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Novecento, il lascito di Bertolucci ai giovani del nuovo millennio

*di Francesco Raveggi

Un ragazzo partigiano canta, ucciso da un tedesco in ritirata. Un altro ragazzo entra, armato di fucile, nella villa del padrone terriero; il fucile viene puntato all’altezza della testa del latifondista, mentre il ragazzo – partigiano – dice una frase in tono deciso e perentorio: “Evviva Stalin!”.

Il luogo è la campagna emiliana. Il periodo è di quasi mezzo secolo: dal 1901 fino alla Liberazione. Storica colonna sonora di Ennio Morricone ed un cast nazionale ed internazionale che vede – tra i vari – Robert De Niro, Donald Sutherland, Burt Lancaster, Gérard Depardieu e Stefania Sandrelli. Tutto questo dipanato in 2 atti per un’opera che, complessivamente, arriva a durare oltre 5 ore.

Un curriculum di tutto rispetto, per un film, Novecento, che non ha paura di mostrare tematiche “oltre la linea”, con violenze – spesso crude ed evidenti – fisiche e sessuali, volgarità (si pensi al fatto che il film uscì nelle sale nel 1976) ed un contenuto politico che, sebbene all’epoca non suonasse particolarmente strano su certi punti, sicuramente è oggi dirompente. Se il tema di fondo è, infatti, sostanzialmente semplice, non lo è il modo in cui esso viene trattato e approfondito.

Due famiglie fanno da sfondo all’intera vicenda: i Berlinghieri (rappresentati dal giovane Alfredo), proprietari terrieri, e i Daccò (rappresentati, invece, da Olmo), una famiglia di braccianti agricoli che lavorano ai campi dei primi. Olmo ed Alfredo nascono lo stesso giorno e, da allora, la loro vita sarà sempre legata.

Il film viene scandito in due blocchi centrali: il primo spazia dal 1901 – anno di inizio “narrativo” – fino alla fine del I Atto, vale a dire fino all’avvento del fascismo. Il II Atto invece scorre lungo l’arco narrativo del Ventennio, per arrivare fino alla Liberazione.

Il grande pregio del film, che fin qui potrebbe apparire come semplice “opera storica” (peraltro sicuramente non molto accessibile, data la durata complessiva ed il ritmo di scorrimento della pellicola – che sicuramente “si prende il suo tempo”) è però, come anticipato, quello di leggere gli eventi concitati di quegli anni sotto una lente politica ben precisa.

Il fascismo travolge brutalmente la scena filmica: Donald Sutherland interpreta Attila, veterano del Regio Esercito che, dopo la fine della guerra, compare improvvisamente nel podere Berlinghieri. Si scoprirà che la funzione di Attila sarà quella di affiancare la cerchia di latifondisti emiliani nella repressione contro le Leghe socialiste dei braccianti che, nel frattempo, si stanno organizzando e stanno crescendo. Emblematica è un “blocco scenico” che riguarda l’origine di classe del fascismo: i braccianti e le contadine entrano in sciopero. I padroni chiamano la cavalleria dell’esercito che però, una volta trovatasi davanti le donne che si sdraiano per terra, decide di ritirarsi. I padroni invocano la piena repressione, che viene temporaneamente “congelata”. Successivamente i latifondisti si riuniscono nella Chiesa del villaggio (già di per sé un attacco diretto contro le collusioni della Chiesa cattolica con il fascismo) alla presenza di Attila, creando una “cassa comune” per finanziare le squadracce fasciste. Le camice nere subito si attivano, andando a bruciare sedi di partiti e Case del Popolo.

La divisione è qui netta e non lascia spazio ad interpretazioni; la divisione diventa ufficialmente di classe. Il fascismo è l’appendice del vecchio mondo, minacciato dall’onda del Biennio Rosso e degli scioperi generali che rivendicano il nuovo. Il fascismo interviene quando i ricchi vedono minacciata la propria posizione sociale, dove invece i braccianti scendono in piazza con le bandiere rosse e l’internazionale.

