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La critica del militarismo americano in Starship Troopers. «Ognuno fa la sua parte. E tu?»

*di Francesco Raveggi

In una società a capitalismo avanzato, dove trionfa l’idea del privato sul pubblico, in cui, forti di un nazionalismo che fa leva sull’idea della propria nazione come faro del mondo, dove trionfa la retorica militarista ed imperialista di “difendere la democrazia” dai nemici esterni, non si può arbitrariamente tagliare con l’accetta, come invece vorrebbero i media mainstream, una pacifica e positiva era Obama da contrapporre alla violenta ed aggressiva era Trump. La realtà delle cose è che il culto dell’esercito – borghese -, della guerra e del diritto all’attacco preventivo è un qualcosa che è sempre stato insito nella mentalità statunitense, fin dalla nascita della nazione e agli albori del pensiero filosofico e politico del “propriamente Americano”.

La società statunitense, non è diventata una società militarista solamente perché l’amministrazione Trump ha deciso di innalzare ulteriormente il (già elevato) budget alla difesa. Guerre, invasioni, crimini contro l’umanità; sono tematiche cui siamo abituati a parlare ogni volta in cui si affronta la questione dell’espansionismo statunitense contro gli altri popoli e le altre nazioni del mondo. Ma, d’altro canto, la politica estera non è un qualcosa a sé stante, ma è piuttosto un aspetto politico che si inserisce in un quadro generale molto più ampio e se il popolo dello stato nord-americano ha progressivamente sempre più accettato gli interventi militari, complice anche un grado estremamente basso di coscienza politica e di classe, questo è in parte anche dovuto a particolari aspetti della vita quotidiana dei cittadini, abituati a vivere in una società dove la violenza provocata all’altro è tollerata e giustificata.

Specchio della società statunitense fu Robert A. Heinlein che, nel 1959, utilizzando la fantascienza come tramite per scrivere una sorta di manifesto politico (tema in lui ricorrente), scrisse Fanteria dello Spazio da cui, nel 1997, fu tratto un film per la regia di Paul Verhoeven, chiamato Starship Troopers, passato in secondo piano per via del cast poco conosciuto e guadagnatosi la nomea di “B-movie”, ma diventato, negli ultimi anni, un piccolo cult per gli amanti del genere.

Giovani, belli, forti e, soprattutto, pronti all’estremo sacrificio pur di difendere la “patria” – in questo caso il pianeta Terra e l’umanità intera. Questi sono i soldati, i cittadini, che vivono nel mondo del futuro. Lo sfondo socio-politico in cui si svolgono le vicende è lo stesso, tanto nell’opera cartacea quanto nella trasposizione cinematografica. Nel XXIII secolo, la Terra è stata unita in una grande Federazione mondiale, retta da una Repubblica militare, in cui la “Violenza”, presente in modo ricorrente come modus operandi e come sorta di entità sociale, è onnipresente e viene utilizzata ed incoraggiata come strumento di progresso all’interno della società. Le affinità tra le due opere, tuttavia, terminano qua, dando inizio ad un’interessante ribaltamento di valori e punti di vista.

Dove infatti Heinlein mostra in modo positivo e giusto determinati valori individuali e sociali, Verhoeven interviene a gamba tesa, arrivando al sopracitato ribaltamento riproponendo quei valori che lo scrittore promuove e portandoli all’estremo.

Entrambe le opere sono, per certi versi, manifesti politici degli Stati Uniti. Heinlein sfrutta il genere fantascientifico per presentare una sorta di società per lui ideale, dove tutto viene risolto tramite un ordinamento politico dove legge e giustizia regnano sovrane. Questo viene promosso anche tramite lezioni scolastiche, dove ai giovani viene insegnato il valore assoluto della forza e la differenziazione tra lo status di semplice “civile” e lo status di “cittadino”. Questa differenziazione classista della società, che nel libro l’autore tenta di nascondere maggiormente e che, invece, nel film viene molto accentuata, genera una differenziazione in termini di diritti sociali e politici: al civile non è concesso avere figli, poter votare, poter intraprendere la carriera politica e così via. Il cittadino, al contrario, ha ottenuto la cittadinanza, e gode di una serie di privilegi. Come si ottiene la cittadinanza? Prestando servizio nei vari corpi dell’esercito della Federazione o contribuendo al benessere della società con una sorta di “servizio civile” alternativo alla leva. E qui si arriva alla parte forse più interessante dell’opera: tanto nel film quanto nel libro, il regime politico che si è instaurato a seguito del “colpo di stato dei Veterani” non è un governo che può essere definito, in senso stretto, fascista.

