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Supercoppa in Arabia Saudita. L’emblema del calcio “moderno”…

*di Giuseppe Albanese

La decisione della FIGC di far disputare la Supercoppa italiana Tim in Arabia Saudita ha scatenato non poche polemiche. Lo Stato arabo, infatti, è da molti anni al centro di alcune polemiche legate perlopiù alla sua natura fortemente sessista. Le donne non godono di alcun diritto, da quello di non poter possedere un conto in banca a quello, ancor più preoccupante, di non potersi sottoporre ad un intervento se non con il consenso di un familiare, ovviamente, di sesso maschile.

Molti media, sorprendentemente, non hanno citato il fatto che quello saudita è un regime sanguinario, le cui criticità non si limitano solo alla condizione della donna. Non dimentichiamo che i bombardamenti sullo Yemen e l’uccisione di un giornalista turco – che si opponeva alla leadership del Paese – sono tra i casi più cruenti di cui è accusato, per non parlare del traffico di armi che vi passa. Insomma, non è di certo un posticino da visitare con tranquillità, e non può essere il posto idoneo ad ospitare un evento sportivo (anche e soprattutto perché in contraddizione con quello che lo sport dovrebbe significare).

Molto significativa è stata la risposta data dalla FIGC, che si è difesa affermando che questa scelta è in linea con la politica estera dell’Italia. E in effetti… lo è, ed è proprio questo il problema. «L’Arabia Saudita – questa la risposta della federazione – è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco, con nostri connazionali che lavorano in Arabia e nessuno di tali rapporti è stato interrotto. Il sistema calcio non può assurgere ad autorità sui temi di politica internazionale, né può fare scelte che non rispettino il sistema paese». E infatti la polemica (giusta) che ha investito la federazione dovrebbe piuttosto essere una polemica contro l’intera politica estera del nostro paese, della stessa UE e dei paesi NATO, che hanno come principale alleato in medio-oriente, fra i paesi arabi (oltre a Israele, dunque), proprio l’Arabia Saudita, un regime teocratico e sanguinario fra i principali sponsor del terrorismo nella regione, mentre proprio i paesi più laici, come la Siria, sono al primo posto fra i paesi considerati “nemici”…

A queste riflessioni si somma anche che il costo del biglietto per raggiungere lo Stato saudita e per lo stesso match (al quale non potranno assistere le donne se non accompagnate) è fuori dalla portata della maggior parte dei tifosi. I pochi che possono permettersi questa spesa dovranno affrontare un viaggio intercontinentale, soggiornare in un albergo (di lusso) e spendere centinaia di euro per un match che non c’entra nulla con il Paese che lo ospita.

Il calcio, come altri sport, viene di fatto sottratto al legittimo proprietario ovvero il tifoso. Quest’ultimo è diventato soltanto un semplice consumatore che serve all’occorrenza per fare il pienone la domenica ma che viene abbandonato appena viene fiutato l’odore del denaro. Lo sport è diventato un enorme brand ed una macchina di riciclaggio che non risparmia nessuno, nemmeno il possessore morale: il tifoso. Questo percorso non riguarda soltanto il calcio (e la politica) italiano ma è presente anche in Spagna. L’ultima edizione della Supercoppa Spagnola è stata, infatti, disputata a Tangeri e la prossima resterà probabilmente fuori, addirittura, dal continente con USA e Cina a fare le offerte migliori. Ecco a cosa si è ridotto lo sport, all’offerta.  ”Cambiamo verso, calcio non può più aspettare”, queste sono le parole di Gravina, presidente della FIGC, durante il suo insediamento. Il verso l’abbiam ben capito, ma adesso noi non possiamo più aspettare.

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