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1957: quando il PCI disse no all’Europa.

di Alessandro Mustillo 

segue dalla prima parte: http://www.senzatregua.it/?p=1097

A Giuseppe Berti intellettuale comunista, dirigente del partito e deputato alla Camera, è affidato il compito dell’analisi dei trattati, che a grandi linee sarà pubblicata sempre su l’Unità nei giorni del dibattito parlamentare. Bisogna tenere a mente che gli anni che precedono il voto sui trattati europei sono cruciali nello sviluppo storico successivo. La morte di Stalin nel 1953, con il XX congresso del PCUS, l’invasione dell’Ungheria e il progressivo distacco PCI-PSI, ma anche la questione del canale di Suez, con Francia e Inghilterra che ritirano su ordine degli USA le proprie truppe dall’Egitto.  Sullo sfondo dei trattati c’è lo scontro tra il blocco capitalista e quello socialista, la questione coloniale, e la conseguente perdita di territori per i paesi a capitalismo avanzato con i quali tenere livello di scambio economico. Il nuovo potenziale economico tedesco che viene ricostruito non ha territorio sufficiente essendo bloccata ad est dai paesi socialisti. La Francia sta perdendo il suo impero coloniale. Insomma alla radice del mercato comune europeo c’è la necessità di aprire quegli spazi economici che la divisione in blocchi e in parte la decolonizzazione fanno progressivamente mancare alle economie capitalistiche avanzate.

Oggi quando pensiamo all’Unione Europea siamo abituati a pensare ad un processo spontaneo dei popoli europei, a dimenticare la divisione della guerra fredda, e l’influenza di quella divisione sugli equilibri europei. Anche qui il passaggio del tempo distorce la verità, la mitologia  si sostituisce alla realtà. Allora al contrario i comunisti non avevano alcun dubbio sull’origine del processo di integrazione dell’Europa occidentale, che Pajetta definiva negli interventi alla Camera “la piccola europa”, proprio per metterne in luce la parzialità rispetto alla chiusura ad est. Si trattava di un processo voluto dal grande capitale e appoggiato con forza dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica per rispondere all’integrazione economica tra paesi socialisti all’est. Un progetto che teneva insieme interessi monopolistici del grande capitale, privato degli sbocchi naturali sul continente e sulle colonie, con quelli al riarmo specie della Germania in funzione anticomunista, nel quadro della comune alleanza militare con gli USA per il tramite della Nato.

L’analisi di Berti, che il deputato comunista riproporrà nei suoi interventi alla Camera è profonda, non scontata, minuziosa e chiarissima per quanto embrionale fosse lo stato del giudizio che allora si poteva dare sulla nascente comunità economica europea. E’ un’analisi che ha il pregio di parlare anche a noi, a sessant’anni di distanza, e che nonostante lo sconvolgimento politico ed economico che è avvenuto negli ultimi anni individua correttamente situazioni che ci troviamo ad affrontare quotidianamente.

I comunisti – dice Berti  – sono contro il MEC «perché sono contro il tentativo dei monopoli di asservire il progresso tecnico, l’automazione, l’energia atomica ai loro propri fini creando una comunità sovrannazionale sotto la loro direzione. E’ falso il quadro di un capitalismo ascendente e trionfante […] Si, c’è oggi una congiuntura favorevole, ma per quanto tempo? Il capitalismo esce da due catastrofi di colossale grandezza: la perdita di potere su quasi la metà del globo, la perdita di vastissimi territori coloniali. Ecco perché alla base del MEC esistono obiettivi elementi di crisi: si cerca un mercato più vasto perché si sono perduti i territori dell’Europa orientale e i territori coloniali; ma appunto per questo ci si contenta in senso antisocialista e antidemocratico e si approfondisce la frattura nel mondo e si domanda alle masse lavoratrici di pagare le spese di questa operazione.»

Berti affronta il quadro spinoso del rapporto sovranità nazionale apertura internazionale in modo chiarissimo, e con una capacità d’analisi che oggi non si intravede minimente nei dirigenti della sinistra radicale post-comunista e opportunista. Come si coniuga l’internazionalismo tradizionale del movimento comunista con la contrarietà al processo unitario tra i paesi europei? Un dilemma a cui ancora oggi in tanti non riescono a rispondere senza vedere contraddizioni, lì dove al contrario è lampante la soluzione al problema. I comunisti sono internazionalisti ma non per le unioni internazionali dei capitalisti. I comunisti sostengono la lotta comune in ogni paese del mondo, ma non per questo non comprendono quali processi si celino dietro l’integrazione europea. Oltre le illusioni e le favole, i comunisti guardano ai rapporti di produzione. E capita che il PCI venga accusato di essere “protezionista” da chi usa strumentalmente questo elemento per attaccare la posizione dei comunisti.

