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Dalla padella alla brace. La vita di un rider ai tempi del Covid-19

Le misure per rallentare la diffusione del virus Covid-19 hanno stravolto il normale funzionamento della società. Strade semi-deserte, bar e negozi chiusi, così come scuole, musei, università, biblioteche, ristoranti ed esercizi commerciali di vario tipo. Ieri abbiamo dato voce ai lavoratori di un settore che non ha conosciuto alcuno stop, quello dei call center legati a grandi società multinazionali. Ma questo non è l’unico campo in cui il profitto viene prima di tutto, prima della sicurezza dei lavoratori.

Nel mondo del lavoro giovanile uno degli impieghi che progressivamente sta andando per la maggiore è quello di rider, soprattutto nel food delivery, la consegna di cibo a domicilio. Chiunque, nell’ultimo anno soprattutto, ha sentito parlare di Foodora, Glovo, Deliveroo – tra i più noti colossi del settore – e delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori che per loro lavorano. Queste condizioni sono peggiorate ulteriormente in conseguenza alle misure d’emergenza nazionali che obbligano i ristoranti a chiudere i battenti e dedicarsi solamente alle consegne a domicilio. Oggi vi parliamo dell’esperienza uno studente all’Università di Torino e rider di Glovo nel capoluogo piemontese, che per comodità chiameremo Luca.

«Il carico di lavoro è considerevolmente aumentato da quando il governo ha intimato di stare a casa. Arrivano molti più ordini sia nei supermercati sia nei fast food o ristoranti rimasti aperti per le consegne». Il primo punto è proprio questo: il lavoro non è diminuito, anzi, è aumentato insieme alle condizioni pessime di lavoro. «Arrivano ordini troppo grandi per un semplice rider in bici, il sistema è pieno di ordini da supermercati e quindi non può indirizzare subito questi ordini a glovers in macchina. Ieri per esempio ho fatto 4 ordini in due Carrefour, in uno ho dovuto fare 2 viaggi per lo stesso ordine perché la spesa era troppa per entrare nello zaino. In un altro Carrefour ho portato da solo la spesa, in un unico viaggio, di almeno 14kg. In teoria avrei avuto diritto al bonus previsto per la consegna superiore a 9kg, ma chi risponde alla chat è spesso un messaggio reimpostato, mi ha rifiutato il bonus affermando che la spesa fosse entro i 9kg (se vuoi posso farti vedere la lista). Questi sono supermercati Carrefour 24h convenzionati, i lavoratori sono completamente sommersi dal lavoro, con file di clienti in attesa, file alle casse e ordini Glovo che si accumulano, sono palesemente sotto organico. Noi riders siamo costretti ad aspettare fuori e la guardia giurata oltre a gestire il flusso di persone gestisce anche la fila dei rider chiamandoci con i vari numeri.» La situazione descritta da Luca parla chiaro: allo sfruttamento dei rider corrisponde una situazione difficilmente gestibile per i lavoratori della grande distribuzione, con condizioni sanitarie inadeguate.

A quest’ultimo punto dedichiamo maggiore spazio. Le consegne a domicilio sono permesse, secondo le misure d’emergenza, perché non rappresenterebbero un rischio. È davvero così? L’azienda, anche da questo punto di vista, non fornisce alcuna tutela effettiva. «Glovo invia delle mail dove ci rimbalza le indicazioni ministeriali ma tutto qua, dice che dovremmo lavarci le mani dopo ogni ordine. Chiaramente è impossibile: dal punto di vista del tempo, ne abbiamo poco, gli ordini arrivano in automatico se hai l’accettazione automatica per avere il bonus eccellenza (e ce l’abbiamo quasi tutti), poi non ci sono luoghi dove lavarsi bene le mani (non possiamo accedere ai bagni dei locali) tranne le fontanelle pubbliche che però non credo valgano quanto acqua calda e sapone o amuchina». Mascherine adeguate? Indicazioni precise? Nulla di tutto questo. «Non c’è stato consegnato alcun materiale. Ci sono riders senza mascherina, quelli che la usano ne hanno una teoricamente usa e getta che però utilizzano tutti i giorni. Altri usano semplicemente un fazzoletto o una sciarpa. Le mascherine FFP3 o FFP2, che già non costano poco, sono praticamente introvabili. Come dovremmo fare?». Altro problema per il rispetto delle misure sanitarie sono le file di fattorini che si formano fuori dai supermercati e dai fast food/ristoranti ad alta concentrazione di ordinazione. «Non solo per noi le code sono un danno economico, ma nei fatti si creano assembramenti di persone che non sono gestibili. Ieri sera ho passato fuori da una pizzeria più di un’ora, dovevamo stare tutti abbastanza vicini perché lo spazio era ristretto».