La società di Starship Troopers è, sulla carta, perfetta: non avviene alcuna distinzione di sesso, etnia, religione. L’orientamento sessuale non è motivo di illegalità o di condanna morale. Coloro che decidono di prestare servizio per la comunità ottengono pieni diritti civili, perfino la possibilità di votare i propri rappresentanti. Quello che sta più sotto, tuttavia, e che costituisce forse il fulcro della critica – e, per converso, dell’esaltazione – che l’opera muove alla società, è il fatto che tutto questo abbia un prezzo e che nessuno se ne renda conto. Il Servizio non è obbligatorio, né viene propagandato in alcun modo (nel libro, addirittura, fare propaganda a favore del Servizio costituisce un reato), in quanto solamente coloro che hanno sviluppato una vera vocazione per il contributo alla collettività (intesa come entità-Stato) possono e devono prestare questo servizio. I civili intraprendono la via del Servizio per i motivi più disparati; da un preciso progetto di vita che necessità per forza di uno dei diritti garantiti dall’ottenimento della cittadinanza fino al voler innocentemente seguire una “moda”. E’ questo il caso del protagonista del film, il giovane studente Jhonny Rico che, una volta terminati i suoi esami, deciderà di entrare a prestare servizio nell’esercito della Federazione, all’interno del quale verrà assegnato al reparto della Fanteria Mobile, per seguire la sua ragazza, Carmen, desiderosa di diventare pilota dell’aviazione.

Una serie di vicissitudini porteranno Johnny sull’orlo dell’insofferenza, spingendolo sempre più verso la decisione di lasciare per sempre la Federazione ed imboccare la “via del fallimento” – l’abbandono del Servizio. Tuttavia, un meteorite proveniente da un sistema solare diametralmente opposto nella galassia al nostro sistema, probabilmente lanciato da una specie aliena aracnide, distrugge la città di Buenos Aires, dove risiedono i genitori di Jhonny. Spinto da odio e desiderio di vendetta, decide infine di rientrare nei ranghi dell’esercito e di proseguire il suo addestramento.

Tutta la struttura narrativa del film segue un filone di brevi intermezzi propagandistici della federazione che tirano un po’ le fila della trama ed inseriscono piccoli riferimenti alla vita quotidiana dei cittadini della federazione. Lo spettatore del film apprende le notizie sulla guerra dalla propaganda mediatica che viene innescata alla distruzione di Buenos Aires, sapendo che gli aracnidi hanno voluto attaccare l’umanità perché odiano gli umani. Per dichiarazioni stesse del regista, tuttavia, i primi ad inasprire il conflitto sono stati proprio gli umani che, in cerca di risorse da sfruttare, hanno colonizzato ed occupato pianeti nello spazio degli aracnidi.

La Federazione umana è un’unione di nazioni tecnologicamente avanzate, che hanno già raggiunto la capacità di utilizzare il volo spaziale per muoversi perfino da una parte all’altra della galassia. La tecnologia bellica è progredita a livelli inimmaginabili. Eppure, nonostante tutto, assistiamo a  a tattiche inadeguate, armamentari desueti e l’abbandono della divisa mimetica in favore di una divisa grigio-nera (totalmente inutile in una campagna militare in pianeti deserti); tutti fattori che danno come unico risultato un’esorbitante cifra di morti, che sfora abbondantemente le centinaia di migliaia. All’aumentare dei morti, aumenta la propaganda governativa, che dispone di un numero sempre maggiore di “volontari” al servizio che, vedendo il numero dei propri compatrioti morti aumentare, aumenta il proprio odio verso il diverso e verso il nemico da distruggere, innescando così una reazione a catena inarrestabile, il tutto, però, rimanendo nell’ambito di un servizio di ferma totalmente su base volontaria, personale e “di vocazione”.

