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Combattimenti a Porta San Paolo
Combattimenti a Porta San Paolo

Porta San Paolo e l’inizio della Resistenza

di Ivan Bellucci e Daniele Agostini

Il contesto del 25 aprile di quest’anno

Il 25 Aprile di quest’anno ricorre il 75° anniversario della Liberazione del popolo italiano dalle forze d’occupazione nazi-fasciste. Un anniversario che purtroppo si è svolto a casa a differenza degli altri anni, ma in cui in ogni caso non sono mancate le polemiche da parte di qualche esponente della destra, che ha cercato di sfruttare il clima creato dalla pandemia globale per provare a contendere al governo la propaganda dell’unità nazionale per gli interessi dei capitalisti.

Secondo il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che non ha risparmiato un’infima strumentalizzazione del lavoro dei nostri medici in funzione anti-partigiana, il Covid-19 “ci ha fatto il regalo di liberarci, per la prima volta nel dopoguerra, della retorica del 25 Aprile”. Fratelli d’Italia propone che “il 25 Aprile diventi, anziché divisivo, giornata di concordia nazionale nella quale ricordare i caduti di tutte le guerre, senza esclusione alcuna”; “sarebbe” – continua la dichiarazione – “il modo migliore per ripartire in una Italia finalmente capace, dopo 75 anni da quel lontano 1945, di privilegiare ciò che ci unisce e che ci rende tutti orgogliosi di essere italiani. Nel ricordo dei caduti, chi vorrà, sabato prossimo potrà listare a lutto un tricolore e cantare la canzone del Piave che da sempre le Forze armate dedicano ai caduti di ogni guerra”. Come se invece le canzoni della Resistenza non rendano italiano chi le canta!

Forse sarebbe opportuno ricordare a certe persone chi, in quei fatidici giorni di guerra e disgrazie, scelse la strada della lotta per liberare la propria terra dai nazifascisti – riscattando davvero il nostro Paese e le sue masse popolari dopo vent’anni di dittatura – , e chi invece scelse di stare al fianco dell’invasore, rendendosi complice attivo e cosciente dei crimini da loro inflitti contro la popolazione italiana (fra i tanti tristi esempi, la strage di Marzabotto, gli eccidi di Sant’Anna di Stazzema e delle Fosse Ardeatine, il rastrellamento del Quadraro).

Del resto, la narrazione dominante sulla Resistenza pone sempre meno l’accento sulla lotta che vide protagonista il nostro popolo non solo contro l’occupazione tedesca ma anche contro lo stesso regime fascista. Una chiara volontà revisionista di riscrivere la Storia, il tutto in nome di una presunta “memoria condivisa” dove vittime e carnefici sono messi sullo stesso piano, con un duplice obbiettivo:

  • privare la grande borghesia italiana della sua responsabilità di aver appoggiato l’ascesa del fascismo negli anni ’20 (in funzione anti-operaia e anti-contadina) e di aver partecipato attivamente alla costruzione dello Stato fascista negli anni ’30 e ’40;

  • screditare il ruolo primario della lotta partigiana nel processo di Liberazione, in primis il ruolo giocato dai comunisti nell’organizzazione della Resistenza.

Ma la storia non è quella che può essere memoria di singoli, e la storia ci insegna che la partecipazione popolare alla Resistenza è stata uno dei fattori più decisivi nel cambiamento delle sorti della guerra in Italia: gli Alleati ritenevano infatti il “fronte italiano” un campo di guerra secondario, volto a distrarre le forze armate tedesche dal “vero fronte” (quello francese, aperto poi nel ‘44 con lo sbarco in Normandia), e senza la lotta antifascista della Resistenza la guerra di Liberazione non avrebbe mai avuto l’esito che conosciamo.

L’Italia antifascista: fra clandestinità e organizzazione

Nonostante anni e anni di repressione fascista, Mussolini non riuscì mai del tutto ad estirpare dalla popolazione italiana ogni forma di resistenza politica organizzata ed individuale, tanto che dopo venti anni, l’opposizione antifascista non era stata spenta ancora: carceri, confino politico, esilio, da luoghi che dovevano soffocare una volta per tutte le voci contro il regime, divennero ben presto scuole di politica, di democrazia, e di organizzazione.1 Matteotti, Gramsci, Della Maggiora, il giovane Gobetti e gli altri martiri assassinati dagli uomini del Duce durante gli anni passati, erano ancora ben vivi nella memoria antifascista.

