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La questione comunista oggi, 30 anni dopo Rifondazione

di Paolo Spena (segreteria nazionale FGC)

La tesi principale di questo articolo, scritto a pochi giorni dalla ricorrenza dei 30 anni dalla nascita del Movimento per la Rifondazione Comunista, è che i limiti che hanno caratterizzato quell’esperienza hanno continuato nel tempo a viziare i tentativi di tenere aperta un’ipotesi comunista in Italia, e soprattutto continuano a farlo ancora oggi. L’assenza di una vera rottura con l’opportunismo, che non è una attitudine umana ma una precisa concezione politica, ideologica e organizzativa, ha impedito il bilancio critico che sarebbe davvero necessario per avanzare. È al contempo una critica e un’autocritica e contiene dei giudizi che, specie a chi è stato parte di questa storia, possono apparire aspri. Il dibattito politico tra i comunisti in Italia lo è, quando è reale e non ammantato dai formalismi. L’intento è stimolare il dibattito e la riflessione collettiva, individuare i problemi che chiunque cerchi costruire una prospettiva comunista nell’Italia del 21° secolo dovrebbe porsi. In questo, la franchezza vale più dei formalismi e anche delle invettive. E credo sia questo lo spirito che dobbiamo avere nel confronto.

Era il 3 febbraio 1991 quando circa 90 delegati su 1259, al congresso della “Bolognina” in cui Achille Occhetto tramutò il PCI nel PDS, annunciarono in conferenza stampa a Rimini che non avrebbero aderito al nuovo partito. Una settimana dopo, il 10 febbraio, si tenne al Teatro Brancaccio di Roma la prima assemblea del “Movimento per la Rifondazione Comunista”, con un esecutivo provvisorio che avrebbe portato, nel dicembre dello stesso anno, al primo congresso del Partito della Rifondazione Comunista.

Quel percorso, e ciò che ne è scaturito poi, ha fallito nel compito che si era dato. Sarebbe in realtà interessante anche chiedersi quali compiti si fosse effettivamente dato; su questo torneremo tra poco. Ma è un dato di fatto che, 30 anni dopo, la classe operaia in Italia è molto meno organizzata, molto più debole, e non individua nei comunisti il proprio riferimento politico e il proprio reparto d’avanguardia. I partiti e le organizzazioni che si definiscono comuniste e che vengono, nel bene o nel male, dalla diaspora infinita di Rifondazione, sono oggi ridotte al lumicino e danno forse il peggiore spettacolo di sé quando si contendono tra loro percentuali insignificanti in questa o quella elezione regionale.

È una situazione che pesa e viene percepita oggi, nel momento in cui per l’ennesima volta ci ritroviamo a dirci che noi comunisti giungiamo impreparati dinanzi a un appuntamento storico, un nuovo approfondimento della crisi capitalistica accelerata dalla pandemia.

Certo bisogna ricostruire, aggregare, tornare ad avanzare. Ma si può avanzare a testa alta e senza voltarsi indietro e forti della propria storia solo se i conti col passato sono davvero stati chiusi. Rimettere insieme i cocci, ce lo siamo detti spesso, servirebbe a molto poco senza capire perché il vaso si è rotto. Ed è per questo che un bilancio critico, compiuto, maturo dell’esperienza storica del movimento comunista, compresa quella più recente, è non solo fondamentale, ma anche necessaria per chi si pone il problema di ricostruire oggi una presenza comunista in Italia che sia degna di questo nome. Con questo spirito è concepita la riflessione che segue.

Il vero e più grande limite che abbiamo ereditato da Rifondazione

In molti credono che il problema di Rifondazione fosse l’eterogeneità tra le diverse componenti che la animavano. Fuochino, ma non proprio. O meglio, è sicuramente una considerazione che descrive la realtà di un partito in cui confluirono davvero tante anime tra loro inconciliabili. Ma il punto è perché è successo questo. La ragione sta nei presupposti a monte su cui fu costruito quel partito. Il problema è aver concepito la “rifondazione” comunista come la costruzione di un partito di consenso attorno a una identità politica, cioè il volersi chiamare e proclamare comunisti, senza una vera sintesi politica sulle principali questioni strategiche e senza un bilancio della storia del PCI e dell’Unione Sovietica. Proprio la necessità di questo bilancio, anzi, veniva liquidata con l’idea di “rifondare” il comunismo stesso. Fu innanzitutto a causa di questa chiamata alla mera aggregazione identitaria se in quel partito si tentò di far convivere tutto e il contrario di tutto.

