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Electrolux e Almaviva: offensiva padronale e debolezze dei lavoratori

di Salvatore Vicario

Anche se già scomparsa dalle prime pagine dei giornali e dalle notizie dei TG, e dal commentario politico, la vertenza Electrolux è viva in tutta la sua drammaticità per i lavoratori degli stabilimenti di Forlì, Solaro, Susegana e Porcia, ma non solo; il piano della multinazionale svedese è parte della nuova offensiva dei monopoli industriali nel nostro paese che si dirige direttamente ai salari della classe operaia e del popolo lavoratore. Nel dettaglio la proposta del colosso degli elettrodomestici agli operai e operaie è stata:

–       Taglio del salario di circa il 50%

–       Riduzione ore lavorate a 6

–       Riduzione dell’80% del premio aziendale

–       Il blocco dei pagamenti delle festività

–       Il taglio del 50% di pause e permessi sindacali

–       Stop agli scatti d’anzianità

Il piano Marchionne col “modello Pomigliano”, dal dover esser una necessità contingente si trasformò in breve periodo nel “modello unico” delle relazioni industriali ratificato dalla triade sindacale CGIL-CISL-UIL, cancellando i diritti di rappresentanza e di contrattazione in ogni posto di lavoro, facendo fuori chiunque che, anche solo in parte, non sia d’accordo col volere del padrone. Il piano avanzato dall’Electrolux, è il suo proseguo che va a colpire direttamente il salario degli operai; seguono il motto di Helmuth Karl Bernhard von Moltk “marciare divisi, colpire uniti”, erodendo pezzo dopo pezzo le conquiste del movimento operaio, assestando il primo mortale colpo col piano Marchionne e affondando i denti adesso con il perdurare della crisi, con relazioni industriali del tutto favorevoli e l’aumento vertiginoso della disoccupazione che crea un enorme esercito industriale di riserva nazionale che si aggiunge alla concorrenza estera, che pongono l’operaio in posizione estremamente debole. Rapporti di forza che garantiscono alla classe padronale di imporre una “nuova linea contrattuale” per rimanere in Italia, basata sulla moderazione salariale e la flessibilità produttiva, riduzione della manodopera, se no potranno andar via dove il costo del lavoro è più basso, tradotto dove la manodopera costa meno e il plusvalore estraibile è maggiore garantendo la massimizzazione dei profitti per il capitalista, nel quadro della competizione sul mercato globale. Con l’Electrolux, marcia la flexsecurity italiana (massimo esponente Piero Ichino), ossia la deregolamentazione del mercato del lavoro nell’UE, per migliorare la competitività delle aziende sulle spalle dei lavoratori, dietro la retorica della lotta alla disoccupazione.

Il piano, al momento respinto dai sindacati, si basa infatti sulla necessità di ridurre il costo del lavoro per adeguarlo alle esigenze di mercato, e dal punto di vista politico ha trovato subito il sostegno del PD col ministro Zanonato: «I prodotti italiani nel campo dell’elettrodomestico sono di buona qualità ma risentono dei costi produttivi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, che sono al di sopra di quelli che offrono i nostri concorrenti. E’ necessario dunque ridurre i costi di produzione, in Italia c’è un problema legato all’esigenza di ridurre il costo del lavoro». Ancora più diretto è stato Davide Serra (PD) fondatore del fondo Algebris, piccolo imprenditore della finanza e investitore istituzionale molto rispettato nella City, storico consigliere e sostenitore di Matteo Renzi (tanto da elargire un finanziamento di 100.000 euro per la campagna delle primarie), dichiarando che l’azienda “per salvare il lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Nonostante sulle “questioni della politica” a livello parlamentare il M5S faccia mediaticamente e in modo decisamente folkloristico, la “guerriglia” come mediaticamente sono stati pompati dai giornalisti gli eventi parlamentari di questi giorni, nella concretezza del conflitto capitale-lavoro il loro leader Beppe Grillo (e di conseguenza il Movimento stesso) la pensa uguale al PD e ai padroni dell’Electrolux, affermando sul suo blog che: “Perché un’azienda straniera dovrebbe venire, o restare, in Italia? Se altrove il costo del lavoro è più basso, l’azienda andrà in Polonia, in Irlanda, in Romania, in Spagna e perfino in Germania “. Per il comico genovese non ha alcun senso prendersela con la “dittatura dei mercati” e della “Europa matrigna”, tanto meno con l’azienda che deve aver tutto il diritto al profitto nel quadro del mercato globale, dove il lavoratore è subalterno in una logica corporativista regolata dal mercato globalizzato e la cui vita ha senso solo se il diritto indiscutibile del padrone alla massimizzazione del profitto è garantito.

Per Electrolux il paragone diretto del “suo” lavoratore italiano è con quello polacco, il cui costo è di 7 euro l’ora, nella costante logica della concorrenza salariale verso il basso che non ha limiti nel mercato globalizzato. Basta vedere l’ultima grande delocalizzazione della multinazionale sud-coreana Samsung dalla Cina al Vietnam e considerando che le multinazionali come fonte di sfruttamento di manodopera a basso costo, hanno ancora quasi interamente un continente come l’Africa da sfruttare. Il massacro salariale che rende per l’operaio “semigratuita” la vendita della propria forza lavoro al padrone, per l’Electrolux non è ancora sufficiente ai suoi obiettivi competitivi e prevede quindi la chiusura anche dello stabilimento di Porcia con il licenziamento di 1.400 operai e operaie, e esuberi per Susegana (331), Forlì (160), Solaro (182).

