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L’aborto è una conquista delle donne lavoratrici (e non è un “omicidio”)

Ricorrono oggi i 40 anni dall’approvazione della legge 194/78, che riconobbe alle donne in Italia il diritto ad abortire. È ancora lunga però la strada per conquistare la piena applicazione di questa legge, e cioè la piena garanzia del diritto ad abortire gratuitamente e in sicurezza negli ospedali pubblici. La legge fu approvata in Italia in un clima di forte contrapposizione ideologica, contro un partito, la Democrazia Cristiana, legato a doppio filo al Vaticano e alle istituzioni clericali.

Il compromesso con il mondo cattolico portò ad una clausola che ancora oggi è utilizzata dalle lobby filo-ecclesistiche per cercare di negare alle donne il diritto ad abortire rendendo impossibile accedere a questo diritto. Si tratta, come già si sarà capito, della cosiddetta “obiezione di coscienza”, che sancisce la “libertà” dei medici di rifiutare di praticare l’interruzione della gravidanza. Questa “libertà” oggi si traduce appunto nella negazione del diritto sancito proprio da quella legge.

In Italia più del 70% dei ginecologi è obiettore di coscienza. Molti, a dire il vero, sono “obiettori” solo negli ospedali pubblici ma, con molta meno coscienza, praticano l’aborto nelle cliniche private per intascare più soldi. In numerose cliniche non esistono medici che praticano l’interruzione volontaria della gravidanza, e una ragazza che volesse abortire viene costretta a spostarsi altrove, spesso anche a cambiare regione. In molte regioni la percentuale supera di gran lunga la media: il record è quello del Molise, dove con il 96% di medici obiettori c’è un solo ginecologo che pratica l’aborto in tutta la regione. Una situazione ormai intollerabile, che rischia di cancellare un diritto riconosciuto dalla legge.

In occasione di questa ricorrenza, proponiamo due spunti di riflessione. Il primo relativo all’aborto come conquista storica delle donne lavoratrici e del movimento operaio, riconosciuto come diritto per la prima volta dalla Russia rivoluzionaria. Il secondo, sul dibattito bioetico e sull’analisi scientifica contrapposta alle convinzioni religiose.

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1) L’aborto è una conquista delle donne lavoratrici

Una cosa molto poco nota oggi è che la battaglia per il diritto all’aborto è appartenuta storicamente al movimento operaio e alle donne lavoratrici. Il diritto a disporre del proprio corpo e decidere se portare a termine o meno una gravidanza indesiderata, di poter pianificare la propria vita e il proprio futuro, si legava a doppio filo alla lotta per l’emancipazione delle donne operaie dalla loro condizione di subalternità e da un sistema – anche valoriale – che le relegava al ruolo di madri, mogli e “custodi del focolare”. È un diritto di cui chiaramente beneficiano tutte le donne, quale che ne sia la provenienza sociale (almeno in teoria, nella pratica, come abbiamo visto, è molto diverso), ma che per le donne operaie assumeva una connotazione doppiamente emancipatoria.

Il primo paese nella storia a riconoscere alle donne il diritto all’aborto è stato, non a caso, l’Unione Sovietica nel 1920. Anzi, ad essere corretti, si trattava della Russia rivoluzionaria, poco dopo la rivoluzione d’Ottobre guidata dai comunisti (l’Urss sarebbe nata solo nel 1922). Fu uno dei tanti primati dell’Unione Sovietica (il primo paese socialista della storia), molti dei quali relativi ai diritti delle donne. La Russia rivoluzionaria era stata, nel 1917, uno dei primissimi paesi a riconoscere il suffragio femminile e il diritto al divorzio (in Italia riconosciuto solo nel 1970); il primo a riconoscere la parità salariale fra uomo e donna, ecc.