Mancarono, invece, la capacità e anche la volontà di costruire davvero un partito di lotta, un partito di classe che fosse realmente tale e non solo per autoproclamazione. Il PRC aggregò al suo interno, o esercitava ampia influenza, su settori importanti della CGIL e sulla quasi totalità del sindacalismo di base. Eppure, anche quel patrimonio fu concepito come un mero strumento utile a rafforzare l’immagine del partito e la sua proiezione elettorale. Ci si limitava ad utilizzare ciclicamente figure provenienti dal mondo sindacale come candidati di punta alle elezioni o per proposte di coalizione con il centro-sinistra, ma non si mise mai all’ordine del giorno quale dovesse essere l’iniziativa dei comunisti nei luoghi di lavoro e nei sindacati per il rilancio di un’offensiva di classe in senso conflittuale.

È un tema su cui vale la pena soffermarsi, perché ha afflitto non solo il PRC sin dagli albori, ma anche tutte le formazioni comuniste nate negli anni e decenni successivi. Ogni volta che si pensa di ovviare al problema – enorme – della riconnessione delle avanguardie politiche alla classe semplicemente facendo parlare un sindacalista da un palco o mettendolo in lista alle elezioni, in realtà non si sta muovendo un solo passo in avanti rispetto a ciò che già si faceva ai tempi della prima Rifondazione. Non è questa la strada.

La questione dell’aggregazione su base identitaria è ben descritta dalle parole di Armando Cossutta, vero padre del PRC prima e del PdCI poi, ricordate nel suo ultimo libro pubblicato (Una storia comunista, Rizzoli 2004). «Io non voglio scissioni, ma voi non potete impedirmi di essere comunista», è il succo dell’intervento di Cossutta all’ultimo congresso del PCI. L’assemblea al teatro Brancaccio che lanciò il Movimento per la Rifondazione Comunista viene descritta così: «Erano in tanti quelli venuti da altre città d’Italia per manifestare il desiderio e l’orgoglio di chiamarsi comunisti». Di questo si trattava: affermare un’identità politica che veniva mortificata dalla tramutazione in PDS, anche e soprattutto sul piano simbolico (l’abbandono del nome e del simbolo della falce e martello) che era stato il vero “shock” per decine di migliaia di militanti, più che sul piano politico visto che in realtà era la continuazione di una linea (nei fatti) socialdemocratica che il PCI aveva assunto già da decenni. Questa impostazione sarà una costante negli anni.

Il problema della ricostruzione comunista è stato costantemente concepito mettendo al centro l’esigenza di affermazione della propria identità politica, di autodefinizione volontaristica in cui chiamarsi comunisti era molto più importante del chiedersi cosa dovesse significare nel concreto. I giovani compagni che in questi anni si sono formati sui classici di Lenin, che discutono su cosa significhi nel concreto essere un partito di classe, essere organici alla massa, essere avanguardia, resterebbero spiazzati dinanzi alle parole che venivano usate da chi 25-30 anni fa cercava di tenere aperta un’ipotesi comunista in Italia.

Il risultato delle elezioni del 1992, che registrano un buon risultato del PRC che col 5,6% dei voti ottiene 35 deputati e 20 senatori, vede questo commento da parte di Cossutta: «Nasce dal popolo comunista, il popolo comunista è comunista e ha dato un grande successo al nostro partito […] Punte più avanzate dove c’è più forte il popolo comunista, la tradizione comunista». E a questo aggiunge, nel libro citato, che quelle elezioni dimostrarono «l’esistenza di uno spazio politico che Rifondazione poteva e doveva occupare a sinistra del Pds». Uno spazio politico. Potranno sembrare parole innocue, ma già quando si usano queste parole c’è un mondo. Intendiamoci, è ovvio che ciò che si muove nella politica borghese e sul piano elettorale influenza l’attrattività di un partito sul piano mediatico, in termini di consenso e riconoscibilità. Il M5S emerge quando centro-destra e centro-sinistra sostenevano insieme il governo Monti creando uno “spazio” per una forza basata sulla polemica contro la casta; il FGC si è affermato negli anni anche perché ha colmato il vuoto lasciato dallo svuotamento delle precedenti organizzazioni giovanili i cui gruppi dirigenti migravano altrove. Si potrebbero fare tanti altri esempi per ribadire che è ovvio che anche le condizioni oggettive di questo tipo hanno la loro importanza. Il problema è assumere questa concezione come unico orizzonte.

