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L’opportunismo alza bandiera bianca.

di Alessandro Mustillo

Non si può dire che le dichiarazioni di Bertinotti siano un fulmine a ciel sereno, anzi. Di certo sono la degna conclusione di un percorso politico intrapreso da un pezzo della sinistra post-comunista italiana, anche quella che con la nascita di Rifondazione non aveva accettato la capitolazione voluta dal gruppo dirigente del PCI all’indomani del crollo del muro di Berlino. Nonostante questo, e nonostante si possano considerare in un certo senso attese, le dichiarazioni di Bertinotti stupiscono per la profondità della revisione, il livello di critica alla prospettiva del socialismo, che hanno pochi pari a livello storico, ma soprattutto l’enorme contrasto tra il mondo di cui parla Bertinotti e il mondo reale, quello della crisi del sistema capitalistico, dell’emergere a livello globale di conflitti sempre maggiori le cui ragioni sono proprio nel processo di mondializzazione capitalistica, che proietta a livello globale quelle contraddizioni tra interessi monopolistici. La capitolazione di Bertinotti arriva definitiva in una fase della storia in cui tutte le contraddizioni del capitalismo vengono al pettine, ma proprio per questo forse sono utili al nemico di classe in un momento così delicato in cui c’è bisogno di distruggere ogni prospettiva possibile di alternativa ad un capitalismo in crisi. Chi meglio allora di un vecchio dirigente politico che nel bene o nel male (per chi scrive nel male…) aveva rappresentato il volto di quella storia che si era opposta alla capitolazione dell’89.

«La sinistra che io ho conosciuto – scrive Bertinotti –  quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a quel mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione Sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale.» Bertinotti riscopre qui alcuni dei suoi cavalli di battaglia degli ultimi anni. In primis l’idea che il peso globale della finanza, sia indice di una trasformazione dei rapporti economici che stravolga il quadro dell’analisi marxista, e non al contrario l’evidenza empirica, proiettata su un livello sempre più elevato con il progresso storico, delle contraddizioni individuate da Marx. Chiunque si professi marxista, o si sia professato tale – dunque anche Bertinotti – sa bene che la finanza non nasce dal nulla, non è qualcosa di separato dalla produzione, che con essa entra in un rapporto dialettico, che lo sviluppo del capitalismo fa evolvere il sistema stesso, conduce ad una sempre maggiore concentrazione e centralizzazione in poche mani dei mezzi di produzione. Già Marx parlava di come lo stesso imprenditore divenisse agente del capitale, e dunque lavoratore salariato, semplice gestore di mezzi di produzione la cui proprietà appartiene di fatto o di diritto alle grandi banche. Il marxismo-leninismo da a questa fase del capitalismo l’aggettivo di imperialista, poiché proprio la tendenza alla proiezione sempre più globale di queste contraddizioni, trasforma gli stati in agenti dei grandi monopoli, crea le organizzazioni inter-statali, produce la guerra.  La realtà del mondo che oggi viviamo è una continua conferma di questa analisi. E la risposta dell’unità dei lavoratori, espressa nell’appello finale del Manifesto del Partito Comunista è quanto di più moderno esista, nonostante quello che possa pensare Bertinotti.

 L’Unione Sovietica è stata un’esperienza storica, e come ogni esperienza storica ha avuto le sue contraddizioni, che è nostro compito studiare, per comprenderne gli errori. Noi pensiamo che alcuni errori siano stati commessi in URSS così come dal movimento comunista internazionale negli anni precedenti, ma con tutta probabilità non sono gli stessi che Bertinotti considera tali. Ma se da una parte è necessario studiare, conoscere, imparare dall’esperienza storica, dall’altra non si può non considerare il contesto storico nel quale quell’esperienza veniva costruita, le contraddizioni inevitabili in quei processi. Al di fuori di questa concezione resta solo un idealismo generico e inconcludente che non si pone la questione della realtà materiale di un processo storico. E in questo anche l’attacco all’intellettualità comunista europea risulta particolarmente grave per le parole dette. Scrive Bertinotti: «L’intellettualità europea tra il 1945 e il 1950 è stata tutta comunista. Jean Paul Satre, Andrè Gide, Albert Camus per parlare dei francesi. In Italia tutti, proprio tutti: i registi del neorealismo, i principali cattedratici italiani, i grandi scrittori, le case editrici. Erano tutti comunisti. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica e che bisognava attendere il 1956 o Praga!»