Inoltre, l’orrore della guerra alimentava atteggiamenti anti-regime anche tra le fila dei soldati mandati al fronte, oltre che ovviamente tra le loro famiglie rimaste a casa: in un’Italia divenuta membro dell’Asse, trascinata nel conflitto mondiale dalla monarchia e dal fascismo per gli interessi dei capitalisti italiani (emblematiche le parole di Mussolini «Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative da vincitore», pronunciate il 10 Giugno 1940), la fame e la fatica per mandare avanti la produzione bellica si facevano sentire sempre di più, ma soprattutto si facevano sentire i bombardamenti anglo-americani, pagati a carissimo prezzo dalla popolazione civile.

A Roma i cittadini furono costretti a subire tale supplizio ben 51 volte2: le bombe li avevano messi all’improvviso davanti alla morte e alla tragedia della guerra in casa. Non fu casuale la freddissima accoglienza popolare a suon di fischi riservata al Re in visita ai feriti, dopo il bombardamento del quartiere di San Lorenzo il 19 Luglio 1943 – giornata in cui le camicie nere non osarono neanche farsi vedere: i romani avevano infatti ben chiaro chi fossero i responsabili a monte del loro coinvolgimento in una tale disgrazia, tenendolo sempre bene a mente per tutto il tempo della guerra di Liberazione.

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Roma viene bombardata dagli Alleati

Oltretutto l’opposizione popolare al regime era cresciuta col tempo anche  tra la gioventù italiana, quella stessa gioventù che era stata indottrinata in maniera incessante con il mito della “romanità” fascista e a suon di marce. “Agli atti di guerra risponderemo con atti di guerra – uno dei motti mussoliniani più noti che furono fatti risuonare per anni nelle orecchie di questi giovani per incitarli alla guerra e al combattimento: ebbene, i giovani, dinnanzi alla rovina del Paese per mano del fascismo, reagirono in senso opposto, andando poi negli anni successivi a riempire le fila volontarie dei partigiani sui monti, o diventando gappisti e staffette nelle città.

E man mano che l’opposizione popolare cresceva, il fascismo mostrava sempre di più la sua identità, con l’intensificazione delle sentenze emesse dal Tribunale Speciale per la Difesa della Stato di stanza nella Capitale, nella quale per giunta operava la cosiddetta «quinta colonna» tedesca: ben 6.000 nazisti infiltrati nei Ministeri, nelle fabbriche, nei Comandi militari, nello Stato Maggiore dell’Esercito e nel Comando Supremo della Difesa3.

Il contributo più grande all’organizzazione di tale opposizione popolare al fascismo fu dato dal Partito Comunista al tempo clandestino. Durante gli anni della clandestinità, i comunisti s’impegnarono incessantemente nella costruzione di una rete antifascista in tutta Italia, che andasse dalle fabbriche fino alle università, al fine di costruire un radicamento antifascista diretto fra la popolazione. A dimostrazione della grande volontà dei comunisti in ciò, sta il fatto di come la Direzione centrale del Partito, seppur spostatasi all’estero, riuscì ad organizzare cellule di lavoratori nella maggior parte delle industrie chiave del Paese, e non solo questo: un numero ingente di militanti comunisti s’infiltrò addirittura nei sindacati fascisti, entrando così in contatto con i lavoratori ad essi iscritti, convincendoli infine a rivoltarsi contro il fascismo – nato nel Biennio Rosso proprio per contrastare la classe lavoratrice – riuscendo ad organizzarli. Non a caso, a differenza di altri partiti ed esponenti antifascisti che cercavano di evitare il protagonismo delle masse nei cambiamenti sociali causati dall’imminente caduta del regime – come temeva lo stesso Ivanoe Bonomi, il presidente liberale del futuro Comitato di Liberazione Nazionale – i comunisti sono stati i primi a riallacciare i legami con la classe lavoratrice e a ricostituire un nucleo centrale del Partito all’interno del Paese, con l’intenzione di coinvolgere le masse popolari nel processo di Liberazione. A Torino e a Milano, fu proprio grazie ai comunisti che ben 100.000 operai dei grandi complessi industriali, organizzati clandestinamente, avevano scioperato nel Marzo 1943.

