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L’operazione politica sulle foibe e il revisionismo di Stato

Lo chiamano “Giorno del ricordo”, ma in realtà troppe cose vengono dimenticate nella narrazione che nel giro di 15 anni è riuscita a imporsi come dominante. La giornata di commemorazione per le “vittime delle foibe” e dell’esodo giuliano-dalmata fu istituita nel 2004 dal governo Berlusconi, perlopiù su pressione di Alleanza Nazionale, erede del movimento fascista MSI. Nel giro di pochi anni, una narrazione che da sempre era riconosciuta come una mistificazione della verità storica, figlia del revisionismo storico neofascista, è stata recepita e adottata ufficialmente dallo Stato italiano e dalle sue istituzioni. Ogni anno all’approssimarsi del 10 febbraio si parla sempre più della “pulizia etnica” contro gli italiani che sarebbe avvenuta nella regione istriana per mano dei partigiani jugoslavi, dell’esodo istriano, della necessità di ricordare queste vicende “al pari di Auschwitz”, come ebbe a dire un anno fa l’allora ministro Matteo Salvini.

Sui fatti del confine orientale durante la seconda guerra mondiale è stata condotta per anni una operazione tutta politica, che non aveva nulla a che vedere con la verità storica. Una operazione politica che ha varie direttrici. Si lega a doppio filo alla revisione storica che mira a criminalizzare la resistenza partigiana, alla propaganda anticomunista, all’equiparazione fra il comunismo e il nazifascismo che ormai viene adottata come ideologia ufficiale dall’Unione Europea. Ma ci sono anche interessi più immediati e materiali che riguardano l’Istria e la Dalmazia, cioè i territori persi con i trattati di pace che posero fine alla guerra, oggi sotto sovranità slovena e croata. È un elemento da non sottovalutare, considerando che la sovranità su un territorio significa sovranità sulle acque territoriali e diritti di sfruttamento economico delle risorse del mare, e nel Mare Adriatico questo significa trivelle e giacimenti di idrocarburi.

Se pensiamo a questi fattori, non appare poi così strano il fatto che il 10 febbraio, giornata in cui in tutta Europa vengono festeggiati i trattati di pace del 1947 che posero definitivamente fine alla Seconda Guerra Mondiale, venga trasformato dallo Stato italiano in una giornata di lutto per montare la polemica sui territori “persi” con quei trattati e sull’esodo delle popolazioni italiane che vivevano lì. L’intento è ormai evidente ed emerge in diverse dichiarazioni di esponenti istituzionali. Lo scorso anno (10 febbraio 2019) Antonio Tajani, esponente di spicco di Forza Italia e allora Presidente del Parlamento Europeo, dal palco della commemorazione di Basovizza lanciò apertamente la provocazione proclamando “viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani”, suscitando le lettere di protesta dei governi di Croazia e Slovenia verso quella che appariva una rivendicazione territoriale a tutti gli effetti. È un’operazione che non è più appannaggio esclusivo dei neofascisti, ma ormai sfonda anche nel centro-sinistra. Già nel 2007 l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlò di «un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947». Chiunque cerchi di decostruire la mistificazione sulle foibe e riportare la discussione su un piano sensato, viene definito “negazionista” ed equiparato a chi nega l’Olocausto compiuto dai nazisti.

La prima vittima di questa enorme operazione politica e di propaganda, purtroppo, è la verità storica. Il primo modo in cui questo avviene è decontestualizzando totalmente le vicende dal contesto storico. Nel “giorno del ricordo” la memoria è sempre più corta, e viene sistematicamente rimossa una verità: per 20 anni, dall’inizio del fascismo fino al 1943, in Istria e Dalmazia furono i fascisti italiani a imporre una politica di segregazione razziale, di italianizzazione forzata e di repressione nei confronti delle popolazioni slave, che erano la maggioranza in quei territori secondo tutti i censimenti. Una politica che dopo le leggi razziali, e soprattutto dopo l’invasione della Jugoslavia nel 1941, si tramutò proprio in una pulizia etnica, nello sterminio e nella deportazione di decine di migliaia di civili sloveni e croati. L’Italia costruì campi di concentramento in cui venivano internati uomini, donne, bambini a cui veniva vietato di affermare la loro identità etnica e culturale, a cui veniva vietato di parlare la propria lingua, a cui venivano persino cambiati i nomi.

