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Le Giornate Rosse allistine e il Biennio Rosso del Sud

di Matteo Cazzato

Quando si parla di Biennio Rosso, si fa riferimento a eventi caratterizzati da serie di lotte operaie e contadine, accaduti tra il 1919 e il 1921 in Italia. L’Italia meridionale non fu da meno neanche in quel momento storico. Significante è la storia delle Giornate Rosse Allistine che vanno inserite in questo contesto storico e che affondano le proprie radici in una condizione di disagio pre-unitaria.

Storicamente, nel Regno Borbonico, le terre pubbliche erano concesse dallo Stato in uso a chi le lavorava, dietro pagamento al fisco della cosiddetta “decima” sul raccolto. Nel 1806, i legislatori francesi (dopo la conquista da parte di Napoleone del Regno succitato), avviarono il processo di privatizzazione delle terre, con l’obiettivo di destinarle ai nullatenenti e ai piccoli proprietari… ma che infine furono sottratte dai grandi latifondisti.

Connesse alla questione succitata, ad Alliste e nel resto del Salento, avvennero nel corso degli anni numerose occupazioni e sommosse, come quelle del 1831, 1838 e 1848, durante le quali si chiedeva la cessione delle terre del demanio, la divisione dei latifondi signorili e l’abbattimento della monarchia borbonica. Si giunse così alla violenta agitazione dell’agosto del 1879, quando duecento contadini, invasero le terre della “Masseria Stracca”: all’occupazione fece seguito il massiccio intervento delle forze dell’ordine che arrestarono sessantacinque persone ponendo fine al moto contadino.

Nell’immediato primo dopoguerra ripresero con maggiore forza e con differente pensiero ideologico le lotte contadine e operaie che erano state bruscamente interrotte dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il Salento, tra il 1919 e il 1922, fu scenario di scioperi, occupazioni di terre e di altre forme di lotta prettamente riconducibili in una visione ideologica socialista e pertanto di lotta di classe. Questo fu possibile grazie alla massiccia presenza socialista e comunista nelle organizzazioni contadine, che lavorava per indirizzare queste lotte verso chiari obiettivi politici ed economici. La nascita del Partito Comunista d’Italia, l’eco della Rivoluzione Russa e del bolscevismo che risuonava in tutta Europa e nel mondo, contribuirono a far crescere sempre più quelle che erano le lotte contadine e operaie alle quali si contrapponevano, a tutela degli interessi della borghesia, i Fasci di Combattimento.

Fu proprio in questo periodo, tra la fine di marzo e gli inizi di Aprile del 1921, che presero forma le cosiddette Giornate Rosse Allistine.

Il 31 marzo 1921, in seguito ad un mancato accordo tra la lega dei contadini e i proprietari terrieri allistini, fu indetto uno sciopero per il giorno successivo. L’indomani giunse ad Alliste un funzionario della prefettura che convinse i contadini a revocare lo sciopero, ma non gli agrari a sedersi al tavolo delle trattative.
Nei due giorni successivi, quindi, i rappresentati delle leghe contadine di Alliste, Racale, Taviano e Melissano decisero di proclamare uno sciopero per il 4 aprile che si sarebbe svolto contemporaneamente nei quattro paesi.

La mattina del 4 aprile, il rappresentante della lega contadina, Cosimo Panico, si recò al municipio per consegnare al sindaco il testo del concordato che sarebbe dovuto essere firmato dai proprietari terrieri. Fuori dal municipio, attendeva la massa dei contadini che impediva a chiunque di entrare o uscire finquando non si sarebbe firmato il tutto. Il sindaco, a nome dei proprietari, prometteva che il lavoro non sarebbe mancato per nessuno e che i salari sarebbero aumentati. I contadini, però, volevano fatti e non parole e pretendevano che i proprietari si recassero in municipio per la firma e che, se non lo avessero fatto spontaneamente, pretendevano che fossero “tradotti anche coi mezzi a ferro dei Carabinieri”. Di fronte al tergiversare del sindaco, la tensione salì a tal punto da minacciare azioni estreme, quali l’incendio del municipio. Lo slogan più significativo fra quelli urlati in piazza fu “Oggi è Repubblica e bisogna far sangue”.

Con tale esepressione si può benissimo intendere quale fosse la forza di quell’evento: in “oggi è repubblica” si può benissimo sentire l’influenza politica del socialismo, dalla rivoluzione sovietica e si capisce quanto la coscienza dei contadini fosse sviluppata.

Nonostante le minacce e le intimidazioni, verso sera si era ancora in una fase provvisoria. Se la situazione non degenerò nella bruta violenza, fu grazie all’autocontrollo dei contadini che, verso le 19, decisero di terminare la manifestazione avendo ricevuto dal sindaco l’assicurazione che l’indomani sarebbero stati convocati in municipio i proprietari. Tuttavia, un’ora dopo, lo stesso sindaco inviò un telegramma al prefetto comunicando d’essere stato sequestrato dai contadini per circa dieci ore e, soprattutto, per richiedere l’invio di forze armate nella città salentina. L’indomani, i contadini bloccarono le vie d’ingresso al paese e il municipio venne tenuto chiuso.

Il 6 aprile, dopo aver rimosso le barricate, fu riaperto il Municipio: nello stesso giorno a Racale e Melissano fu firmato il concordato tra contadini e agrari, ma ad Alliste la situazione era ancora complessa. Tuttavia, essendosi indebolito il fronte degli agrari nei paesi limitrofi, anche il padronato allistino dovette scendere a patti con i contadini. Il 7 aprile, quindi, i proprietari terrieri allistini firmarono il contratto che accoglieva in toto le richieste dei braccianti.

L’evento ad Alliste segnò un importante passo avanti per quelle che erano le rivendicazioni e lotte contadine e operaie di tutto il Salento in quegli anni. Oggi, a novantotto anni dalle Giornate Rosse Allistine, è importante rivendicare quell’esperienza e prendere esempio dalla forza con la quale dei semplici contadini lottarono per i propri diritti.

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