Sul processo di organizzazione della lotta antifascista, preziosa risuona la testimonianza del dirigente del PCI Pietro Secchia: “La Resistenza non fu né un miracolo, né un fenomeno spontaneo: dovette essere organizzata. Dura, difficile, piena di difficoltà fu sempre la lotta, sino alla fine, ma soprattutto agli inizi”.

I 45 giorni verso l’8 Settembre

25 luglio: i simboli del regime vengono abbattuti.
25 luglio: i simboli del regime vengono abbattuti.

A partire dall’estate del ’43, in piena guerra, l’Italia andò incontro ad una rapida e brusca successione di avvenimenti che l’avrebbero convolta. Al suo ritorno a Roma da un incontro con Hitler a Feltre, Mussolini si trovò ad affrontare, costretto dai suoi gerarchi, una riunione del Gran Consiglio del Fascismo, in cui la cifra di oppositori interni era aumentata man mano che seguivano le disastrose notizie sugli avvenimenti bellici: la riunione terminerà alle ore 2:50 nella notte del 25 Luglio con il voto del Gran Consiglio per la destituzione del Duce, arrestato poi la mattina dello stesso giorno e trasferito in una caserma dei carabinieri4. La sera del 25 Luglio, Roma esplose in accese manifestazioni popolari: il sentimento antifascista si riversava finalmente nelle strade! Ma era una gioia destinata a durare poche ore: alla dittatura fascista subentrò ben presto quella militare.

La guida del nuovo governo fu affidata, senza coinvolgere le forze antifasciste riunitesi nel Comitato delle Opposizioni, in cui si faceva sentire il peso dei comunisti espressione delle masse popolari italiane, al maresciallo Badoglio, il quale respinse subito le proposte avanzate da Bonomi per conto del Comitato, ovvero: denuncia immediata del patto di alleanza col Terzo Reich e apertura di trattative di pace separata con gli Alleati. La Monarchia e capitalisti italiani con la loro decadente rappresentanza politica temevano troppo l’avanzamento delle masse popolari in un’eventuale soluzione antifascista come uscita dalla guerra, indi per cui non avrebbero mai permesso che fossero esaudite, legittimandole, le richieste dei partiti antifascisti.

Roma festeggia la caduta del Fascismo
Roma festeggia la caduta del Fascismo

Come facilmente intuibile da tali elementi, la politica nazionale andò in direzione tutt’altro che favorevole per la popolazione italiana. Il 26 Luglio, il giorno in cui doveva prendere inizio il coprifuoco oltretutto, Badoglio diramava l’ordine ai potestà fascisti di rimanere ai loro posti: restavano intatti così i funzionari di polizia e la Milizia del regime; la circolare del generale Roatta (già capo del Servizio Informazioni Militari) dava ordine alle forze armate e alle forze dell’ordine di intervenire, anche con la forza, nella repressione di ogni manifestazione (sarebbe stato in seguito a questi ordini che nei cinque giorni successivi al 25 luglio si ebbero a Roma manifestazioni di piazza con ben 93 morti, 536 feriti e 2.276 arresti fra la popolazione civile)5; inoltre a Roma i giornali politici non erano permessi, mentre quelli di informazione erano strettamente sottoposti al controllo della censura.

Il “colpo di stato del 25 Luglio”, concordato fra i capi “ribelli” del fascismo ed il Re, mostrava il marciume e la corruzione di sistema politico, e vani furono i 45 giorni successivi di esortazioni al capo del governo italiano per sganciarsi dalla disastrosa alleanza con la Germania, avanzate dalle forze antifasciste. Nelle sue memorie Badoglio giustificherà le proprie azioni scrivendo che «una dichiarazione da parte dell’Italia di cessazione delle ostilità, non avrebbe potuto avere altro risultato che l’occupazione immediata dell’Italia da parte dei tedeschi e l’immediato rovesciamento del governo con la creazione di un governo nazi-fascista»6. Peccato che tali giustificazioni vengano sfatate subito da alcuni dati di fatto, poiché durante il suo mandato il generale non evitò che l’Italia venisse occupata dai tedeschi, come pure non riuscì ad evitare la creazione di un governo nazi-fascista, anzi in un certo senso favorì le due cose: il 25 Luglio in Italia vi erano 7 divisioni tedesche, di cui 4 impegnate in Sicilia, e quindi solo 70.000 soldati tedeschi dispiegati sulla penisola, contro 200.000 soldati italiani in territorio nazionale, a cui andavano aggiunti i corpi di polizia, l’Arma dei Carabinieri fedele alla Corona e una popolazione ostile alla presenza di un invasore straniero (inoltre vi erano ben 7 divisioni reduci dalla Russia in via di ricostruzione)7.