Un’altra vertenza in corso da mesi, e poco conosciuta a livello nazionale, è quella dell’Almaviva in Sicilia, in particolare a Palermo, che coinvolge tra i 4.500 (Palermo) e i 6.000 (complessivi delle sedi di Palermo e Catania) lavoratori e lavoratrici. L’Almaviva è un colosso nei servizi di Customer Relationship Management, con presenza in diversi paesi, con la sede di Palermo, divisa in due stabili, che è la più numerosa in Italia. Il 30 Maggio dello scorso anno, azienda e sindacati confederali hanno siglato un accordo nazionale peggiorativo, sotto la minaccia di 2.000 licenziamenti sostituiti dai contratti di solidarietà, una riduzione in busta paga di circa 50 euro, l’esclusione della maggiorazione per eventuale lavoro straordinario svolto (come previsto dal nuovo contratto nazionale delle telecomunicazioni) e la “smonetizzazione della domenica” cioè chi lavora la domenica non avrà alcuna maggiorazione ma cumulerà ore fino a raggiungere un giorno libero. Qualche mese dopo questo accordo, l’azienda in Sicilia ha imposto (pena licenziamento) ai lavoratori a progetto la stipula della “conciliazione” che ha cancellato diritti quali le quote di anzianità lavorativa imponendo ai dipendenti la rinuncia a qualsiasi eventuale contenzioso in cambio dell’entrata nella lista che definisce le priorità di contrattualizzazione sui vari servizi. Ma per l’azienda il costo delle sedi siciliane è ancora troppo alto, minacciando la delocalizzazione se non gli sarà fornita gratuitamente una nuova sede unica da parte delle istituzioni locali, cosa puntualmente avvenuta con la proposta del sindaco di Palermo, Orlando, di destinare all’Almaviva uno stabile confiscato (ex sede Telecom), il cui adeguamento sarà a spese della collettività e donato all’azienda senza alcuna garanzia su licenziamenti o addirittura chiusure in futuro. Ma per l’azienda il costo del lavoro è ancora nel complesso alto, e potrebbe optare per delocalizzare una parte o tutto, all’estero (Albania e Romania) e/o in altre regioni dove assumerebbe nuovi lavoratori che partirebbero dal livello base, con un salario minore rispetto agli attuali, godendo degli sgravi fiscali per nuove assunzioni. Una ulteriore mossa per ricattare e colpire i salari dei lavoratori palermitani che lo scorso 29 Gennaio sono scesi in 3.000 in Piazza per chiedere un futuro lavorativo.

Sono solo due, delle tante vertenze aperte in Italia, dove ai lavoratori viene costantemente posta la pistola alla tempia per ridurre i loro diritti e salari in cambio di un potenziale futuro lavorativo. La cosiddetta “moderazione salariale” accompagnata dall’Unione degli Industriali alla proposta dell’Electrolux, prevede un taglio del 20% dei salari per le grandi imprese e del 10% per le PMI. Sotto lo spauracchio della crisi e del baratro della disoccupazione, in nome del dio mercato e della competitività capitalista, i monopoli industriali calano le loro mosse per attaccare i salari al fine di aumentare i propri profitti e scaricare sui lavoratori e sulla collettività i costi, approfittando della profonda debolezza a cui è ridotto il popolo lavoratore.

L’offensiva padronale guidata dal piano dell’Electrolux, se passa senza l’opposizione forte dei lavoratori, costituirà come fu per il “modello Pomigliano” il futuro della contrattazione salariale per tutto il popolo lavoratore italiano, ingabbiato dalle Istituzioni e dai sindacati governativi nel dogma della competizione capitalista, dove o accettate i tagli salariali oppure “saremo costretti” a delocalizzare. La classe padronale sa bene che tra un salario basso o il baratro della disoccupazione, l’operaio per sopravvivere accetterà ogni diktat padronale, e in questo senso si muovono le Istituzioni e i sindacati governativi nei loro tavoli. Questo fa parte del progetto delle classi dominanti che prende forma con l’Unione Europea, blocco imperialista dei monopoli europei nella competizione globale, dove al proprio interno i forti squilibri salariali, in particolare con i paesi dell’est inglobati, fungono da pungolo per abbassare in ogni paese i salari degli operai e delle operaie.

La questione dal punto di vista della classe operaia, necessita di esser rovesciata rispetto a quella imposta dalla classe padronale e dalle forze politiche, sociali e istituzionali del capitale, sottraendosi al ricatto con la radicalità delle forme di lotta e delle rivendicazioni, nell’unità di classe a livello nazionale e internazionale al fine di cambiare i rapporti di forza mettendo in discussione i rapporti di produzione e la divisione capitale – lavoro salariato.

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