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Teófilo Stevenson e Fidel Castro nel 1984
Teófilo Stevenson e Fidel Castro nel 1984

Lo sport e il combattimento come trasformazione personale e sociale: il pugilato

*di Yuri Di Benedetto

Perché parlare del dello sport e del combattimento?

Viviamo in una società, quella dominata dal capitale, dove ogni esperienza è stata distorta, svuotata della sua carica sociale e umana, oppure è stata portata su altra realtà, quella virtuale e dunque resa inoffensiva. Lo sport in generale è un vaccino verso questa ormai affermata realtà, ma lo sport da combattimento, il combattimento stesso, può essere inteso come l’essenza e la sintesi di tutto quello in cui noi crediamo e costruiamo giorno dopo giorno. Da quando esiste l’uomo esiste sia la cooperazione sia lo scontro e conseguentemente anche il combattimento. Negare ciò è negare la natura e la storia stessa dell’uomo (d’altronde come ci insegna Marx, la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi ), e da questa natura abbiamo bisogno di prendere tutto ciò che è giusto e sano per poter trasformare la società e farla progredire.

Negli ultimi anni, come in molti altri argomenti fondamentali, c’è un chiaro e netto rifiuto nell’area della sinistra radicale, come nel movimento dei centri sociali e dell’autonomia di tutto quello che odora di combattimento e soprattutto di disciplina quotidiana.

Il combattimento deve essere analizzato non solo dal punto di vista della trasformazione sociale, ma anche dalla trasformazione dell’individuo; ciò è perfettamente coerente con il concetto espresso da Guevaraprima di rivoluzionare il mondo, rivoluziona te stesso”. Se questo concetto lo estendiamo anche oltre la semplice comprensione della società che ci circonda, da un punto di vista teorico, possiamo affermare che, da un punto di vista pratico e soprattutto formativo, per la gioventù comunista il praticare uno sport da combattimento aiuta a cambiare la propria quotidianità. Il combattimento in senso stretto non è solamente uno scontro contro un avversario esterno, ma è prima di tutto un confronto con noi stessi, un vincere la paura e la tensione che paralizza il nostro corpo e la nostra mente. Quindi una prova fondamentale nello sviluppo e nella formazione del carattere e della persona. Questo scontro contro noi stessi è un passaggio obbligato, perché ci permette di conoscerci; la famosa battuta “Non ci si conosce veramente finchè non ci si batte” è pura e semplice verità. Un percorso di formazione serio di un giovane comunista dovrebbe strutturarsi non solo nella “semplice” militanza e nello studio teorica, ma prevedere un percorso di allenamento e di Sport. Da troppo tempo si vive una condizione di disarmo fisico e mentale nei confronti di questi temi, si producono teorie, o meglio giustificazioni che prevedono la non necessaria attinenza dello sport di questo tipo, con la trasformazione radicale della società o con la pratica quotidiana della militanza . Giustificazioni che lasciano questo fondamentale campo della sfera umana solo nelle mani dell’estrema destra. Il saper combattere, l’allenarsi e quindi l’autodisciplina, la costanza e il carattere che questa sfera fisica procura e trasmette, presuppone anche la possibilità della difesa delle proprie convinzioni in ogni momento: “Muscoli e nervi sono più sicuri di tutte le preghiere“, come scrisse Majakovskij.

Sappiamo che per un lavoratore, il tempo a disposizione per allenarsi non è molto, anzi quasi nullo; ma non possiamo ignorare l’offerta che scaturisce dalla “disponibilità” di un esercito di giovani disoccupati, che tramite pratiche sociali come quella delle palestre popolari, o degli allenamenti collettivi slegati da dinamiche professionali, possono trovare sia un’organizzazione e soprattutto una sfida nel migliorare le loro condizioni sia fisiche che sociali. Non è secondario inoltre considerare come sana quest’attività a cui segue il rifiuto di pratiche autodistruttive, come l’abuso di sostanze o lo stile di vita pigro e borghese che nasce dall’insofferenza al minimo sforzo fisico.

Il pugilato

Nel mondo dello sport da combattimento esistono una marea di stili, di metodi, e di scuole di pensiero e non saremo noi a scrivere l’ennesimo articolo su quale metodologia o scuola sia superiore ad un’altra. Per comune interesse e per aver in campo strutture avviate e personalità rilevanti faremo un breve focus sul pugilato e su come sviluppare dinamiche aggregative esterne alle palestre per permettere, tramite la semplice volontà, l’allenamento collettivo di un gruppo di ragazzi.

