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Corno-dAfrica

L’Italia costruisce una base militare a Gibuti.

da Redazione

Corno d’Africa vecchia passione italica, verrebbe da dire. Sebbene quasi nessuno lo sappia l’Italia aprirà una base militare in Gibuti, un piccolo paese delle dimensioni di una regione italiana situato sulla costa del Corno d’Africa, esattamente tra Eritrea, Etiopia e Somalia, la cui fortuna (o sfortuna) è di trovarsi sullo stretto che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano, un’area importantissima per i traffici marittimi diretti nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez.  Con un accordo siglato l’8 luglio 2012 tra il Ministro degli Esteri di Gibuti e un rappresentante del Ministero della Difesa italiano, lo stato africano cede in affitto un territorio nei pressi delle già presenti basi americane e francesi. Costo stimato per la cessione del suolo, 30 milioni di euro, per due anni, con un accordo rinnovabile successivamente.  L’apertura della base si inserisce in un sistema di relazioni più articolate che hanno portato il Gibuti ad ottenere dall’Italia una notevole quantità di armamenti. Secondo la spiegazione ufficiale la base italiana, in raccordo con le forze Nato che operano nella regione, servirà al pattugliamento delle coste e alla sicurezza delle navi in transito, messe a repentaglio dai pirati.  Nel Mar Rosso la marina italiana ha già una presenza a Sharm el Sheickh nell’ambito della Multinational Force and Observers è stata istituita a seguito degli accordi di Camp David del 17 settembre 1978 tra Stati Uniti, Israele ed Egitto.

Un interesse che inizia ad essere abbastanza forte, e che pone l’Italia al fianco delle forze della Nato, pronta a fare la sua parte e a ottenere la sua quota di bottino. Da poco sono stati scoperti in tutta la regione importanti giacimenti di petrolio, sia sul continente, che nel Mar Rosso; giacimenti che meritano questa “attenzione” delle potenze imperialiste, e su cui siamo sicuri che anche l’Eni riuscirà ad avere la sua parte. In secondo luogo l’asse imperialista tra USA e UE tenta di assicurarsi il controllo del Golfo di Aden, e l’accesso al Mar Rosso, anche in relazione all’importanza strategica del traffico mercantile (specialmente di risorse energetiche) che transita per lo stretto passaggio di mare. La scusa posta a giustificazione di un dispiegamento di forze militari così imponenti è quella dei “pirati”.

Ma chi sarebbero questi novelli Jack Sparrow che infestano il Mar Rosso e che assaltano tutte le navi occidentali? La realtà è come sempre molto diversa dalla finzione mediatica. I cosiddetti “pirati” non sono altro che il prodotto del colonialismo e dell’imperialismo, gruppi di popolazione che si sono trovati nel mezzo dei bombardamenti etiopi e americani, pescatori che si trovano a combattere con le flotte di pescherecci giapponesi ed occidentali che depredano il mare, gruppi armati che lottano contro i traffici di materiali inquinanti che uccidono quei territori. La realtà creata dall’imperialismo, che si rivolta contro di esso. Ma nell’era delle comunicazioni satellitari, del controllo del territorio, viene da chiedersi quale grande ostacolo sia la presenza di queste bande male armate e poco incisive di fronte al dispiegamento di forze che le potenze imperialiste stanno mettendo in campo. È evidente che ancora una volta i “pirati” sono solo il pretesto, il casus belli che diventa utile per dispiegare ingenti forze armate nella regione e imporre sotto il controllo imperialista di USA e UE quell’area.  I diretti avversari nello scacchiere mondiale delle nuove spartizioni se ne sono accorti forse un po’ tardi. Hu Jintao ricordò ad Obama, in occasione della sua visita a Pechino, che : «La lotta ai pirati non può prescindere da una collaborazione con Pechino» e anche la Russia ha aumentato la sua presenza di navi nella regione. Insomma tutti vogliono giocare alla caccia ai pirati.

 Tornando al nostro Paese è evidente come la torsione della Costituzione sia arrivata ormai ad un punto di rottura. Con le autorizzazioni concesse all’esercito di scortare le navi mercantili, l’idea della difesa “esterna” degli interessi nazionali, la teorizzazione del cosiddetto “mediterraneo allargato” come zona d’interesse ed influenza da estendere, anche il nostro paese affina le unghie nella competizione imperialista che va acuendosi. Lo fa inserendosi appieno sotto l’ombrello della Nato, e gioca il suo ruolo nella piramide imperialista ottenendo sempre la sua quota. Il divieto dell’uso della forza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, cede alla difesa degli interessi imperialistici dei grandi monopoli, che sono anche italiani…

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