 Ricordo un passo di una poesia di Brecht, dedicata alle nuove generazioni, che recita più o meno così: «Noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili.» è la più bella trasposizione poetica, della consapevolezza di un comunista del rapporto dialettico tra ideale e realtà materiale, che rifugge ogni idealismo e prende a proprio fondamento la base reale della storia. Tutti vorremmo astrattamente pensare ad un processo di cambiamento naturale , spontaneo, indolore. Ma la realtà dei fatti, la presenza di un nemico di classe che in nome del mantenimento del proprio privilegio è pronto a qualsiasi cosa pur di mantenere il suo dominio, ci ricordano costantemente che la rivoluzione incontra questo ostacolo. Se non si comprende questo, non si può comprendere chi ha le responsabilità vere dei processi storici. Da una parte vi è lo sviluppo naturale dell’umanità, dall’altra chi intende fermarlo ad ogni costo e per far questo è pronto a tutto. L’URSS fu accerchiata dalle potenze imperialiste, vide l’aggressione del nazismo, un prodotto della borghesia europea nato ed utilizzato prima di tutto in funzione anticomunista. Nonostante questo quel paese trasformò la vita di milioni di persone, molte delle quali oggi rimpiangono il livello di istruzione, le condizioni di lavoro, l’assistenza sanitaria, certo conquistati a costo di condurre una guerra continua con l’avversario di classe e con i suoi strumenti imperialisti.  Gli errori condotti devono essere analizzati – e si sta facendo – ma mai, come disse Honecker nella sua difesa, nella storia per un esperimento fallito, si è abbandonata la ricerca scientifica.

In ultimo Bertinotti sposa la cultura liberale dei diritti dell’individuo. «Io penso che la cultura liberale, che è stata più attenta di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona, contro il potere economico e contro lo Stato è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione.» Ma anche qui Bertinotti confonde le parole delle ‘cultura liberale’ con la sua reale funzione. La cultura liberale che oggi viene professata dall’istruzione, ai giornali ai media, è la cultura dell’ipocrisia mascherata da paradiso. E anche a sinistra da tempo la si è ormai accettata come base. La cultura liberale, del primato dell’individuo è quella che produce tutto ciò che noi vediamo oggi. È liberale il primato dell’iniziativa libera e privata sulla collettività; è liberale lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà; è liberale la privatizzazione selvaggia; è liberale la cultura di quella certa sinistra che in nome della libertà individuale non coglie la pesantezza di fenomeni sociali come la diffusione della droga o dell’alcol tra le nuove generazioni, e in nome della libertà individuale la giustifica.

Da marxista continuo a pensare che la liberazione completa dell’individuo passi dalla liberazione completa dallo sfruttamento e dal capitale, che solo con questo l’uomo potrà colmare il fossato tra una libertà apparente ed una libertà reale; che solo in questo modo sarà possibile costruire un mondo di liberi ed eguali. Il primato dell’individuo sulla collettività, nonostante l’apparenza della liberazione, conduce inevitabilmente alla piena schiavitù, finisce sempre per giustificarla in nome di una libertà di diritto per tutti, che si trasforma sempre storicamente nella libertà di pochi di sfruttare molti. La cultura liberale è un abbaglio, è ideologia nel senso deteriore del termine, che bisogna smascherare nelle sue contraddizioni. E questo appare in tutta la sua evidenza ai giorni nostri.

La vera cultura sconfitta è quella di una sinistra che ha abbandonato il marxismo, ha ricercato terze vie e alternative, finendo dritta nelle braccia del nemico di classe. Nel momento in cui la propria idea cessa di essere un argine impenetrabile al campo avversario, la capitolazione è l’unica strada. Bertinotti alza bandiera bianca, ma a farlo non sono i comunisti, è quella sinistra che ha coltivato illusioni e praticato compromessi e compromissioni. Il capitalismo è pronto a trascinare nuovamente il mondo verso la catastrofe. La sinistra opportunista è disarmata e alza bandiera bianca. Spetta alla nostra generazione ricostruire, continuare a lottare, rialzare la bandiera. Quella rossa simbolo di tutti gli oppressi.

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