Ebbene, nei quarantacinque giorni del governo badogliano, nulla fu fatto per evitare l’arrivo indisturbato di ulteriori truppe naziste in suolo italiano, mentre i fascisti rimasti ai loro posti cominciarono ad organizzarsi – rassicurati di nuovo dalla presenza tedesca in aumento – per cercare di riprendere il potere. Qui c’è la differenza tra chi perseguiva gli interessi delle masse popolari e chi no: mentre Badoglio, il Re e lo Stato Maggiore- pianificando de facto già la loro ignobile fuga che poi avverrà il 9 Settembre successivo – temporeggiavano, evitavano il combattimento e permettevano ai nazisti di invadere militarmente l’Italia e di disgregare l’esercito italiano senza perdite, i partiti antifascisti – non a caso col ruolo preponderante in quest’opera del Partito Comunista (PCd’I), del Partito Socialista (PSIUP) e del Partito d’Azione (Pd’A) – svolgevano clandestinamente un’intensa attività di orientamento e organizzazione dei lavoratori e dei giovani, al suono di parole d’ordine quali:

  • uscita dell’Italia dal conflitto;

  • cacciata dei tedeschi dal territorio nazionale;

  • difesa della popolazione nel caso di attacchi da parte di nazisti e fascisti.

A conferma ulteriore di tutto ciò, basti pensare che il Comitato delle Opposizioni, già alla fine di Agosto, aveva richiesto a Badoglio su proposta del Partito Comunista la distribuzione di armi a tutti i cittadini romani che fossero stati volontariamente disposti a combattere per l’eventuale difesa di Roma, e in maniera tale da neutralizzare eventuali attacchi della “quinta colonna” infiltrata in città. La risposta negativa di Badoglio avrebbe avuto delle gravissime ripercussioni nella futura ed imminente Battaglia di Roma.

La mancata difesa di Roma

I giorni passarono in fretta, e si giunse alla giornata dell’8 Settembre 1943. Verso le 11 a Roma suonavano i soliti allarmi aerei, e in lontananza si potevano udire i bombardamenti alleati per far uscire allo scoperto il generale Kesselring, comandante in carica di tutte le forze tedesche in Italia. Quella triste mattina, la morte dal cielo cadde senza alcuna pietà sulla cittadina di Frascati, senza che fossero attivate le difese antiaeree italiane e tedesche.

Nel tardo pomeriggio, un annuncio radiotrasmesso colse di sorpresa l’Italia intera: «ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». La voce del Maresciallo Badoglio decretò la fine della guerra al fianco della Germania. La città di Roma si divise fra uno stato di gioia e uno di confusione più totale, mentre i generali discutevano sul da farsi all’interno del Ministero della Guerra.

Sia ben chiaro: l’ordine del giorno non prevedeva eventuali piani operativi per difendere la Capitale, verteva bensì su quale fosse la via più sicura per sfuggire alla reazione dei tedeschi (che avevano cominciato già a disarmare i soldati italiani ad Ostia e lanciato, partendo dal Nord, in tutta la penisola l’operazione Achse: totale invasione dell’Italia e neutralizzazione delle sue forze armate schierate nei vari teatri bellici del Mediterraneo, in vista di una eventuale uscita di questa dalla guerra).