Il punto è che si diceva candidamente che l’obiettivo non era costruire il partito di avanguardia della classe lavoratrice, costituito cioè dagli elementi più combattivi di quella classe. Tutt’altro. Si concepiva il partito comunista come un partito che dovesse ritagliarsi uno “spazio” nella politica borghese, per capitalizzare sotto forma di deputati, senatori, consiglieri regionali, l’esistenza di un “popolo comunista” che permaneva in Italia, e che esiste ancora oggi in forma molto più ridotta. Un popolo fatto di milioni di persone che volevano bene a Berlinguer”, rimaste orfani del PCI e che avevano bisogno di una nuova “casa”, di un riferimento politico ed elettorale. Non si tratta – attenzione – di fare polemica sulle elezioni in sé, che da sempre sono contemplate nella tattica leninista – ma di capire che è esistito un problema enorme nella concezione stessa del Partito. Un problema che è figlio, ovviamente, di limiti politici e ideologici, ma anche e soprattutto del fatto che almeno allora questa prospettiva fosse resa materialmente possibile dall’esistenza di un popolo orfano del PCI.

L’esistenza di un attaccamento “emotivo” all’immaginario e alla tradizione comunista di una parte della popolazione italiana, per ragioni personali e di storia familiare, è un elemento di per sé positivo. È importante non fraintendere questo punto nella riflessione. Si tratta chiaramente di sacche in esaurimento, perché questo sentimento non si trasmette automaticamente alle nuove generazioni che non hanno mai visto né il PCI né il “popolo comunista”, ma è ovvio che ogni progetto di ricostruzione comunista deve saper valorizzare anche questo sentimento e tenere viva la tradizione comunista. È piuttosto la scelta di fondare su questa sensibilità la ragione stessa di esistenza di un partito che finisce per non avere nessun ruolo nella lotta di classe e nessuna “utilità” reale per la classe lavoratrice, che alla fine mortifica anche questo sentimento genuino e finisce per svuotare sempre di più un bacino che diventa sempre più residuale.

Questa impostazione errata è stata replicata in modo non dissimile pochi anni dopo con il PdCI, fondato dallo stesso Cossutta, Diliberto, Rizzo con l’obiettivo di sostenere il governo di centro-sinistra. Il paese intero guardò e ricorda oggi quell’operazione per quello che effettivamente fu: una scissione per sostenere una maggioranza di governo, come tante se ne vedono nella politica borghese. Ma tra i comunisti circolava anche un’altra versione. Il gruppo che diede vita al PdCI fece il capolavoro di presentare quella scissione come una difesa dell’identità e della tradizione comunista, contro le tendenze eclettiche di Bertinotti, considerato (non a torto) esponente di una visione antagonista e movimentista. «Era chiaro che Fausto Bertinotti intendeva cambiare la strategia di fondo di Rifondazione spostandola dal binomio “autonomia e unità” al terreno dell’antagonismo e del primato del movimento» – scrive Cossutta – «L’eredità comunista comincia a essere percepita come un fardello di cui sbarazzarsi per navigare nel mare magnum di un indistinto antagonismo».

Oggi potrebbe suonare strano il richiamo all’ortodossia e alla tradizione comunista per sostenere un governo di centro-sinistra, ma è un corollario fondamentale del “cossuttismo”: finché ci si chiama comunisti e si ha la falce e il martello, si può fare qualsiasi cosa, anche entrare in un governo che vota riforme antipopolari contro i lavoratori e partecipa alla guerra contro la Jugoslavia.

Da quelle vicende oggi andrebbe tratto un bilancio onesto. La segreteria bertinottiana di Rifondazione sancì indubbiamente un approfondimento del carattere opportunista di quel partito, l’abbandono ancora più marcato del marxismo-leninismo e dell’esperienza (più che della “tradizione”) del movimento operaio e comunista in favore di tendenza eclettiche, il cui risultato si può misurare oggi alla prova dei fatti. Ma se Bertinotti fu questo, il PdCI si distinse per la costante disponibilità nella partecipazione ai governi borghesi del centro-sinistra, per il costante sforzo nella legittimazione anche sul piano teorico di quella prospettiva. Se il movimentismo e l’antagonismo di Bertinotti erano la risposta sbagliata e sconclusionata a un problema reale (l’esigenza di una conflittualità anche solo simulata), chi invece fu costantemente disponibile alla compromissione con il governo nel nome dei superiori “interessi nazionali” e del contrasto al centro-destra, incarnò più di ogni altro l’essenza dell’opportunismo di quegli anni.

 

Rompere con l’opportunismo. Ne abbiamo sottovalutato l’importanza.

L’autocritica sull’opportunismo è diventata popolare tra i comunisti in Italia da quando le elezioni vanno male e non si riesce più a diventare deputati. Così è detta in modo un po’ brutale, ma il dato è davvero questo. Dovrebbe farci riflettere.

