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A Genova la lotta operaia continua

* di Edoardo Genovese e Andrea Merialdo

Luglio caldo per Genova, protagonista di forti mobilitazioni operaie in difesa del posto di lavoro. L’ondata di scioperi è iniziata il 3 luglio con i lavoratori dell’ILVA di Cornigliano in piazza contro il taglio dei premi di produzione, scelta giustificata dall’azienda con la necessità di fondi per l’acquisto di ricambi per lo stabilimento di Taranto. Due giornate di manifestazioni in centro città, dove non sono mancati scontri tra operai e forze dell’ordine, per rimarcare – come ha detto Armando Palombo, della Fiom – che la mancata “quattordicesima” «significa mille euro in meno per i lavoratori, già da anni in solidarietà». Governo e azienda avrebbero promesso di attivare un prestito-ponte, in modo da poter corrispondere il premio di produttività il prossimo agosto. Intanto milioni di euro restano sotto il sequestro della magistratura per i reati commessi da Riva; come al solito a pagare è la classe operaia, già deficitaria in termini di diritti e stipendi. Questo provvedimento aumenta l’incertezza per il futuro dei lavoratori, ai quali scadrà a settembre il contratto di solidarietà, anche a causa della mancata assunzione di provvedimenti volti ad incrementare il lavoro.

Sul piede di guerra anche i lavoratori di Esaote. L’azienda, leader in Italia per la diagnostica medicale, ha presentato un piano industriale che prevede 62 milioni di euro di investimenti a fronte di 76 esuberi, di cui 37 nel sito genovese, la costituzione di due nuove società controllate al 100% da Esaote, il trasferimento di 22 dipendenti da Firenze nel capoluogo ligure, l’esternalizzazione per 50 dipendenti del settore produzione e magazzini, nonché 120 procedure di cassa-integrazione previste per il mese di luglio. Provvedimenti che riguardano anche i 60 lavoratori di Oms Ratto, ditta dell’indotto di Esaote, che da ottobre sarebbero lasciati a casa.A queste vertenze si aggiungono le mobilitazioni dei lavoratori di Aero Piaggio: l’azienda ha sospeso le procedure di licenziamento e di trasferimento degli impianti, ma attiverà la cassa integrazione dopo l’incontro al ministero del Lavoro.

Intanto la situazione di Amt, l’azienda di trasporto pubblico partecipata del Comune,  è ancora stagnante. L’accordo approvato il 30 gennaio scorso – con un referendum farsa proposto dai sindacalisti, poi costretti a fuggire dalla Sala Chiamata del Porto per sottrarsi alle ire dei tranvieri – non ha messo in sicurezza i lavoratori. La  privatizzazione del servizio è soltanto rimandata e gli unici effetti dell’accordo sono stati l’ulteriore taglio dei servizi e il congelamento del pagamento delle ferie 2013. A ciò si aggiungono le multe (tra i 500 e i 1.000 euro al giorno) elevate agli autisti che hanno partecipato alle cinque giornate di sciopero.Inoltre, la Regione non ha mantenuto la promessa di internalizzare gli appalti e quindi i lavoratori della ditta Servizi e Sistemi sono in contratto di solidarietà; ad aggravare la situazione, probabilmente non ci saranno i fondi per i 7 mesi di CIG in Liguria.

E, dulcis in fundo, per reperire i soldi da destinare all’Azienda Mobilità e Trasporti vengono utilizzati quelli messi a disposizione per i lavoratori delle cooperative sociali, nella logica di contrapporre gli uni agli altri per scatenare una guerra tra lavoratori.La situazione in Liguria, come nella maggior parte delle realtà ormai “ex” industriali del Paese, è frutto di anni di politiche liberiste che hanno permesso alle aziende di delocalizzare o di chiudere, scaricando sui lavoratori il peso della loro logica di profitto.

L’unica soluzione immediata possibile, prevista dall’articolo 43 della Costituzione, è la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, e che per anni hanno ricevuto aiuti con fondi statali. La nazionalizzazione non va intesa però in senso idealistico, ma come un preciso obiettivo programmatico della lotta operaia organizzata, nella consapevolezza che soltanto in un sistema economico socialista coincideranno la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e la proprietà statale degli stessi.

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