Quei giorni Roma era circondata dall’intero corpo d’armata motocorazzato, composto delle divisioni Ariete, Piave, Granatieri, Centauro e Sassari, fra le più preparate di tutto l’Esercito. Un complesso di 90.000 soldati comandati dal generale Carboni, contro cui i 25.000 soldati della 3a Panzer e i 15.000 paracadutisti tedeschi attesi a Pratica di Mare avrebbero incontrato consistenti difficoltà. Ma al Re, a Badoglio e al Comando Supremo non interessava respingere i tedeschi: decisero che l’indomani avrebbero lasciato la Capitale alla sua sorte in balìa dei nazisti, e sarebbero fuggiti verso Sud – dove avrebbero trovato riparo sotto la protezione alleata – con la colonna di auto della famiglia reale e degli alti ufficiali dello Stato Maggiore scortata dalle divisioni motocorazzate, che avrebbero schierato lungo la via Tiburtina. Scriveranno i partigiani Forti e D’Agostini: “E’ certamente l’atto più grave compiuto dalla Monarchia, dal governo Badoglio e dallo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano… Roma non avrebbe dovuto meritare tanta sciagura”.

Nei due giorni fino al 10 Settembre, sarebbe toccato così agli antifascisti, ai soldati rimasti nelle caserme, e alla popolazione romana, difendere col sangue la Capitale.

A Porta San Paolo la Resistenza ha inizio

Gli antifascisti romani cominciarono subito ad organizzarsi: allo spolettificio Manzolini presso Porta San Giovanni, subito dopo l’annuncio dell’Armistizio, la commissione interna del Comitato delle Opposizioni, formata dagli operai Aldo Pinci – partigiano comunista che poi morirà in uno scontro a fuoco con i militi fascisti della banda Koch8Ottorino Altieri, Mameli Foglietti ed altri, diede vita al Comitato di Agitazione.9

Nella notte fra l’8 ed il 9 Settembre, a Roma e in tutti i grossi centri della provincia, come previsto da accordi stabiliti in precedenza dai rappresentanti del Comitato delle Opposizioni – gli antifascisti avevano quindi già previsto uno scenario come quello dell’8 – delegazioni volontarie di questo si presentarono presso i comandi militari a chiedere le armi per difendere la popolazione da eventuali attacchi tedeschi. Ogni trattativa si rivelò negativa eccetto una, iniziata addirittura prima del giorno dell’Armistizio: un accordo segreto fu raggiunto tra il generale Giacomo Carboni e Luigi Longo e Antonello Trombadori (entrambi del Partito Comunista). Attorno le 20:30 tramite il capitano Guido Carboni, figlio del generale, furono consegnate ai due dirigenti comunisti due grossi autocarri, carichi di fucili, pistole, bombe a mano e casse di munizioni; le armi venero scaricate dal dott. Felice Dessi, Longo, Trombadori e da altri due militanti comunisti (Forti e Boccanera) in quattro luoghi diversi della Capitale: al Museo del Bersagliere a Porta Pia, in un magazzino di via Sila a Prati, in un’officina in via del Pellegrino presso Campo de’ Fiori, e infine in un garage di via Galvani nel quartiere Testaccio.10

Intanto, attorno le ore 21:00, i tedeschi cominciarono a dirigersi verso il Caposaldo n°5 presso il (Vecchio) Ponte della Magliana; la postazione dei soldati italiani, comandata da Meoli, capitano del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, sbarrava con le sue difese l’accesso alla via Ostiense, e quindi verso il cuore di città11. Nel momento in cui i due eserciti si trovarono ormai vicini, come testimoniato da un ufficiale italiano, i tedeschi tentarono dapprima con l’inganno di disarmare i nostri soldati, offrendo loro generi di conforto in cambio della consegna delle armi; quando un reparto cadde nella trappola, all’improvviso, ai lati dello schieramento, iniziò a sorpresa l’attacco dei paracadutisti tedeschi, provocando così il fuoco di contrattacco dell’artiglieria italiana. Fu con questi spari e colpi di mortaio, tra Magliana e Cecchignola alle 22:10 dell’8 Settembre 1943, che ebbe inizio l’eroica Battaglia per la difesa di Roma contro gli invasori nazisti.

La mattina del 9 Settembre, mentre i granatieri erano impegnati presso l’E42, gli antifascisti continuavano incessantemente a cercare di organizzare le masse. In piazza Colonna tenne un comizio volante gremito di partecipanti il dirigente comunista Giorgio Amendola, che invitava la popolazione a recarsi presso le caserme a chiedere le armi per difendere Roma dai nazisti, e dall’inevitabile ritorno dei fascisti. Ma i tentativi dei civili furono respinti quasi ovunque, e ottennero un categorico “no” anche gli azionisti recatisi al Viminale per chiedere la distribuzione popolare della armi: eccetto “Cencio” Baldazzi (un ex-comandante degli Arditi del Popolo) che riuscì ad impossessarsi di alcuni fucili dati poi alla popolazione12 rischiando l’arresto, solo Longo, come già detto, era riuscito a farsi dare due autocarri di armi e munizioni dal generale Carboni.