Dal 2008, anno della disfatta della Sinistra Arcobaleno con cui tutte le formazioni comuniste rimasero fuori dal Parlamento italiano, sono passati 13 anni. Non sono pochi, eppure il bilancio di quell’imbarazzante epilogo è ancora monco, parziale e viziato da un problema di fondo: si parla di opportunismo in modo più retorico che concreto. Nei fatti, è mancato un bilancio su cosa significasse davvero rompere con l’opportunismo. Questa questione è stata sottovalutata, e spesso si è pensato che enunciarla bastasse a produrre effetti.

L’opportunismo è una categoria ben precisa e rigorosa, per i comunisti. Lenin lo definisce come il «sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un’infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nell’alleanza degli operai con la borghesia, contro la massa del proletariato». O ancora: «La difesa della collaborazione delle classi, il ripudio dell’idea della rivoluzione socialista e dei metodi rivoluzionari di lotta, l’adattamento al nazionalismo borghese, il dimenticare il carattere storicamente transitorio delle frontiere di una nazionalità o della patria, la trasformazione in feticcio della legalità borghese, la rinunzia al punto di vista di classe e alla lotta di classe per paura di allontanare da sé le “larghe masse della popolazione” (leggi: piccola borghesia): queste sono, indubbiamente, le basi ideologiche dell’opportunismo». A leggere queste parole sembrerebbe di sentir riecheggiare alcune teorizzazioni che ancora oggi alcuni hanno il coraggio di presentare come “innovazioni” al marxismo.

Eppure, con un pressappochismo davvero ingiustificabile, la parola opportunismo viene usata da anni solo nel suo significato colloquiale riferita all’attitudine di singole persone (“tizio è opportunista”) che orientano la loro azione al proprio tornaconto, o come sinonimo di disponibilità alle alleanze col centro-sinistra. Chi la utilizza per il suo significato leninista viene poco compreso o accusato di muovere una critica personale a questo o quell’altro “guru” del comunismo italiano. Questo equivoco, che è teorico e ideologico prima di essere linguistico, ha contribuito a impedire un bilancio degli errori del passato.

È anche per questo se le formazioni comuniste degli ultimi decenni e quelle esistenti ai nostri giorni sono state incapaci di produrre un avanzamento reale. Gli echi della concezione del partito e della politica che fu alla base della prima Rifondazione sono presenti tutt’oggi e fanno sentire il loro peso nella permanenza dell’idea di costruire il partito attraverso il consenso (non solo elettorale ma più in generale di opinione), la comunicazione e il richiamo ideologico-identitario, e non attraverso il radicamento effettivo nella classe.

Dopo la disfatta del 2008 si è fatta strada, ed è stata venduta come “definitiva” rottura con l’opportunismo, una mera variante “di sinistra” dei mantra cossuttiani sull’identità comunista, riassumibile come segue: non saremo mai alleati elettoralmente col centro-sinistra o con la sinistra, manterremo sempre il nostro simbolo e non lo tradiremo come quelli che hanno voluto fare l’Arcobaleno, poi la lista Ingroia, poi la lista Tsipras, e così via. Le formazioni opportuniste appena citate, appartenenti al campo della “Sinistra Europea”, erano ogni volta considerate tali non per il loro carattere di classe e per la natura intrinseca di quei progetti, ma “solo” perché avevano rinunciato al nome e al simbolo o erano alleate a livello locale col centro-sinistra. «Se rientreremo in parlamento, lo faremo col nostro nome e il nostro simbolo», si è detto per anni non cogliendo il punto della questione.

La stessa enfasi posta sulla coerenza identitaria nel campo elettorale, lungi dall’essere la dimostrazione di chissà quale rinnovata ortodossia, tradisce spesso il problema della concezione di fondo. Un partito rivoluzionario può fare le scelte che ritiene opportune nella tattica elettorale: il PCV venezuelano ha corso alle ultime elezioni con una lista denominata “Alternativa Popolare Rivoluzionaria” assieme ad altre forze di classe, il KKE greco aggira alcuni limiti posti dalla legge elettorale presentandosi alle elezioni amministrative con liste denominate “Raggruppamento popolare” il cui simbolo è un garofano rosso, il Partito Operaio Russo si è presentato per anni alle elezioni con il Fronte Russo Unito del Lavoro (ROT Front) assieme a partiti di sinistra e sindacati, giusto per fare degli esempi noti. Non è la tattica elettorale che definisce il carattere di un partito. Semmai, il punto è che in Italia molti hanno cercato di spacciare per tattica elettorale la visione che individuava l’orizzonte strategico nella costruzione di partiti opportunisti legati alla Sinistra Europea, l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria in favore di una nuova socialdemocrazia dalle tinte “radicali”. Ma già dire questo, che il carattere rivoluzionario di un partito non è definito dal richiamo identitario (che, intendiamoci, non va rinnegato ed è anzi utile specialmente in una fase di costruzione e affermazione di un partito) nelle elezioni borghesi, è l’esatto opposto della concezione di questo “cossuttismo di sinistra” che afferma al contrario che finché si mantiene nome e simbolo e si rifiutano le alleanze elettorali a sinistra si può fare e dire sostanzialmente di tutto.