Il fascino del pugilato si può riscontrare ovunque. Vive nelle palestre, vive anche nella nostra quotidianità, nel cinema, nell’arte, persino nella nostra lingua. Eppure il pugilato rimane come avvolto da un’aura di impermeabilità, come un qualcosa di tremendamente allettante, ma che allo stesso tempo incute timore. Una tentazione insomma. Qualcosa di talmente pericoloso da essere “bello”, con la sua eleganza, il suo ritmo, la sua storia, la sua estetica. Le imprese epiche dei pugili rivivono attraverso gli atteggiamenti rispettosi e dolcemente solenni di chi li ricorda, sul ring come fuori dal ring. Perché quanto è stato importante il pugilato anche fuori dal ring, ed è proprio fuori dal ring che ha più importanza nella formazione. Anche perché citando ancora Majakovskij

Nello sport 
finora
non ci sono stati particolari mutamenti.
A noi
non serve
uno scervellato primatista,
ma uno sportivo
che elevi la massa.”

Pensiamo soltanto a personaggi come Muhammad Ali e a quanto il suo atteggiamento sia stato influente, immaginiamoci cosa volesse significare scegliere di essere condannati per renitenza alla leva negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, oppure quanto possa aver influenzato l’opinione pubblica l’impegno di un campione del mondo dei pesi massimi per quanto riguardava i diritti degli afroamericani. Non si può sorvolare su quanto lo straordinario senso etico di questo sport abbia spinto personaggi come Nelson Mandela a esprimere proprio quel genere di considerazioni. E perché non pensare a Cuba, e a quanto Fidel Castro abbia preso il pugilato come esempio etico ed educativo a livello sportivo ma anche a livello politico e sociale. L’affetto e il rispetto di Fidel per questo sport hanno di fatto consegnato a Cuba uno straordinario ed indiscutibile motivo d’orgoglio riconosciuto a livello internazionale, vale a dire il pugilato più bello del mondo. Come dimenticare la lezione del grande Teofilo Stevenson campione olimpionico imbattuto che di fronte alla richiesta da parte americana di combattere nella loro lega di boxe con un offerta di 5 milioni di dollari rispose “cosa sono 5 milioni di dollari di fronte l’amore di 8 milioni di cubani? “ E qui il concetto importante, fondamentale: l’allenamento, la boxe, il combattimento, non deve essere visto come l’ennesimo mezzo per accumulare ricchezza personale, ma al contrario teso a condividere quella tensione tra emozione, corpo e mente che crea quella grande massa invincibile che si chiama proletariato.

 Perché la verità è che il pugilato è sempre stato uno straordinario canale di riscatto sociale. Uno sport che nella sua evoluzione moderna e contemporanea nasce di fatto dal basso e afferma le sue radici migliori nella moderna classe operaia e negli strati più popolari. Ed è forse questo che intimorisce la stragrande maggioranza della gente. La paura non solo dei pugni, ma anche di scoprirsi “inadatti”, di rendersi conto di non possedere volontà di riscatto necessaria per poter anche soltanto avvicinarsi a un certo tipo di disciplina. E poi c’è la fatica, ci sono i sacrifici. Quelli sì che fanno veramente paura. Perché è tutto tremendamente vero, quanti sacrifici bisogna fare per diventare pugili, e allora al di là della vittoria agonistica in sé, il pugile costruisce e mantiene il suo fascino perché si ritrova, per una volta, a rappresentare la categoria “in vantaggio”. Proprio colui che risulta bisognoso e desideroso di riscatto sociale arriva ad essere una volta tanto rispettato, a volte addirittura “invidiato” e quale metafora migliore può esistere tra il pugile espressione del combattente che lotta per il proprio riscatto personale, e il rivoluzionario espressione più completa e totalizzante del combattente volto al riscatto collettivo dell’intero proletariato?

Da poco come organizzazione siamo vicini e seguiamo la creazione del CONASP (Coordinamento Nazionale Sport Popolare) che è stata una tappa fondamentale al fine di rendere pratico questo presupposto. Riuscire a “organizzare” anche l’ambito sportivo è ottimo al fine di trarre il meglio da tale ramificazione della evoluzione collettiva e sociale. E in questo, come FGC, come comunisti, non possiamo che rivedere una parte fondamentale del lavoro politico. Anche se in questa fase le strutture sono carenti, o nella maggior parte dei casi mal funzionanti, ciò non può che essere un ulteriore stimolo a praticare non semplicemente uno sport, ma uno stile di vita. Uno stile di vita basato sul lottare, combattere, vincere, con ferma volontà e con una ferrea disciplina.

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