I segni della battaglia alla Montagnola. Soldati italiani catturati dai tedeschi; in primo piano il cadavere di un soldato
I segni della battaglia alla Montagnola. Soldati italiani catturati dai tedeschi; in primo piano il cadavere di un soldato

Alle ore 9:00 un gruppo di azionisti passava per i Fori Imperiali in direzione San Paolo per fronteggiare i tedeschi; dopo aver assistito al loro passaggio, si offrì di combattere con loro la giovane comunista Carla Capponi, quella stessa Carla Capponi che avrebbe scritto di lì a breve la storia della Resistenza romana (e italiana) partecipando all’azione partigiana di via Rasella nel ’44. La giovane non riuscì ad ottenere le armi, ma si adoperò per tutta la durata della battaglia con altre donne ad assistere i feriti senza mai smettere.13

Dopo la fuga del re, si prepara la difesa di Roma
Dopo la fuga del re, si prepara la difesa di Roma

A lle ore 11:00, Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini, in rappresentanza del Comitato delle Opposizioni, si erano recati alla Presidenza del Consiglio per conferire d’urgenza col generale Badoglio – così come era stato fatto qualche ora prima dai sindacalisti Giovanni Roveda (membro della direzione nazionale del Partito Comunista), Bruno Buozzi e Oreste Lizzadri, e ugualmente fatto anche dal generale in congedo Castaldi, accompagnato da due ufficiali e inviato dall’Associazione Nazionale Combattenti. Nessuno di loro fu ricevuto: Badoglio, il Re, il Ministro della Guerra e i vertici più alti dell’Esercito a quell’ora erano già in fuga sulla strada verso Pescara, e portavano con sé le divisioni motocorazzate Ariete e Piave, sottraendo di conseguenza potenziali uomini utili alla difesa di Roma.

Ebbene, mentre i soldati italiani combattevano e si sacrificavano contro i tedeschi sull’Ostiense, l’E42 e la Laurentina, mentre i romani e gli antifascisti si stavano organizzando in fretta per difendere con le armi la città, la macchine del Re e dei generali fuggivano vigliaccamente verso Pescara. Il generale Roatta si era giusto limitato a scrivere a matita in fretta e furia l’ordine per cui Roma non doveva essere difesa, e per cui avrebbero dovuto rimanere soltanto le forze di polizia.14 Ma cosa potevano aspettarsi i lavoratori romani da chi era stato parte del regime fascista per anni?

Alle ore 16:30, con un accordo firmato dalle direzioni centrali dei partiti antifascisti, in via Adda il Comitato delle Opposizioni diventava il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)15 ovvero quell’organo politico e militare che coordinò e diresse gli uomini e le donne della Resistenza italiana durante la Guerra di Liberazione contro il nazi-fascismo, che si sarebbe protratta da quei giorni fino alla primavera del 1945.

Con la sera, la lotta dei granatieri diventava man mano più aspra, e le truppe naziste si avvicinavano al cuore di Roma. Le quasi 24 ore di fatica e mancanza di cibo e di riposo si facevano sentire, e i soldati italiani tra via Laurentina, Cecchignola, l’E42 e il Ponte della Magliana erano costretti ad arretrare sempre di più su posizioni interne, quando vennero in loro aiuto i lancieri del Reggimento di cavalleria Montebello. Le postazioni italiane riuscivano così ancora a resistere per qualche ora, e centinaia di cittadini si riversavano nelle strade a soccorrere i feriti; nel frattempo, erano stati collocati cannoni di diverso calibro presso la Piramide Cestia e Porta San Paolo, dove erano state scavate le prime due trincee e innalzata una barricata. Sul posto accorsero anche squadre di operai pronte a combattere e sollecitate all’azione dai militanti comunisti; molti di questi lavoratori provenivano dalle fabbriche ancora aperte come la FATME in via Appia Nuova.

Civili e militari a Porta San Paolo. In alto a destra l'azionista Raffaele Persichetti.
Civili e militari a Porta San Paolo. In alto a destra l’azionista Raffaele Persichetti.