Questa visione, particolarmente incarnata per anni dal PC di Rizzo ma, a dirla tutta, diffusa anche in settori interni ad altre formazioni, prefigura una “rottura” con l’opportunismo a parole, che non è affatto una rottura con le concezioni della politica e del partito tipiche di quella stagione, perché continua a girare nello stesso schema. Alla domanda su perché i comunisti hanno perso consenso, si risponde che l’hanno perso perché “hanno tradito” il loro popolo, alleandosi col centro-sinistra e rinunciando alla simbologia, e che per ricostruire bisogna ripetere per anni che “tornano i comunisti, torna il partito comunista”. Preso atto dell’insufficienza di questa prassi dopo ben 10 anni di ospitate televisive, il vertice del PC ha optato per una vistosa svolta politica e teorica in direzione “sovranista” al costo, come è noto, di una rottura con un pezzo consistente del partito (tra cui 6 membri su 10 dell’Ufficio Politico di un anno fa) e con tutta la gioventù comunista. Ma attenzione: questa è la conseguenza, il sintomo, ma le ragioni sono sempre le stesse e stanno nel mancato abbandono di quella solita concezione a monte. Semplicemente, oggi si postula che i lavoratori si sono spostati a destra, e che per “recuperarli” bisogna parlare strizzando l’occhio a quei temi, riprenderne almeno in parte gli slogan e così via. Si afferma che la rottura con le vecchie concezioni opportuniste del partito sarebbe dimostrata dalle invettive quotidiane contro la “sinistra fucsia”, ma in realtà si resta sempre lì, al partito “leggero”, al partito di consenso. Cambiare tutto per non cambiare nulla, al massimo la collocazione nello spettro di valori della politica borghese, per miopi ragioni di opportunità. Si passa da Vladimir Luxuria a Vladimir Putin, ma Vladimir Lenin è ancora rimasto nel cassetto.

In merito a tutto questo, dobbiamo essere capaci di un’autocritica onesta e franca. Chi ci ricorda che per anni siamo stati al fianco di Marco Rizzo, che molti di noi sono stati quadri e dirigenti del PC e che “all’improvviso” ci siamo svegliati, è ingeneroso ma non dice una cosa del tutto falsa. La verità è che abbiamo sbagliato. Abbiamo sottovalutato il pericolo rappresentato da alcune tendenze, affermazioni e comportamenti che vedevamo, e di cui abbiamo sempre percepito i segnali, e che alla fine sono evoluti apertamente nella svolta politica opportunista che tutti hanno sotto gli occhi. Il nostro errore è stato sottovalutare e pensare che una dinamica collettiva potesse arginare e compensare quelle che consideravamo incrostazioni del passato, e accompagnare nella sua maturazione un partito che – con tutti i limiti – si era posto degli obiettivi e delle questioni corrette e si era legato alla componente più avanzata e rivoluzionaria del Movimento Comunista Internazionale. Ci siamo accontentati di una rottura con le vecchie concezioni opportuniste formalizzata a parole, anche se il riscontro concreto faticava ad arrivare, e della formalizzazione di posizioni sempre più avanzate nei documenti politici ufficiali, sottovalutando la tendenza neanche troppo celata a considerare quei documenti come carta straccia. Abbiamo scoperto poi che un elastico si può tendere, ma prima o poi rimbalza all’indietro. In un tempo straordinariamente breve, il livello dell’analisi politica è regredito a quello di dieci anni fa, quando si pubblicavano libri che descrivevano la UE come un progetto franco-tedesco “neocarolingio” in toni apertamente nazionalisti; si presentano candidati a sindaco il cui programma enunciato nella prima dichiarazione pubblica è “attrarre gli investimenti esteri della nuova via della seta” e il partito ritorna uno strumento ad uso e consumo privato utile alle comparsate televisive e poco altro. Abbiamo capito tardi di aver sottovalutato ciò che oggi è emerso agli occhi di tutti. L’attuale gruppo dirigente del FGC è quello che ha voluto, a cavallo tra il 2016 e il 2017, l’unità d’azione col PC sulla base della condivisione delle posizioni politiche internazionali, nel solco della parte più avanzata del Movimento Comunista Internazionale, e della rottura con le concezioni opportuniste. Come è chiaro ormai a molti, entrambi i punti hanno subito una radicale regressione nell’ultimo anno e mezzo. Aver portato una nuova generazione di comunisti, tirata su dalle lotte reali e formatasi nelle nostre fila, ad avere a che fare con determinati personaggi è una responsabilità che abbiamo. Allo stesso modo, ci siamo assunti quella di evitare la capitolazione politica di tanti giovani proletari verso quelle vecchie concezioni opportuniste.