La conclusione del film, senza fare troppe anticipazioni, si ha quando i protagonisti riescono a trovare il mezzo tramite cui sbloccare la situazione bellica a vantaggio dell’umanità.

Molti personaggi muoiono nel corso degli sbarchi sui pianeti e delle battaglie, ma quasi mai un momento viene dedicato alla tristezza od alla disperazione per gli amici o gli amanti caduti in battaglia. I protagonisti, semplicemente, si lasciano andare tutto alle spalle, finendo, addirittura, in una sequenza in cui festeggiano e ridono tutti e tre insieme (Jhonny, Carmen e Carl, amico di entrambi), incuranti delle perdite e delle persone care abbandonate. Quella che potrebbe sembrare una semplice dimenticanza o inesperienza registica o di sceneggiatura, è in realtà un preciso passaggio di mutazione caratteriale dei personaggi, che, avvolti totalmente dalla guerra e dall’odio per l’alieno, sono oramai totalmente disumanizzati. Le vite dei singoli commilitoni, degli amici e delle persone care non contano più niente. La vita degli studenti che avevano appena concluso gli esami nelle prime sequenze del film non esiste più; esiste solo il Servizio, allo Stato e contro il diverso.

Nel primo periodo della sua uscita, l’opera di Verhoeven venne accolta con fondamentalmente due pareri discordanti: che fosse una celebrazione del fascismo o che, al contrario, ne fosse una satira. Solo quando il film uscì in DVD, con allegato il commentario del regista stesso, decise di uscire allo scoperto, dichiarando che “la guerra ci rende tutti fascisti”. Dichiarò pubblicamente, causando non poco sconcerto, che il suo ricorso all’iconografia ed all’immaginario nazionalsocialista non era messo né come satira né come critica del nazismo, bensì visto come “naturale evoluzione degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Ebbe poi modo di dichiarare “Ho sentito dire che il mio film sia stato chiamato con l’appellativo di Niente di nuovo sull’ultima frontiera – riferimento frutto dell’unione del titolo del celebre libro di Remarque, critico verso la guerra e la disumanizzazione che essa porta e da cui Verhoeven stesso ha attinto per determinati passaggi del film, con la frase topica dell’introduzione di Star Trek, serie fantascientifica -. Non è poi così lontano dalla verità.”

Quello che appare come un film fantascientifico leggero e al massimo un po’ ironico, è in realtà una delle più pessimistiche distopie degli ultimi decenni, proprio perché, lasciando da parte tanti cliché relativi ad una società “nemica”, oppressiva e dittatoriale, sviscera tanti aspetti di quella che è la nostra società, la società del capitalismo avanzato. Una società in cui 300 anni di violente guerre, distruzioni e sopraffazioni non possono essere spazzati via da un decennio di propaganda sul benessere seguita al crollo del campo socialista, proprio perché l’unico metodo che questa società ha per sopravvivere è depredare e distruggere, mandando migliaia e migliaia di giovani uomini e donne, disarmati di ogni coscienza politica (non perché oppressi, ma perché talmente inseriti ed appagati da diritti civili relativi da non riuscire più a vedere un’alternativa reale al sistema), a morire in luoghi lontani e sperduti per il profitto di un’oligarchia (militare, in questo caso) che da al popolo l’illusione di libertà. E così la società evolve, il capitalismo trionfa (pur modificando singoli elementi di sovrastruttura) ed il risultato che ne viene fuori, secondo il regista e seppur con delle modificazioni politiche che provocano un governo militare, è quello che abbiamo sotto gli occhi nel corso del film ed a cui, purtroppo, ci stiamo già iniziando ad abituare fin da adesso, nella realtà.

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