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Guerra, carovita e repressione. Traiettorie dalla Napoli che insorge

Migliaia di persone hanno invaso le strade di Napoli nella giornata di ieri, sabato 5 Novembre, rispondendo compattamente all’appello lanciato dal “Movimento di Lotta – Disoccupati 7 Novembre” e dal ” Collettivo di fabbrica-GKN “, sotto lo slogan “Mo bast…Insorgiamo!”. La manifestazione ha rappresentato un segnale importante, frutto di un percorso di costruzione portato avanti da mesi intorno a parole d’ordine di classe e conflittuali. Il rifiuto netto di pagare i costi della crisi e del carovita in continuo aumento, si sono saldati alla chiara opposizione verso la prosecuzione della guerra in Ucraina, denunciando la natura imperialista del conflitto, da cui gli strati popolari e la classe lavoratrice hanno tutto da perdere e niente da guadagnare.

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Nei vari interventi che si sono succeduti, un ulteriore messaggio è emerso in maniera evidente; quella di ieri a Napoli è stata una tappa di un percorso, non il suo punto d’arrivo. Vari sono stati infatti gli appelli a proseguire con lo stato di agitazione nei diversi contesti di lotta. Enrico Bilardo (Fronte della Gioventù Comunista – FGC) ha ricordato, ad esempio, che le scuole torneranno a mobilitarsi il 18 novembre per rivendicare l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha già segnato la morte di 3 studenti. Non da meno è stato poi il rilancio di una data fondamentale come quella del 2 dicembre, scelta per lo sciopero generale da tutte le sigle del sindacalismo di base che, come ha sottolineato Carlo Pallavicini (Si Cobas), dovrà concretizzarsi nel blocco della produzione e dello scambio di merci, andando poi a Roma il giorno dopo per una grande manifestazione unitaria in piazza. Ed ancora, importanti sono stati gli interventi di Eduardo Sorge, che ha evidenziato a più riprese l’importanza di una data di mobilitazione come quella di ieri, nata non saldando a freddo esperienze differenti, ma come risultato di un lungo processo che ha visto nascere, nel fuoco concreto delle lotte, un’unità di intenti, di idee e di azione tra i movimenti e le organizzazioni che hanno contribuito a costruirla, oltre a ribadire la necessità, in questa fase, di continuare a costruire l’organizzazione di lotta dei lavoratori in tutta Italia.

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Dopo aver attraversato il Porto, il corteo si è fermato in piazza del Municipio, dove i circa 10.000 che erano partiti si sono ritrovati per ascoltare gli interventi conclusivi, che hanno rimarcato, ancora una volta, come non possano essere gli strati popolari a pagare l’ennesima crisi capitalistica, scaricata sulle spalle della grande maggioranza della popolazione, mentre i padroni, italiani e non, continuano a riempire le loro casse e ad aumentare i profitti. Molto importante, inoltre, l’appello avanzato da varie realtà contro la repressione; un dato che oggi ci impone maggiore attenzione con l’ultimo decreto contro i rave-party, ma che le avanguardie di lotta presenti ieri in piazza subiscono violentemente da più di due anni, partendo dai governi Conte e passando per quello Draghi, con l’intento di disgregare e minare dalle fondamenta quelle realtà più conflittuali che ambiscono non solo ad un miglioramento delle condizioni di vita nel “qui ed ora”, ma ad un superamento di una società basata sul profitto e lo sfruttamento.

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Le avanguardie di lotta di questo paese ieri erano a Napoli, unite in una manifestazione che ha connesso le vertenze più conflittuali nate negli ultimi anni e coniugando su un terreno di opposizione di classe alla guerra, al carovita e alla repressione padronale, le lotte degli studenti, dei disoccupati, degli operai e dei movimenti che si battono per l’emergenza climatica, contro l’insostenibilità del capitalismo. E’ solo attraverso la lotta di classe determinata e organizzata che si potrà riuscire a invertire l’attacco che oggi viene portato agli strati popolari, con la consapevolezza che la giornata di ieri è solo l’inizio di un percorso più ampio che si dovrà continuare a costruire nei prossimi mesi.

Nessuna marcia della pace o slogan da anime belle dunque, ma la rabbia organizzata di disoccupati, lavoratori e studenti. Sono loro che hanno vissuto e continuano a vivere gli effetti più nefasti di questa crisi, di questo sistema ormai all’apice della sua putrefazione, ma sono anche loro che hanno dimostrato, con forza, di poter essere l’unica vera opposizione a questo sistema sociale e produttivo e alle politiche reazionarie e filo-padronali del nuovo governo. Perché se un’opposizione ci dev’essere, non potrà che darsi organizzando un’alternativa di classe, forgiata dalla lotta spalla a spalla di chi quotidianamente vive sulla sua pelle la miseria, lo sfruttamento e l’iniquità sociale.

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Un’opposizione che dovrà vivere nella realtà concreta, per scalzare l’ennesimo governo padronale da un lato, ma anche per denunciare l’opportunismo di chi, per anni, ha affamato la classe proletaria, difendendo le peggiori politiche antipopolari e che oggi si nasconde dietro manifestazioni e falsi proclami di “pace”, per poi continuare ad avallare politiche di riarmo volte ad alimentare la guerra imperialista in atto.

Per ciascuno di questi nemici, il messaggio è stato lanciato: la classe operaia è viva, e non accetterà ulteriormente di subire.

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