinario, abbiamo continuato a crescere, dalla prima piazza sempre nel 2016, alla nostra prima assemblea nazionale nel 2017, fino ad arrivare alla sala stampa della Camera dei Deputati nel 2018 con la nostra proposta di legge sulla regolamentazione del volontariato culturale. In questi anni abbiamo continuato a manifestare, a proporre alternative per la gestione del sistema culturale italiano e, soprattutto, siamo diventati un movimento nazionale.

2) Spesso alcuni istituti culturali fanno vanto di riaperture o aperture prolungate grazie all’impegno di volontari e tirocinanti, una realtà che nel senso comune ancora non crea indignazione. Ci puoi spiegare bene quale realtà si cela dietro questa narrazione tutta rosa e fiori?

Nel 2018, come anticipato, abbiamo elaborato una proposta di legge sul volontariato culturale, che abbiamo presentato alla Camera dei Deputati in conferenza stampa. Si tratta di una proposta di modifica su alcuni articoli del Codice dei Beni Culturali e della Legge Ronchey che ad oggi permettono un abuso del volontariato culturale come sostitutivo al lavoro. Tali abusi possono avvenire proprio perché il volontariato culturale è attualmente de-regolamentato. In questo senso, la nostra è una proposta molto pragmatica, che ha l’unico fine di specificare le modalità di inserimento di volontari nei nostri luoghi della cultura, in termini anzitutto quantitativi, fissando un limite massimo di volontari in proporzione al numero di personale regolarmente assunto, ma anche in termini qualitativi, riguardanti le mansioni, perché crediamo che attività, come ad esempio quella della guida, della didattica, dell’inventariazione, richiedano competenze che vanno riconosciute professionalmente ed equamente retribuite.

3) I casi di precariato e sfruttamento si palesano tanto nel privato quanto nel pubblico, vittima di 30 anni almeno di tagli, esternalizzazioni e privatizzazioni volute indifferentemente da centrodestra e centrosinistra. Ci sai dire qual è la situazione contrattuale, salariale ed in generale lavorativa nel pubblico? E quali sono le vostre proposte per migliorare la situazione?

“Privato è meglio”, “i privati possono fare quello che lo stato da solo non riesce a fare”… Hanno provato a farci credere che il sistema culturale prima della legge Ronchey del 1993, che ha introdotto l’esternalizzazione dei cosiddetti “servizi aggiuntivi” nei musei, fosse insostenibile perché appesantito da troppe assunzioni pubbliche. Il sistema attuale invece ha già dimostrato ampiamente tutti i suoi limiti, esplodendo con l’emergenza pandemica. Da un lato, a causa delle mancate assunzioni e turn over, adesso il Ministero ha carenze in organico che nel 2022 arriveranno alle 9.000 unità, carenze che sono paralizzanti. Dall’altro, col sistema delle fondazioni partecipate si sono consegnate larghe fette del patrimonio a privati, che massimizzano gli utili, mentre tutti gli oneri sono allo Stato. A causa di questa deriva privatistica, cui risponde anche il sistema dei grandi musei autonomi, l’intero settore cultura, con buona pace del suo essere un servizio essenziale, è stato assoggettato a logiche di mercato con conseguenze devastanti sui contratti. Nel 2019 abbiamo fatto una grande inchiesta che ha mostrato le mille forme del precariato culturale in Italia, con grande impiego, indebito, nei musei di contratti come multiservizi (mense e pulizie) e servizi fiduciari (sorveglianza). Noi sosteniamo da un lato la battaglia civile per il salario minimo, dall’altro chiediamo che vengano applicate le forme contrattuali più consone, come il contratto Federculture, specifico per l’ambito: requisito immediato per arrivare al riconoscimento della professionalità di tutte le lavoratrici e i lavoratori del settore.

4) La situazione lavorativa che descrivi, insomma, rispecchia quella che vivono quotidianamente milioni di lavoratori in ogni altro settore, dalla sanità all’istruzione, dalla logistica al settore turistico e via dicendo. Tutto ciò conferma la necessità di estendere la lotta ad ogni categoria, voi come vi siete mossi o avete intenzione di muovervi su questo piano?

Se c’è una cosa che è diventata chiarissima in questi anni, grazie anche, più di recente, a casi eclatanti come quello del Collettivo di fabbrica GKN, è che unire le lotte, allargare le istanze è imprescindibile. La precarietà che viviamo purtroppo non è esclusiva del nostro settore. Si persegue un modello di sviluppo totalmente sbagliato che punta alla massimizzazione dei profitti e non al benessere collettivo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il covid ha solo accelerato un processo già ampiamente in atto.

5) In ultimo una menzione al mondo universitario, che prevede nei suoi ordinamenti lo svolgimento di una serie di ore curriculari di tirocinio: per gli studenti del mondo umanistico, queste si traducono in centinaia di ore tra biblioteche, musei e simili. Già nell’università si vede il sistema di sfruttamento che hai descritto fino ad ora dunque, come vi ponete verso questa realtà?

Negli anni le Università ed i governi hanno provato ad istituire una sorta di “patto” di integrazione con il mondo del lavoro, ma il tutto è stato svolto solo nell’interesse dei privati che hanno scelto di investire in questa integrazione e a danno degli studenti, futuri lavoratori. Il risultato evidente di questa scelta è stato anzitutto una richiesta di formazione iper-settorializzata da parte di enti e aziende, la cui richiesta di manodopera è stata supportata da legislazioni sul lavoro che hanno creato precarietà e lavoro povero. Le Università non devono essere degli uffici di collocamento, ma allo stesso tempo devono restituire quantomeno gli strumenti critici e di pensiero per approcciarsi al mondo del lavoro in maniera consapevole. Non è davvero più accettabile che i laboratori di sfruttamento partano dalle accademie: gavetta sì, sfruttamento no!

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