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Sciopero lavoratori Maserati a Torino

Renzi, l’articolo 18 e le prospettive politiche di lotta.

redazione

Il governo Renzi intende proseguire sulla strada dell’abolizione completa dell’articolo 18. Prima di lui ci aveva provato il governo Berlusconi, dieci anni fa, sollevando l’opposizione della CGIL e dei sindacati di base che si opposero fino a far desistere il governo. Molto meno energica l’opposizione al tempo del governo tecnico di Mondi durante il quale il ministro Fornero riuscì nell’intento di ridimensionare fortemente la portata dell’articolo 18, senza grande opposizione da parte dei sindacati concertativi. Quello che oggi il governo Renzi si appresta a varare è un provvedimento che cancella l’obbligo di reintegro sul posto di lavoro dei lavoratori licenziati anche in caso di discriminazione, ossia l’ultimo baluardo residuo dell’originaria formulazione dell’articolo 18.

Con la riforma Fornero infatti l’obbligo di reintegro originariamente previsto si era tramutato in facoltà da parte del giudice, e in molti casi era stato sostituito con il semplice indennizzo introducendo una sostanziale differenza sulla base delle motivazioni originarie. Il licenziamento per motivi economici, anche se privo di quei motivi, non prevedeva più l’obbligo di reintegrare il lavoratore ma un indennizzo. L’unica frontiera rimasta era quella della discriminazione, dove l’operatività dell’articolo 18 restava di fatto inalterata.

Va tuttavia precisato che l’operatività dell’articolo 18 è limitata alle aziende con oltre 15 dipendenti, e che di fatto i contratti a termine sono esclusi da questo sistema di tutela, in quanto il mancato rinnovo del contratto diviene strumento di fatto per aggirare la tutela giuridica.

La proposta di Renzi di un contratto a tutele crescenti che escluda per i primi anni l’applicazione dell’articolo 18 va dunque inserita in questa cornice, comprendendone la portata effettiva e reale. Tutti gli economisti onesti affermano che non è l’articolo 18 il freno all’occupazione italiana. La prova empirica di questi mesi, in cui la stragrande maggioranza dell’operatività dell’articolo 18 è stata demolita dalla Legge Fornero, lo dimostra chiaramente. In questi mesi non solo il numero dei lavoratori assunti non è aumentato, ma è diminuito, poiché le aziende hanno sfruttato la possibilità di licenziare in modo indiscriminato senza obbligo di riassunzione, de localizzando all’estero la produzione o magari riassumendo gli stessi lavoratori con contratti precari. In sostanza l’abolizione dell’articolo 18 non crea lavoro, ma consente solo di peggiorare la qualità del lavoro, in linea con quanto fatto in questi anni attraverso tutte le riforme che hanno interessato i lavoratori.

Tuttavia l’abolizione del residuo operativo dell’articolo 18 ha una valenza precisa perché consente ad una parte importante del capitale italiano di intervenire direttamente sulle prospettive di organizzazione dei lavoratori nelle fabbriche, e nei luoghi di lavoro tradizionali dove la contrattazione a tempo indeterminato è ancora maggioritaria. Se i nuovi lavoratori dovranno aspettare 10 anni per vedere operativo l’articolo 18, e dunque la protezione dal licenziamento discriminatorio, quanti di loro saranno disponibili a condurre una seria attività sindacale all’interno del posto di lavoro? Questo è il vero centro dell’attacco compiuto oggi dal governo Renzi, l’ultimo di una lunga serie che di fatto già espone i lavoratori ai diktat padronali senza più alcuna copertura giuridica.

La tendenza che emerge dalla riforma del lavoro è quella dell’accrescimento della precarizzazione, con la costituzione dei cd mini jobs, che la nostra redazione aveva analizzato alcuni mesi fa in relazione al cosiddetto modello tedesco; la tendenza a rivolgere la produzione nazionale al settore delle esportazioni, dimenticando completamente la domanda interna; la riduzione sostanziale dei livelli salariali dei lavoratori e delle loro tutele. In sostanza un progetto per il declino complessivo del paese, l’impoverimento scientifico della maggioranza degli strati della popolazione, la capitolazione del sistema della piccola e media impresa di fronte alla tendenza alla concentrazione monopolistica, e l’aumento sostanziale dei profitti nelle mani di un numero sempre minore di grandi capitalisti ai quali i lavoratori non avranno più alcuno strumento di tutela giuridica da opporre. Gli stessi indennizzi economici stanno già diminuendo in considerazione della mancanza di qualsiasi leva di appiglio giuridico per una mediazione, trasformandosi in pochi spicci.

Quanto alle prospettive di mobilitazione è chiaro che la CGIL ha enormi responsabilità in questo processo, non avendo minimamente rappresentato in questi anni un argine, se non per puro tornaconto politico nella finta dialettica centro-sinistra centro-destra dei primi anni dello scorso decennio. Oggi che i rapporti politici reali sono chiari e che i diktat di UE-FMI e BCE appaiono come la vera legge suprema a cui tutte le forze politiche europeiste si conformano, anche questa leva risulta inutilizzabile, e il sindacato concertativo è completamente spiazzato nella sua subalternità politica.

Ma la questione fondamentale riguarda il rapporto tra giovani lavoratori, in larga parte precari, disoccupati e lavoratori più anziani, occupati a tempo indeterminato ed è su questo che organizzativamente e politicamente bisognerà concentrare molte forze. La tendenza di questo sistema è quella di utilizzare la competizione orizzontale interna alla classe lavoratrice come leva per far passare provvedimenti dannosi per tutti i lavoratori. Disoccupazione e precarietà, prodotto diretto di questo modello di sistema, vengono artificialmente imputati ai lavoratori a tempo indeterminato. Il diritto viene trasformato in privilegio che impedisce ad altri di usufruire di un livello, minimo, ritenuto ormai come il massimo del possibile. Dietro questa affermazione fortemente intrisa dell’ideologia capitalista imperante, sta il tentativo di porre in essere uno scontro fratricida dal quale tutti i lavoratori, presenti e futuri, usciranno sconfitti e gli unici vincitori saranno i vari Marchionne, Benetton, Marcegaglia, Riva e così via.

Tessere il filo dell’unità di classe, legare organizzativamente le lotte, individuare il giusto nemico dei lavoratori è quanto mai necessario oggi.

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