All’alba del 10 Settembre i nazisti ricorsero nuovamente all’inganno per entrare a Roma: un ufficiale tedesco, presentandosi su un autocarro con un fazzoletto bianco di resa fra le mani, chiese agli ufficiali italiani il libero transito dei suoi soldati sul Ponte della Magliana per l’attraversamento senza sosta della città, in modo da proseguire poi verso Nord. La proposta fu consentita stabilendo una breve tregua. Mentre i primi reparti tedeschi avanzavano, verso le ore 7:00 l’artiglieria nemica riprese il fuoco contro i soldati italiani, i quali – pur opponendo una discreta resistenza – furono costretti a retrocedere fino al Forte Ostiense. Nei pressi del Forte si trovava l’Istituto Gaetano Giardino, gestito da suore che diedero continuo soccorso ai feriti (due figure su tutte: don Pietro Occelli e suor Cesarina D’Angelo, che morirà nel Maggio del ‘44).

Durante la mattinata a Testaccio un numero ingente di cittadini chiese, facendo ressa intorno a degli automezzi militari, le armi per poter contrastare l’arrivo imminente dei tedeschi; nel frattempo il comunista Roberto Forti, l’azionista Umberto Cerasa ed altri distribuivano ai civili, mandandoli alla Piramide, le armi che aveva ottenuto Longo; stessa cosa facevano “Cencio” Baldazzi e Mario Chierici in piazza San Giovanni.

Intorno alle 12:00 la linea difensiva dei granatieri e dei lancieri, raggiunti dai reggimenti della Fanteria Carrista, della Cavalleria Genova, del 2° Bersaglieri e degli Allievi Carabinieri, si era ridotta fino alle Mura Aureliane presso Porta San Paolo. Fu qui importantissimo il contributo agli scontri dato dalla partecipazione volontaria civile, non solo in maniera simbolica ma anche e soprattutto materiale: dei 712 caduti nelle giornate fra il 9 e il 10 Settembre ‘43, ben 251 furono i civili caduti16, nel cui tributo di sangue compariva anche quello di tanti giovani, come il giovane azionista Persichetti colpito a morte nei combattimenti in Viale Giotto. Il popolo romano e antifascista era accorso in massa all’ultimo baluardo difensivo, per tentare una estremo e disperata lotta per non cedere Roma all’invasore nazista.

Nel pomeriggio, una volta finito di distribuire le armi ai combattenti popolari, Longo, Trombadori, Onofri e Forti del Partito Comunista abbandonarono il deposito di Porta Pia, e si diressero a bordo di un taxi verso Testaccio, Porta San Paolo e i luoghi in cui c’erano ancora dei nuclei di resistenza. La situazione complessiva era la seguente: presso la Piramide Cestia civili e granatieri impedivano l’avanzata tedesca; a San Giovanni c’erano delle scariche di mitra davanti l’ambasciata tedesca; in Piazza dei Cinquecento a Termini si sparava da ore contro l’Albergo Continentale in cui si erano barricate centinaia di spie naziste della quinta colonna, che rispondevano al fuoco dalle finestre; presso Palazzo degli Esami nel rione Trastevere i popolani invece combattevano violentemente contro dei fascisti appartenenti al Battaglione M. E quindi non solo a Porta San Paolo o sul monte di Testaccio, ma anche nelle altre vie e zone principali di Roma si lottava strenuamente contro i nazisti fino all’ultimo sacrificio, mentre i fascisti si schieravano a fianco delle truppe occupanti.

Combattimenti il 10 settembre '43 a Roma
Combattimenti il 10 settembre ’43 a Roma