Il contratto di un rider recita “prestazione occasionale di lavoro autonomo”, questo comporta assenza di ferie pagate, assenza di permessi retribuiti in caso di malattia e addirittura di infortunio sul lavoro. Tutto questo, ci spiega Luca, crea una situazione davvero difficile visto il contesto attuale. «Glovo ci ha mandato una mail in cui si dice che l’azienda darà a chi abbia contratto il Covid-19 un supporto finanziario della durata di due settimane, tempo di recupero per esigenze mediche. Questa misura è valida solamente dal 13 al 29 marzo. Se dovessi risultare positivo il 30 marzo cosa dovrei fare? E poi chi ci dice che bastino due settimane per guarire? Ci stanno prendendo in giro! Vogliono solo lavarsi la coscienza senza tutelarci in maniera concreta».

Recensendo il film “Sorry we missed you”, avevamo analizzato gli effetti a livello psico-fisico dei meccanismi della gig economy. Abbruttimento del lavoratore, annullamento dei rapporti umani, nervosismo e frustrazione come condizionatori di qualsiasi propria azione. Dobbiamo fare i complimenti a Ken Loach perché la testimonianza di Luca ritrae tutto questo. «Il clima che si respira è di grande preoccupazione. Se perdi tempo in coda guadagni meno, magari arrivi in un posto ed è già chiuso ma l’applicazione non si era aggiornata in tempo. Siamo frustrati e preoccupati per la nostra salute, ma abbiamo bisogno di soldi quindi non possiamo restare a casa. A volte il nervosismo – nostro e loro – provoca discussioni animate con i lavoratori da cui prendiamo le consegne. Sappiamo che è sbagliato, ma a volte di testa non riesci a reggere questa situazione». Ed è proprio dalla bocca di Luca che esce un’analisi fondamentale e molto lucida sul contesto nel complesso, su come il sistema e le istituzioni non si assumano le proprie responsabilità. «L’unica consolazione è stato un signore anziano a cui ho portato la spesa, mi ha dato dell’“eroe” per quello che io e i miei colleghi stiamo facendo, si vedeva che era sinceramente grato. Ma io non voglio essere un eroe, io lavoro in condizione pessime perché ne ho bisogno per pagarmi gli studi e dare una mano in casa. Vorrei anch’io poter restare a casa, ma proprio non posso».

La vita dei fattorini, dei rider, è costellata di sfruttamento, assenza di tutele, con sentenze giuridiche troppo spesso ostili, frutto del sistema in cui viviamo. Il quadro è sempre più chiaro: all’interno dell’emergenza coronavirus esiste un’emergenza per i lavoratori. Il governo lascia campo aperto a colossi multinazionali privatizzando l’assistenza domiciliare, nel momento in cui servirebbe che lo Stato organizzasse un servizio pubblico nazionale per tutelare le persone più a rischio. Tutto questo genera maggiore profitto per grandi aziende, tra l’altro già famose per lo sfruttamento intensivo dei lavoratori. Queste aziende non garantendo le misure necessarie per la sicurezza sanitaria di questi lavoratori risparmiano e si arricchiscono ulteriormente sulla loro pelle. Una cosa emerge chiara da questa vicenda: non esiste quarantena per il conflitto di classe.

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