In aula Berti replica a queste accuse. «Non è vero che i comunisti pongano l’accento soltanto sui riflessi tariffari: è ridicolo sostenere che i comunisti sono “protezionisti”. Il problema tariffario esiste ed è grave per l’industria e soprattutto per l’agricoltura del mezzogiorno e delle isole: ma il problema più grave è che cosa il ceto privilegiato sostituisce al protezionismo tariffario. Esso sostituisce l’accordo sovrannazionale dei monopoli all’interno del MEC per schiacciare le masse lavoratrici, la piccola economia contadina per rendere impossibile o più difficile uno sviluppo sociale democratico. Non ha perciò senso dire che il MEC è una cosa e il capitale monopolistico un’altra: il MEC è la forma sovrannazionale che assume nell’Europa occidentale il capitale monopolistico. Ci si dice che in questa battaglia noi siamo isolati. Ma noi siamo in larga e qualificata compagnia: i lavoratori italiani, i piccoli e medi produttori economici, hanno già compreso quali gravi danni apporterà il MEC a loro e al paese. Noi non cesseremo la nostra lotta alla testa del popolo italiano.»

Un punto di grandissima rilevanza è il rapporto con il PSI in relazione al voto dei trattati. Nel 1957 il Partito socialista con un voto a maggioranza del suo comitato centrale (59 favorevoli, 13 contrari, 2 astenuti) decise di astenersi sul trattato istitutivo della CEE e di votare a favore di quello sull’Euratom. La decisione del PSI acuiva ulteriormente la frattura creatasi con il PCI al momento dell’intervento sovietico in Ungheria e costituiva una delle prime scelte che vedevano un voto sensibilmente differente tra PCI e PSI, con ripercussioni anche sulla CGIL. Il voto era il risultato anche dell’attività dell’Internazionale socialista che da mesi si era spesa fortemente per l’integrazione europea. Una parte di primo piano l’avevano fatta i socialisti francesi che dalla formazione del governo Mollet esercitavano insieme con i socialisti tedeschi una funzione di traino nel processo di costruzione del mercato comune. In Parlamento la scelta del PSI di astenersi fu oggetto di dure critiche del PCI ed in particolate da Pajetta che più volte interruppe Lombardi (PSI) mentre esponeva le motivazioni dell’astensione. Due episodi devono essere considerati per comprendere le preoccupazioni dei comunisti.

Il 21 luglio l’Unità apriva il giornale con un titolo a lettere cubitali: «Confindustria punta sul MEC per liquidare l’industria di Stato» basandosi sulle dichiarazioni di Malagodi, segretario del Partito Liberale «i cui legami con la Confindustria – scrive l’Unità – sono noti a tutti» Malagodi «ha mostrato con grande chiarezza il vero volto dell’operazione che il governo si accinge a varare. Infatti dopo le consuete, generiche espressioni di fiducia sul Mercato comune, come risolutore di tutti i principali problemi italiani […] Dai trattati –  egli ha rilevato –  non possono che derivare logiche conseguenze di politica interna poiché non è possibile seguire un indirizzo (che è quello della massima libertà ai potenti monopoli interni e internazionali) per applicare il Mercato comune e l’Euroatom, e uno diverso all’interno del paese.» Il segretario liberale aveva illustrato alla Camera la necessità di aprire una stagione di liberalizzazioni, dismissioni delle imprese di Stato e evitare ogni nuova forma di nazionalizzazione e aveva favorevolmente accolto l’astensione socialista, che testimoniava a detta di Malagodi, il fatto che i socialisti non erano più insensibili all’idea della libertà. Parole che al PCI suonavano come un forte campanello d’allarme.

La seconda questione riguarda la CGIL. La posizione del sindacato infatti era molto più simile a quella del PSI che non a quella del PCI, nonostante il Partito Comunista facesse di tutto per evitare che questa frattura si palesasse e avesse ripercussioni sull’unità della CGIL. Il 19 luglio la CGIL si era espressa a favore del processo di integrazione europeo, pur tuttavia mettendo in evidenza i lati negativi e indicando la necessità della lotta dei lavoratori contro le possibilità che tale processo si svolgesse in senso reazionario. Non ci fu nessuna polemica esterna. L’Unità pubblicò il dispositivo della CGIL come se nulla fosse, ogni commento dei comunisti riguardava le critiche contenute al MEC ma non si nominava mai il passaggio precedente. Ma se sulla critica comunisti e socialisti erano uniti, sulla posizione immediata erano su posizioni differenti. Il sì generico della CGIL restava ed era chiarissimo: «Nonostante gli inconvenienti di natura transitoria, (…) il Comitato Esecutivo ritiene che essa vada appoggiata e incoraggiata, perché può recare – in prospettiva – un contributo fondamentale e – in una certa misura – insostituibile allo sviluppo generale delle economie europee e al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori». La parte socialista della CGIL aveva fatto il suo, ma certamente Di Vittorio, con cui c’erano state frizioni interne al PCI sull’Ungheria, non l’aveva osteggiata troppo, probabilmente anche in accordo con il vertice del PCI che di certo non avrebbe consentito in quella fase una rottura dell’unità sindacale con i socialisti, proprio mentre quella politica sembrava irrimediabilmente compromessa. Ma con la neutralizzazione della CGIL, che si decideva di mantenere fuori dalla questione, il PCI veniva privato dello strumento più importante per la battaglia politica contro la CEE, che infatti non superò mai le porte del Parlamento. Come, e forse ancora di più che in altri casi, la critica parlamentare del PCI e l’opposizione è durissima, ma questo non porta a nessuna reale mobilitazioni delle masse lavoratrici.

