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Epilessia penitenziaria: quando cento bugie non fanno una verità

Anoressia, tossicodipendenza, sieropositività (questo affermò a suo tempo Giovanardi), una caduta accidentale, un digiuno volontario… Da oggi all’elenco delle bugie sulla morte di Stefano Cucchi si aggiunge l’epilessia. Secondo i periti nominati dal GIP infatti non è detto che esista una correlazione fra la morte di Stefano Cucchi e il fatto il giovane sia stato massacrato di botte dagli agenti della Polizia Penitenziaria e lasciato morire di fame e senza cure dai medici incaricati di assisterlo.  L’ennesima infamia di un processo pluriennale dai risvolti agghiaccianti.

Risale all’ottobre 2014 la sentenza vergognosa della Corte d’Appello, che aveva assolto tutti e tredici gli imputati (poliziotti e personale medico) dopo una già imbarazzante sentenza in primo grado che aveva condannato i soli medici a pene irrisorie, la più alta di 2 anni. Tutti assolti, nessuno colpevole e Stefano era morto da solo. I poliziotti in aula alzavano il dito medio contro Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che il giorno stesso veniva querelata per aver “istigato l’odio contro le Forze dell’Ordine”.  Nell’estate 2015 la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d’Appello ordinando un nuovo processo per cinque medici, nulla invece per i poliziotti. Giungiamo quindi alla nuova perizia che formula due ipotesi sulla causa della morte: la prima già tristemente nota parla di un improvviso attacco di epilessia; la seconda, citando quanto scritto da Ilaria Cucchi su Facebook, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. È proprio questo l’unico lato “positivo”: il riconoscimento delle fratture da parte del perito riapre a una possibile imputazione dei poliziotti per omicidio preterintenzionale.

Il caso Cucchi è una storia agghiacciante, in cui tutti fanno a gara per negare l’evidenza fino all’ultimo. C’è un ragazzo morto, con il volto tumefatto e fratture che non dovrebbero lasciare dubbi, eppure nella primissima perizia si leggeva che “il quadro traumatico osservato si accorda sia con un’aggressione, sia con una caduta accidentale, né vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva”. Tradotto: forse è caduto, forse è stato preso a pugni, non lo sappiamo. Un sistema trasversale in cui periti, magistrati, medici e poliziotti provvedono a insabbiare una vicenda scomoda per tutti.

Una domanda a questo punto si rende legittima: perché tutto questo? Non sarebbe più semplice e razionale farla pagare ai colpevoli e radiarli? Perché i sindacati di polizia non solo non prendono le distanze ribadendo che un agente che picchia un detenuto disonora la sua divisa, ma sono in prima linea nel difendere l’indifendibile e addirittura intimano a Ilaria Cucchi di scusarsi pubblicamente?  E soprattutto perché anche la magistratura si ostina a prendere le difese di chi ha ucciso Stefano?

La risposta è che, purtroppo, gli interessi della classe dominante nel mantenere il potere e di assicurarsi la fedeltà delle Forze dell’Ordine prevalgono sempre su tutto il resto. È un copione già visto in decine di altri casi di violenze e abusi in divisa, basti pensare alle assoluzioni e alle ridicole sentenze per gli imputati dei fatti del G8 di Genova, della Diaz e di Bolzaneto. Sotto gli occhi abbiamo la dimostrazione del fatto che la giustizia borghese non esiste, o esiste solo finché conviene ai padroni. Oggi evidentemente non conviene se riguarda gli apparati repressivi dello Stato. In periodo di crisi, la fedeltà degli organi repressivi fa comodo; per questo è necessario proteggerli e tutelarli anche al di sopra della legge, garantendo loro una sostanziale impunità da ogni reato ovunque sia possibile…

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