Negli anni successivi, fra i primi paesi a riconoscere il diritto all’aborto spiccavano proprio i paesi socialisti. Nel 1956 tocca a Ungheria, Polonia, Bulgaria; nel 1957 l’aborto viene legalizzato anche dalla Cina maoista e dalla Cecoslovacchia. Per fare un paragone, basti pensare che il Regno Unito ha introdotto l’aborto nella sua legislazione solo nel 1968, gli USA nel 1973, l’Italia, come noto, solo nel 1978. Ancora oggi, in decine di Stati nel mondo, come Giappone, India e la quasi totalità degli Stati africani (esclusi Sudafrica e Mozambico), mediorientali e sudamericani, l’aborto non è un diritto riconosciuto, o relegato a casi eccezionali come quello di pericolo per la vita della madre. In Asia, il diritto all’aborto è una prerogativa delle ex repubbliche sovietiche (i c.d. “-stan countries”), dei paesi che hanno avuto o che mantengono ancora oggi un sistema socialista, e del Nepal in cui esiste una forte presenza e radicamento dei comunisti. Ancora, in America Latina, non è un caso che la repubblica socialista di Cuba sia il solo paese del continente, assieme all’Uruguay, a riconoscere il diritto all’aborto. Persino nella “progressista” Europa, esistono paesi come l’Irlanda e la Polonia (non a caso, due dei più cattolici) in cui l’aborto non è ancora un diritto pienamente riconosciuto nell’ordinamento.

Il diritto all’aborto, insomma, è storicamente legato all’avanzata del socialismo e del movimento operaio, affermandosi dapprima nei paesi socialisti, per poi approdare anche nelle società capitalistiche sull’onda delle lotte operaie e di quelle per l’emancipazione femminile. Ma anche l’effettivo riconoscimento e la piena garanzia di questo diritto oggi hanno un carattere di classe. La situazione italiana ne è una riprova. In contesti dove sono obiettori più dell’80% dei medici, dove per poter abortire bisogna cambiare regione o rivolgersi a costose cliniche private, abortire in sicurezza diventa una prerogativa di chi può permetterselo, e le donne che non possono si vedono precluso questo diritto, o peggio tentano di abortire con metodi clandestini e casalinghi, con enormi rischi per la loro salute. Lottare per l’effettivo riconoscimento del diritto all’aborto, oggi, è una battaglia per il progresso, per l’uguaglianza, contro la discriminazione e l’oscurantismo.

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2) L’aborto è un omicidio? Per riflettere contro il dogma religioso.

Su cosa si fonda la posizione degli anti-abortisti e del mondo cattolico, che considera l’aborto un “omicidio”? Sicuramente non sulla scienza. Un’altra cosa poco nota è che la dottrina cattolica, più in generale quella cristiana, condanna l’aborto sostanzialmente sulla base di un dogma religioso: quello dell’esistenza dell’anima. Per la dottrina vigente della Chiesa cattolica, ad esempio, la prima cellula umana frutto del concepimento (la cellula zigote, in termini scientifici) è già una persona, perché appunto con la nascita dello zigote nasce una nuova anima. Un dogma che sicuramente non ha nulla a che vedere con la scienza. Proprio sulla base di questo stesso dogma, gli obiettori cattolici spesso hanno negato (andando apertamente contro la legge) anche la somministrazione della pillola del giorno dopo, che non è un farmaco abortivo, ma piuttosto un contraccettivo d’emergenza capace di impedire una gravidanza conseguente a una fecondazione avvenuta fino a circa 72 ore prima.

Ovviamente tutto questo è ben distante dalla scienza. Da un punto di vista scientifico non ha senso pensare che la “vita” nasca con l’embrione. Questa è una concezione metafisica derivata dalla religione. La vita biologica, in senso stretto, esiste già prima dell’embrione. Uno spermatozoo, un ovulo, sono vivi, così come sono vive sono le cellule che compongono il nostro corpo ed è viva tutta la materia organica. La vera domanda, che è il vero tema della discussione bioetica, è quando si possa parlare di persona umana. Non è un caso se le leggi sull’aborto (quelle più avanzate, che risonoscono l’aborto su richiesta e non solo nei casi di pericolo per la salute, stupro ecc), individuano un periodo corrispondente ai primi mesi della gravidanza durante il quale è possibile abortire. Lo fanno sulla base delle analisi scientifiche, degli studi sullo sviluppo dell’embrione umano e del feto che individuano in quel limite temporale il passaggio da un semplice ammasso di cellule a un individuo, sulla base dei tempi di sviluppo del sistema nervoso centrale, dell’attività cerebrale e neuronale, della coscienza di sé, ecc.

Tutto questo, come si può capire, non ha nulla a che vedere con la concezione religiosa dell’embrione, anzi della singola cellula umana come individuo e della nuova vita intesa come nuova anima. La domanda che dovremmo farci è la seguente: è giusto che un dogma religioso che non ha nulla a vedere con la verità scientifica finisca per impedire un diritto che dovrebbe essere garantito in tutti gli ospedali pubblici?

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