Si è citato il PC non a caso o per vecchi rancori, ma perché è il partito che nell’ultimo decennio aveva tentato di fare della lotta contro l’opportunismo una propria bandiera e di darvi un briciolo di sistemazione teorica. Le parole “opportunismo”, “opportunista” compaiono in totale 9 volte nel documento del III Congresso del PC (2020), successivo alla recente spaccatura, e comparivano ben 22 volte nel documento del II Congresso (2017). È significativo, invece, che nelle tesi congressuali del PCI di Alboresi (2018) e del PRC (2017) queste parole semplicemente non compaiono mai. Non è una colpa di per sé, intendiamoci, perché il problema è sempre la sostanza, ma fa riflettere su quanto siano davvero mancati gli strumenti per un vero bilancio critico del passato.

La prima delle altre due formazioni citate, il PCI di Mauro Alboresi, è nata nel 2016 dalle ceneri del vecchio PdCI e dopo una serie di cambi di nome, puntando anche ad una “operazione nostalgia” neanche troppo mascherata. “Ricostruiamo il PCI di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer” è stato lo slogan di quella operazione, condotta nella convinzione che bastasse di nuovo riunire sotto il comune richiamo identitario, riducendo al minimo la discussione politica sui temi strategici considerata “divisiva”. Non è un caso che quel partito abbia avuto la sua prima scissione meno di un anno dopo la sua costituzione, dinanzi alla scelta di sostenere o meno Potere al Popolo (che allora era ancora una lista e non un’organizzazione come oggi). E anche in quel caso, i compagni che rompevano con quell’esperienza neonata non lo facevano affatto aprendo dibattito di natura strategica su che partito si volesse effettivamente costruire: semplicemente, si puntava il dito contro la rinuncia al nome e al simbolo nella tattica elettorale. Ironia della sorte, il richiamo nostalgico e identitario che si rivolgeva contro il gruppo dirigente che l’aveva sventolato.

Il PRC, o quel che ne resta, ha invece mantenuto negli anni una sua “coerenza” opportunista dovuta alla sua permanenza come principale e più stabile riferimento italiano nel Partito della Sinistra Europea. L’obiettivo del gruppo dirigente di Rifondazione resta tutt’oggi la costituzione di una formazione sul modello di Syriza o di Podemos. Un progetto che continua a fallire da più di un decennio anche perché, per riprendere il concetto dello “spazio politico” che anche l’attuale segretario Maurizio Acerbo utilizza frequentemente nei suoi interventi, questo spazio è stato portato via alla sinistra radicale nel decennio scorso dal Movimento Cinque Stelle, in un contesto politico italiano che (se proprio vogliamo mettere tutto su un’analisi “politicista” tanto in voga nel mondo accademico) differiva da quello di altri paesi europei per il fatto di aver già vissuto una crisi del sistema dei partiti negli anni ’90. Questo non significa che a questo dato di fatto dovremmo controbattere, come fanno altri, che invece “esiste lo spazio politico per i comunisti”. Il punto dovrebbe essere, ancora, uscire fuori da quello schema.

Quello che è evidente, invece, è che nei 30 anni che ci separano dallo scioglimento del PCI e dall’inizio del travaglio della ricostruzione comunista, nessuna organizzazione si è posta concretamente il problema di come costruire un partito di classe, di come riconnettere davvero i comunisti alla classe a partire dal movimento reale. Si è legittimata l’idea che il partito comunista si potesse definire a partire da una affermazione volontaristica e di auto-definizione, e non dal dato concreto e materiale di essere l’avanguardia della classe lavoratrice che si costituisce in Partito. Si è continuato a ragionare in termini “politicisti”, a concepire la collocazione del partito rispetto al sistema di partiti della politica borghese, a vivere cavalcando l’onda lunga del PCI mentre questa si indeboliva sempre più, sebbene di rifiutasse di ammetterlo.

Un esempio di quest’ultima tendenza: solo pochi giorni fa Giovanni Bacciardi, storico compagno di Firenze e dirigente del PRC prima, del PdCI poi, ha diffuso un appello chiamando all’unità cinque organizzazioni comuniste italiane, FGC compreso, con queste parole che vale la pena riportare perché rendono l’idea: «Una ricomposizione semplice di queste organizzazioni […] di per sé sarebbe la condizione per attrarre le migliaia di comunisti che non aspettano altro che trovare una collocazione».