Nonostante ogni tentativo comunista di modificare la posizione del PSI, di aprire contraddizioni in seno ai socialisti (che non avevano votato all’unanimità in comitato centrale ma con 13 contrari e 2 astenuti) mettendo in chiaro come fosse la Confindustria ed il grande capitale a volere l’integrazione europea, il PSI rimase sulla sua posizione. Alla Camera la mano tesa del PCI si tramutò in attacco esplicito, quando Lombardi intervenne contro Malagodi, sostenendo che la sua fosse una posizione ingenua e che lo sviluppo italiano nel mercato comune non avrebbe potuto fare a meno della direzione statale.

A Pajetta toccò l’intervento nella seduta del 25 luglio nel quale il PCI annunciava il voto contrario.  La polemica con il PSI è evidente fin dall’apertura. Dice Pajetta: «Alcuni giorni fa ci è stata rivolta una ingenua domanda dal giornale del Partito Socialista Italiano. L’Avanti ha domandato ai comunisti: ma credete davvero che risolverete i gravi, complessi problemi del Mercato comune con il vostro voto contrario? Noi non vogliamo rispondere con la troppo facile battuta: ma credete che questi problemi gravi, profondi, complessi si risolvano con un’astensione?»

Nel suo intervento Pajetta rimarca il giudizio del PCI con toni molto forti e netti. «L’esame della situazione e la stessa storia ci autorizzano quindi a porre queste domande: a che cosa servirà questo strumento, il Mercato comune? Chi lo impugnerà? Contro chi verrà impugnato? Noi il fascino di questo europeismo lo respingiamo e non possiamo allinearci dietro la stessa barricata per difendere gli interessi della Confindustria nel nostro paese. Sbaglia profondamente chi pensa che un’economia diretta da forze imperialiste possa essere un elemento di progresso nell’avvenire.»

Pajetta accusa esplicitamente Lombardi e il PSI di ingenuità rispetto alla natura reale del MEC anche in relazione all’intervento di Malagodi. «Non vedere questi pericoli, essere sordi a queste indicazioni significa voler soltanto appiccicare un cartellino con sopra scritto “speranza” a questa macchina al cui volante siedono forze ben precise: queste forze non dimentichiamolo, sono i Valletta, sono i Marinotti, sono i potenti monopoli tedeschi, sono quelle forze che appoggiarono ogni politica più retriva e più antipopolare, che oggi sostengono il mercato comune. Credo del resto che sia difficile che queste forze sbaglino quando uniscono il loro amore per il mercato comune al loro sogno di difendere una economia basata sulla proprietà privata e sul profitto monopolistico: perché è difficile pensare alla prospettiva di un’economia diretta senza le leve della tariffa doganale, dei contingenti, della politica valutaria. Le classi popolari all’interno del Paese e tutta l’Italia nell’ambito della “piccola europa” pagheranno caramente l’approvazione di questi trattati.»

L’intervento di Pajetta presenta alcuni passi che testimoniano quanto il PCI fosse consapevole di quello che il mercato comune avrebbe rappresentato. Pajetta esprime bene l’impossibilità dei popoli di scegliere un cammino differente da quello capitalistico una volta ingabbiati nel meccanismo del mercato comune. Un elemento oggi estremamente acuito dalla perdita della sovranità monetaria con l’introduzione dell’euro. La metafora della speranza e del volante poi, si addice davvero bene a quelle forze che pensano ancora di poter modificare dall’interno il corso politico della UE, nonostante l’evidenza di questa impossibilità.

La dichiarazione finale sul voto comunista è data il 30 luglio dall’allora capogruppo alla Camera Pietro Ingrao con queste parole: «Votando contro questi trattati intendiamo indicare alla classe operaia una prospettiva di autonomia e di lotta, intendiamo chiamare la classe operaia a battersi assieme a tutte le forze sane e minacciate da questi trattati per dare un corso diverso alla politica internazionale.» L’Italia entrava ufficialmente a far parte della CEE con il voto di astensione dei socialisti, con il voto contrario del PCI, unico partito italiano ad opporsi al processo di integrazione europea. Continua…

 

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