Il “gioco” di regia è anche un gioco di colori: colori caldi vengono utilizzati nei primi periodi, in cui la lotta dei braccianti divampa nelle campagne, per poi ricomparire durante il periodo della Liberazione. I colori freddi dominano invece per tutta la parte centrale: il fascismo si presenta in tutta la sua brutalità, contribuendo a creare un’atmosfera di oppressione che più di una volta dà l’impressione di angoscia, timore. Scene che non mancarono di suscitare critiche ed attacchi (prima fra tutte la scena in cui Attila e Regina – sua consorte – violentano ed uccidono un bambino) furono funzionali a dimostrare non tanto la violenza in generale del fascismo (che comunque non manca di essere evidenziata); la violenza e l’impunità dimostrate dalle squadracce nere diventano metafora della violenza di un sistema capace solo di opprimere i più deboli, gli sfruttati, gli oppressi, sapendo di agire nella più piena impunità di uno Stato oramai saldamente in mano alla borghesia.

Il finale, a oltre 40 anni di distanza, rimane però amaro – e all’epoca non mancò di suscitare qualche critica anche da sinistra. La linea temporale torna alla scena iniziale: la Liberazione arriva dirompente. La durata dell’opera, ed anche qui sta la maestria dell’autore, fa quasi dimenticare i brevi minuti iniziali in cui tedeschi e repubblichini in fuga vengono catturati. Ci si dimentica dell’atmosfera di tripudio iniziale e, quando questa si ripresenta, ci coglie nuovamente di sorpresa. Attila, assieme alla cricca di fascisti che provano fino all’ultimo a nascondersi ed imboscarsi una volta che il potere della borghesia si allenta e si trovano impotenti davanti all’odio popolare, viene giustiziato. Tutti festeggiano, tirando fuori le bandiere rosse. L’allegria, tuttavia, dura poco: il CLN passa per la piazza, chiedendo la consegna di tutte le armi. I braccianti vengono disarmati durante la lotta di Liberazione. La “conseguenza” naturale che emerge da questa scena è l’ultimo, singolo momento del Secondo Atto: Olmo e Alfredo, catapultati negli anni ’70 – l’attualità di quando uscì il film -, si ritrovano l’uno davanti all’altro, ormai anziani, continuando a “combattere” ed a fronteggiarsi, come facevano i loro nonni ad inizio secolo. Passano davanti mentalmente tutte le immagini iconiche, il percorso umano e storico dell’opera: in quel combattimento tra due stanchi ed anziani uomini è racchiusa l’essenza di un mondo che, per noi nuove generazioni, sembra essere lontano anni luce e vivere solo nei racconti dei nostri nonni ma che, pur passando decenni, iniziando e finendo guerre, crollando vecchie nazioni e sorgendone di nuove, rimane lo stesso, vecchio mondo, dilaniato da un unico conflitto, che di tutte le vicende narrate è stato – ed è ancora – il vero protagonista: la lotta di classe.

Il nostro secolo non è il secolo scorso; il Novecento che Bertolucci ha immortalato su pellicola. A noi rimane davanti un intero secolo nuovo, il primo secolo del nuovo millennio. Lungi dall’essere già scritto, questo secolo attende di essere scolpito da quegli stessi protagonisti che animanorono quella grande epopea cinematografica: da un lato, gli eredi di chi, asservito ai potenti ed ai ricchi oppressori, agisce nella forza dell’impunità finché può, salvo poi fuggire, impaurito, quando gli viene presentato il conto delle sopraffazioni e delle ingiustizie. Dall’altro, gli eredi di quei braccianti in sciopero, che contro mille avversità ma con tenacia e determinazione, lottano per un futuro migliore. Discernere, sotto ogni movimento politico e sotto ogni rivendicazione politica che viene avanzata, i reali rapporti ed interessi di classe; questo il grande lascito cinematografico che Bertolucci lascia ai giovani comunisti con la sua grande opera del Novecento italiano.

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