No, compagni, con tutto il rispetto. È il momento di capire che là fuori non ci sono più migliaia di comunisti che attendono il nostro proclama per organizzarsi. È finita, davvero. Non la storia dei comunisti, ci mancherebbe. È finita la stagione in cui ci si poteva accontentare di raschiare il fondo del barile del vecchio PCI e vivere di rendita di quello. La ricomposizione delle avanguardie politiche oggi frammentate è un problema concreto e complesso, ed è giusto porselo invece di ignorarlo o fingere che non esista. La ricostruzione comunista è evidentemente anche il problema di come riaggregare una parte della “diaspora” dei comunisti. Sottovalutare questo aspetto sarebbe sbagliato. Ma non si può nutrire nessuna illusione in senso inverso, pensando che basti ricomporre per far accorrere le migliaia di comunisti che esistevano qualche decennio fa. Quell’onda non solo ha esaurito la sua spinta, ma è refluita già da un bel po’. Chi pensa che la prospettiva sia questa è destinato all’autoerotismo su uno 0,8%, ad accontentarsi di galvanizzarsi con le foto di piazze di poche decine di persone accorse da tutta la regione, o a rivolgersi verso altri lidi speranzoso di ottenere risultati maggiori. Perseverare e continuare a fare solo finta di porsi questi problemi, nelle condizioni attuali, è davvero diabolico.

È finito il tempo del culto delle ceneri. Accendiamo un nuovo fuoco.

Si obietterà che piuttosto si è cercato di evitare che le braci si spegnessero, ma ci siamo capiti. Definire le esperienze comuniste di questi anni come “post-comuniste” sarebbe sbagliato, perché implicherebbe che il comunismo come movimento reale sia un fenomeno esaurito e che soprattutto le ragioni della sua esistenza siano finite. Non è così, perché quelle ragioni sono sotto i nostri occhi e sono più attuali che ai tempi di Marx, perché l’ingiustizia e l’insostenibilità del capitalismo sono una realtà molto più di quanto non lo fossero ai tempi di Marx. È forse giusto, invece, definirle “post-PCI”, perché sono state effettivamente gli ultimi fuochi prodotti dal patrimonio umano e culturale del partito storico, e si sono spente perché non sono riuscite a porre rimedio ai problemi profondi che avevano incancrenito quel partito, ma anzi li hanno riprodotti, senza nessuna capacità di sviluppare una risposta marxista e rivoluzionaria ai nuovi problemi del nostro tempo, ai bisogni contemporanei dei lavoratori e alle esigenze concrete della lotta di classe.

L’obiettivo oggi è accendere di nuovo il fuoco. La lotta per il socialismo è la lotta che caratterizza la nostra epoca, perché è la contraddizione insanabile tra il carattere sempre più sociale della produzione, e un profitto sempre più esclusivo dei capitalisti a renderla tale. Questo dato oggettivo non viene meno con le temporanee battute d’arresto della storia, ma sta a noi rimetterla in modo.

È il compito più difficile, ma è davvero l’unico terreno su cui si può vincere. Perché i lavoratori, la classe operaia, le nuove generazione che questo sistema condanna a un futuro di precarietà e disoccupazione, probabilmente non “vogliono bene a Berlinguer” e non si emozionano con la falce e martello, ma hanno bisogno di imparare a lottare contro l’oppressione che vivono ogni giorno. Sono loro il nostro popolo, è a loro che le piccole avanguardie politiche oggi esistenti devono dare coscienza, organizzazione, costituirle in partito rivoluzionario.

Il dibattito su cosa dovesse essere il partito risalente ai tempi di Lenin nella socialdemocrazia russa si concluse con la massima bolscevica secondo cui il partito deve essere costituito dagli elementi di avanguardia della classe lavoratrice, che significa innanzitutto che il partito è una parte della classe, o che è organico ad essa per dirla con Gramsci. Il dibattito, dal chiedersi come riprendere voti e consenso, dovrebbe forse essere spostato su come possa avvenire oggi che gli elementi più avanzati della classe si costituiscano in partito, consapevoli che l’intera esperienza storica del movimento operaio e gli elementi di maturazione acquisiti non possono essere cancellati pensando di ripercorrere tutte le tappe che sono state storicamente necessarie dalla metà del XIX secolo. Se storicamente nascono prima i sindacati e solo più tardi i partiti operai, è evidente che oggi le due prospettive devono marciare dialetticamente insieme.