Finito il giro d’ispezione, Longo e la struttura dirigente del PCI romano si riunirono nel rione di Prati, e decisero di far ritirare i nuclei di resistenza a causa dell’impossibilità di proseguire ulteriormente, nella stessa giornata, uno scontro frontale aperto contro le forze militari tedesche: alla fine queste erano ormai riuscite a superare Porta San Paolo e ad infiltrarsi nella città. L’intenzione del PCI era di far tornare i combattenti a casa con le armi, in attesa di nuove disposizioni centrali sul da farsi. Nel tardo pomeriggio però si diffuse la notizia di alcune trattative tra le massime autorità militari italiane e tedesche: il feldmaresciallo Kesselring aveva inviato un telegramma ai pochi ufficiali militari italiani ancora rimasti nella Capitale chiedendone la resa; qualora le truppe italiane non avessero deposto le armi entro le 15:00, i tedeschi dopo aver tagliato le condutture dell’acqua, del gas e della luce avrebbero raso al suolo l’intera città. Alle ore 16:00 venne così firmato un documento di resa da parte dell’esercito italiano, in cui i comandi nazisti rilanciavano la, mai rispettata, dichiarazione già di Badoglio su Roma come “Città aperta”. La mattina dell’11, infatti, i romani vedranno transitare indisturbati per la propria città i paracadutisti di Kesselring…

Combattimenti a Porta San Paolo
Combattimenti a Porta San Paolo

Le giornate dell’8, del 9 e del 10 Settembre, se da un lato sancirono l’inizio dell’occupazione nazista e di innumerevoli sofferenze per la popolazione del nostro Paese, dall’altro mostrarono al nemico fascista come le masse popolari italiane non erano state ancora del tutto piegate, neanche dopo vent’anni di dittatura. I gloriosi episodi della Battaglia di Porta San Paolo e della strenua resistenza popolare contro l’avanzata delle forze occupanti, furono solo un assaggio di quello che verrà riserbato agli invasori e ai loro complici repubblichini nei mesi successivi: una lotta che diventò sempre più organizzata e sempre più estesa, e che culminò con le insurrezioni popolari della primavera del 1945. Il sangue di quei primi martiri della Resistenza, di cui s’intrisero i sampietrini di Roma, diede inizio ad un capitolo nuovo degli annali della storia del nostro Paese, forse il più bello: quello della Guerra di Liberazione. Spetta a noi tutti al giorno d’oggi fare tesoro del più grande insegnamento che la Resistenza ci ha dato: le grandi battaglie del nostro tempo, diverse per forma ma non per difficoltà dalla lotta antifascista di quei giorni, potranno essere affrontate e infine sconfitte solo con l’organizzazione, e per costruire un mondo più giusto varrà sempre la pena lottare.

Targa apposta dal comune di Roma sulle Mura Aureliane a Porta San Paolo
Targa apposta dal comune di Roma sulle Mura Aureliane a Porta San Paolo
  1. 1Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943, a cura di Lorenzo D’agostini e Roberto Forti, 1965. Prefazione di Giorgio Amendola; pagina 2

2 La guerra dell’aria. I bombardamenti alleati su Roma di Umberto Gentiloni Silveri (Sapienza Università di Roma)

3 Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943, pagina 7

4 Corso di storia di Franco Gaeta e Pasquale Villani, 1985; pagina 476

5 Italiani, brava Gente? di Angelo Del Boca; p. 268.

6 L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale di Pietro Badoglio; Milano, Mondadori, 1946.

7 Settembre 1943 di Mario Torsiello; Milano-Varese, Istituto Editoriale Cisalpino, 1963.

8 La liberazione di Roma: Alleati e Resistenza di Gabriele Ranzato, 2019

9 Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943 pagina 24

10 cfr Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945 di Pietro Secchia (1973) e Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943 pagina 29

11 I Granatieri di Sardegna nella difesa di Roma del settembre ’43 di Gioacchino Solinas; Spoleto, 1999

12 Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945, di Pietro Secchia,1973

13 L’ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli; pagg. 120-123

14 Nei secoli fedele di Gastone Breccia, 2014 e Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943 pagina 38

15 cfr Storia fotografica del Partito Comunista italiano Editori Riuniti, 1981

16 Le Brigate Matteotti a Roma e nel Lazio a cura di Davide Conti, 2006; prefazione di Giuliano Vassalli; pagina 57

Oltre ai titoli appena citati, per la raccolta dei dati storici contenuti in questo articolo sono stati consultati anche: “Storia della Resistenza Romana” di Enzo Piscitelli (Editori Laterza, Bari 1965), il sito resistenzaitaliana.it, l’archivio dell’ Unità Clandestina messo on-line dalla Fondazione Gramsci, e le ricerche del signor Fabio Biondi (Laurea presso l’Università della Tuscia di Viterbo sull’argomento 8 Settembre 1943 a Roma).

 

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