Quando nel settembre 1943, dopo l’armistizio, ci fu il collasso dell’esercito italiano, i partigiani jugoslavi assieme ai partigiani italiani (alcuni dei quali combattevano inquadrati proprio nelle formazioni jugoslave) lanciarono un’operazione di riconquista dei territori precedentemente occupati. Un’operazione che colpì innegabilmente i fascisti e i collaborazionisti col fascismo, ed è un dato di fatto che quando si parla di “morti nelle foibe” si parla perlopiù di questo. I partigiani combattevano i fascisti e chi aveva collaborato con loro, nel contesto di una guerra in corso. In quella situazione, nel mezzo della violenza generalizzata portata dalla guerra in quelle terre, ci furono certamente vendette individuali, singoli episodi di delitti legati a motivazioni personali, come del resto ve ne furono anche in Italia e ovunque in Europa le popolazioni si fossero trovate sotto occupazione. Non era raro, per dire, che chi si era visto uccidere un familiare o la casa data alle fiamme, si facesse giustizia da solo se ne avesse avuto l’occasione. Detto questo, solo se si dimentica tutto il contesto finora citato si può confondere le carte, mettere tutto nello stesso calderone e sostenere la narrazione di una “pulizia etnica” contro gli italiani, ma questo non ha nulla a che fare con la verità storica. L’idea che i partigiani jugoslavi abbiano portato avanti una pulizia etnica contro “gli italiani” in generale è tutt’oggi il centro della falsificazione storica in corso.

Gran parte di questa falsificazione passa anche per i numeri. Parlare di centinaia, migliaia, decine di migliaia di morti, o addirittura di “milioni di morti” (come fece Maurizio Gasparri a suo tempo commentando l’approvazione della legge che istituì la commemorazione) non è indifferente. È qualcosa che cambia radicalmente l’entità di una vicenda che, non va dimenticato, avviene nel contesto di una guerra che in tutta Europa causa 60 milioni di morti. Tutte le ricerche degli storici concordano, ad esempio, nello stimare il numero di morti in Istria nel ’43 ampiamente al di sotto dei mille, e buona parte delle stime parla di numeri compresi fra i 400 e i 600, di cui solo una parte dei cadaveri (attorno ai 300) effettivamente gettati nelle foibe. Numeri più alti di morti per mano jugoslava vengono solitamente stimati per quanto riguarda la regione giuliana (le cosiddette foibe del ’45), sempre però fra i 1000 e i 2000. La maggior parte degli studi, insomma, parla di un totale di non più di 3000 morti per quanto riguarda le stime più alte, di cui solo una parte gettati nelle foibe. Per rendere un’idea della falsificazione, nella “foiba” di Basovizza (in realtà una vecchia miniera) che lo Stato italiano ha eretto a monumento nazionale, gli scavi realizzati a guerra finita da inglesi e americani dopo il giugno 1945 trovarono solo i cadaveri di 150 soldati tedeschi e numerose carcasse di cavalli. Da dove vengono le stime che parlano di decine di migliaia di morti? Sorprendentemente, negli ultimi decenni si è iniziato a utilizzare come “fonte” storica attendibile il materiale di propaganda prodotto dalla Germania nazista, durante l’occupazione tedesca dell’Istria e della Dalmazia dopo il 1943!

Si tratta, insomma, di una falsificazione che non si fa scrupoli nel negare persino l’evidenza e il lavoro degli storici, e che viene arricchita con dettagli macabri privi di fondamento. Ad esempio, non esiste nessuna documentazione che attesta che nelle foibe siano mai state gettate delle persone vive, mentre è vero che queste sono state utilizzate da tutte le forze belligeranti, cioè anche dai fascisti italiani e dai nazisti, per gettarvi cadaveri. Del tutto strumentale è poi lo stesso accostamento tra l’esodo giuliano-dalmata e le operazioni dei partigiani jugoslavi. L’esodo è un processo che va avanti fino agli anni’50, e avviene semplicemente a causa del cambiamento dei confini. La stessa idea che invece si trattasse di italiani che fuggivano “per non morire nelle foibe” è pura propaganda priva di qualsiasi fondamento.

La narrazione tossica sulle foibe oggi si fa strada nelle istituzioni, nelle scuole, nelle università, come mai era avvenuto prima. Fino a pochi anni fa un’operazione di revisionismo storico istituzionale di tale portata non sarebbe stata pensabile. È un’operazione che va di pari passo con la criminalizzazione della resistenza partigiana, che mira a sradicare dalla memoria della gioventù qualsiasi riferimento a chi lottò contro l’oppressione, per una società più giusta e libera dallo sfruttamento.

L’Italia di oggi non è quella per cui i partigiani hanno combattuto. L’Italia della disoccupazione, della precarietà, delle banche e dei padroni ha già tradito da tempo il sogno dei partigiani che lottavano per una società più giusta e libera dallo sfruttamento. Ma oggi, con la legittimazione della propaganda neofascista sulle “foibe” e la sua adozione da parte dello Stato, la Resistenza viene tradita due volte.

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