Cento anni fa avvenne con una scissione, all’indomani di una insurrezione generalizzata nel continente europeo sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre, insurrezione che aveva fallito proprio per la carenza dell’elemento soggettivo. Dopo quella sconfitta storica, nella maggior parte dei paesi si produsse la scissione delle frazioni più avanzate dei partiti socialisti, che costituirono i partiti comunisti rompendo con la socialdemocrazia e contendendo a questa la direzione e l’egemonia in un movimento operaio ancora in fermento.

La situazione odierna in Italia è molto diversa. A stento si può affermare che esista un ampio movimento operaio organizzato. Esistono piccole avanguardie sindacali combattive, spesso costituite su impulso di militanti politici di formazione marxista, a fronte dei sindacati concertativi i cui vertici portano la principale responsabilità della paralisi e della stagnazione del movimento operaio. Ed esistono piccole formazioni politiche, che raramente possono vantare la minima capacità di influenza o direzione su settori anche ristretti della classe, proprio perché per anni ci si è posti altri problemi a causa di una una errata concezione del ruolo e del carattere del partito. Da scindere c’è rimasto molto poco, e non tanto perché si è pochi, ma perché nessuna scissione politica che avvenga oggi corrisponde davvero a qualsivoglia movimento reale interno alla classe che ne orienti specifici settori, fosse anche ristretti.

Da questa situazione derivano due cose: a) La costituzione di un partito comunista oggi non può prescindere dal recupero del legame organico con la classe lavoratrice che da tempo i comunisti hanno perso, e b) la costituzione in partito delle avanguardie di questa classe oggi può avvenire solo per attraverso la ricomposizione di forze che allo stato attuale sono divise e disomogenee.

È un problema serio, grosso, impegnativo. Si tratta di sporcarsi le mani con le contraddizioni che smettono di essere una parola proveniente dal campo della filosofia e diventano un concetto molto più concreto e palpabile. Ma pensare di bypassare questo problema dedicandosi semplicemente alla rincorsa della comparsata mediatica o alla politica da social, ripetendosi che va bene perché “oggi la politica si fa così”, è una forma di autoconsolazione buona come palliativo, ma a lungo termine non porterà nessun risultato se non la mutazione genetica (o la progressiva estinzione) di chi si presta a questo gioco.

Per ragioni comprensibili, applicare questa riflessione alle strutture politiche è molto più complicato. Le divisioni oggi esistenti tra le forze politiche comuniste non sono frutto di personalismi o egoismi dei rispettivi gruppi dirigenti, ma sono la conseguenza di profonde divergenze di natura strategica, politica, ideologica. A testimonianza di ciò, le divisioni in Italia riflettono quelle esistenti nel Movimento Comunista Internazionale su tutti i principali nodi strategici.

Questo rende semplicemente impensabile l’idea di replicare la chiamata all’unità come si fece ai tempi della nascita del PRC e come si tenta di fare ciclicamente con risultati discutibili. Bisognerebbe valutare, al contrario, l’opportunità di fare l’esatto opposto. Non l’unità a tutti i costi senza discutere dei temi divisivi ma, al contrario, aprire un tavolo di discussione franca tra tutte le forze che si pongono il problema della ricostruzione comunista, senza vincoli legati a scadenze organizzative o elettorali. È solo così che si possono davvero produrre, attraverso il dibattito franco e il confronto anche aspro tra le posizioni che diventa patrimonio collettivo, quegli avanzamenti teorici, politici e ideologici che sono presupposto per ogni progetto di costituente comunista che si possa davvero definire tale e non sia semplicemente una trovata propagandistica per denominare il proprio congresso.

La ricostruzione del Partito comunista deve marciare su due gambe solide. Le abbiamo citate: il radicamento nella classe e la capacità di organizzare i suoi elementi più combattivi; una solidità politico-ideologica capace di far vivere e dare nuovo fermento al marxismo-leninismo nel XXI secolo, di formare anche sul piano della cultura, dell’informazione, degli studi accademici, della produzione artistica, letteraria, musicale, quella massa critica capace di rispondere all’egemonia culturale delle classi dominanti.

Tutto questo, è chiaro, non si realizza con uno schiocco di dita. Non smetteremo di zoppicare in un giorno mentre le nostre gambe e le nostre ossa si rafforzano. Ma se a 30 anni dalla fine del PCI, con una crisi del movimento comunista che si è solo approfondita, cominciassimo a porci i problemi giusti sarebbe già un passo avanti.

Basterebbe capire che se si sceglie ancora di non farlo, di illudersi che possano esistere delle scorciatoie, e che invece di mettersi in marcia si possa semplicemente sbattere le braccia come se fossero ali, il risultato non è spiccare il volo ma schiantarsi a terra.

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