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Aumenta il tempo indeterminato, ma con il Jobs Act è diventato precario.

Nei giorni precedenti sono state diffuse le stime del ministero del lavoro sui dati occupazionali del mese di aprile. Secondo le stime del ministero nel mese scorso il numero dei contratti di lavoro sarebbe aumentato di 210 mila unità. Un dato pressoché analogo a quello dell’aprile 2014, ma con la differenza – ritenuta sostanziale dal governo –  dell’incremento di 48.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Un aumento complessivo di 125.000 contratti a tempo indeterminato nei primi mesi del 2015, con la parallela diminuzione dei contratti di apprendistato e delle varie forme di collaborazione, mentre restano stabili i contratti a tempo determinato. Renzi ha subito parlato di effetto Jobs Act, che in parte sicuramente c’è stato, ma non esattamente nella direzione della valutazione che ne da il governo.

L’economia italiana si riprende, come viene detto dal governo? Difficile dirlo per adesso, anche se i segnali complessivi sembrano molto contrastanti, e spengano qualsiasi trionfalismo facile. In primo luogo va tenuto conto del fatto che il mese di aprile segna storicamente un aumento del numero di contratti di lavoro, il che si vede nella sostanziale continuità con l’anno precedente. Quindi nessun incremento reale su base annua del complesso degli assunti. Altro capitolo è poi quello sul lavoro a tempo indeterminato.

Dopo il Jobs Act ha ancora senso utilizzare questa categoria? Qui il governo mente sapendo di mentire. Con la cancellazione definitiva dell’articolo 18, l’entrata in vigore delle norme sul demansionamento di fatto è la precarietà che è stata estesa a tempo indeterminato. Così quando oggi sentiamo dire che aumentano i contratti a tempo indeterminato, bisogna guardare al loro contenuto per capire la realtà: se prima le aziende assumevano con contratti precari, oggi ottengono gli stessi risultati con il contratto a tutele crescenti, contratto che, pur essendo a tempo indeterminato, pone i lavoratori nella stessa condizione di precarietà presente precedentemente nelle varie forme di lavoro “flessibile”. Sebbene un lavoratore venga assunto a tempo indeterminato, non ha più quelle tutele che precedentemente al combinato delle riforme Fornero e Renzi erano garantite per garantire l’effettività di quel diritto. Così un lavoratore licenziato ingiustamente (cosa diversa dal licenziamento discriminatorio) nella normativa originaria doveva essere riassunto, mentre oggi dovrà ricevere un indennizzo, il cui ammontare cresce con il tempo di lavoro. Da qui il nome “a tutele crescenti” che però fa intendere ben altro rispetto alla realtà. Non è previsto infatti che ad una determinata soglia di anzianità scattino le vecchie tutele, ossia l’obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro, ma solo che l’indennizzo economico cresca proporzionalmente con l’anzianità contrattuale.

Allora questi nuovi 125.000 posti di lavoro a tempo indeterminato ottenuti grazie al Jobs Act altro non sono che la prova della convenienza per le aziende di questa forma contrattuale. Se formalmente sono a tempo indeterminato, nei fatti non lo sono, perché con la riforma Renzi il tempo indeterminato, con le connesse garanzie per i lavoratori, non esiste più.  Alcuni episodi ne sono la prova. Recentemente circa 900 lavoratori del gruppo Mediaworld saranno licenziati per fare nuove assunzioni con il Jobs Act. Alcune imprese hanno dichiarato che non avrebbero assunto con il nuovo contratto a tutele crescenti, ma attraverso le vecchie forme contrattuali con contratti in deroga al Jobs Act che mantenevano parte delle vecchie tutele. Subito si solo levati gli scudi della Confindustria che ha minacciato di espellere quelle imprese dall’associazione degli industriali, dimostrando quanto sia fondamentale per le imprese oggi, la piena applicazione della normativa sul lavoro e provando – ancora una volta, se ce ne fosse stato dubbio – che la tanto decantata derogabilità dei contratti è per la Confindustria solo quella peggiorativa per le condizioni dei lavoratori e mai migliorativa.

Se è presto per dire se in Italia c’è la cosiddetta “ripresa” è maturo il tempo per fare un’analisi complessiva di quali siano le condizioni che possono consentire questa “ripresa” e quale sia realmente il suo carattere. Oggi la borghesia italiana ha bisogno di una completa ristrutturazione, di una rivoluzione radicale che consenta di recuperare quei margini di profitto che con la crisi del 2009, l’introduzione dell’euro e la legislazione europea ha progressivamente perso. Data la condizione del nostro Paese, la perdita di importanza nell’ambito della produzione a livello globale, la concorrenza dei monopoli internazionali, che sfruttando il basso costo del lavoro e della produzione in diversi paesi, anche grazie alle leggi europee, la vera ripresa potrà avvenire solo quando il costo del lavoro, le tutele, gli orari e tutto l’insieme delle norme sul lavoro, garantiranno alle imprese quei margini di profitto che le rendano competitive sul mercato internazionale. E con questo l’intero tessuto produttivo del Paese, compresa l’enorme massa delle piccole imprese, deve essere rivoluzionato per essere reso competitivo. La “ripresa” non passa certo per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, non è una “ripresa” di tutta la società italiana, secondo il mito del “siamo tutti sulla stessa barca”. Competitività e produttività che sono oggi le parole d’ordine delle imprese e del governo, devono suonare come tristi presagi nelle orecchie dei lavoratori. La “ripresa” si potrà ottenere solo sulle spalle dei lavoratori, attraverso salari minori, aumento degli orari di lavoro e della produttività, libertà di licenziamenti e demansionamenti, come già oggi sta in parte accadendo.  Ecco quindi spiegati i numeri e la direzione del governo Renzi, che non a caso, gode di tutto l’appoggio della Confindustria, come pochi prima di lui.

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