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Un questore fascista da Lubiana a Portella della Ginestra, un esempio del tradimento della Resistenza

di Riccardo Polimeni

Contrariamente a quanto spesso si pensa il 1945 non rappresentò un taglio netto rispetto alla presenza fascista nelle istituzioni. L’ideologia criminale che dominò la penisola per un ventennio permeò lo stato in tutti gli organi che potessero assicurare un adeguato mantenimento del potere, compresa la magistratura. L’amnistia Togliatti non seppe rispondere alle esigenze del paese e i giudici predisposti per condannare i crimini dei generali e degli ideologi del Fascismo risultarono essere gli stessi che, proprio con Mussolini e la fedeltà manifesta a questo, fecero enormi scatti di carriera.

Con questi presupposti non è assurdo pensare come gli unici a subire condanne severe furono i partigiani accusati di reati decontestualizzati dal periodo storico di riferimento, ovvero la Resistenza, e quindi la necessità di impugnare le armi contro l’occupante nazista. Per riabilitare i fascisti ogni pretesto, stralcio di articolo, testimonianza fasulla venne adottata. D’altronde la classe sociale dominante era la stessa prima, durante e dopo il ventennio e di conseguenza anche il nemico di classe di riferimento. La leggerezza con cui vennero condotti i processi e il perdono istituzionale portò gli uomini del regime a influire a fondo sulla politica repubblicana, le forze dell’ordine e la vita economica del paese con l’obbiettivo di salvaguardare gli interessi propri e di chi promuoveva azioni decise contro i comunisti e contrastarne il loro radicamento e l’influenza sociale ed elettorale crescenti. Emblematica risulta a questo proposito la vicenda di Ettore Messana.

Nato nel 1888 a Rocalmuto, piccolo comune in provincia di Agrigento, venne impiegato, a ridosso della Prima Guerra Mondiale, nella repressione della diserzione alla chiamata alle armi nel Meridione. Terminato il conflitto, come vicecommissario di Polizia, cercò di stroncare il movimento contadino con una serie di repressioni che culminarono nella Strage di Riesi, l’8 Ottobre 1919, dove morirono 15 persone e ne vennero ferite 50. Grazie alla fama di anti-sovversivo che riuscì a cucirsi, venne inviato a Parma per svolgere mansioni molto simili con la carica di Commissario. Nel 1921 torna a Palermo per dirigere i servizi speciali di polizia contro la “delinquenza associata”, poco più tardi – a fascismo inoltrato – viene trasferito a Milano e a Bolzano dove il suo compito consisteva nell’abolizione del fenomeno del bilinguismo e nel controllo della città. Guidò la questura di Ravenna (1931-36) e quella di Bari (1937), quest’ultima carica fu utile ai fini della preparazione per l’invasione dell’Albania. Non mancarono per il questore encomi e parole di elogio da parte di colleghi ed esponenti del Fascismo per l’efficienza e la freddezza d’esecuzione. Nel 1941 un ulteriore necessità di sfruttare le “doti” di Messana mosse le intenzioni del regime, questa volta in Jugoslavia, nei territori da poco annessi e dove l’italianizzazione dei territori era la priorità. Gli venne assegnata quindi la questura di Lubiana. Ebbe ampi poteri per esercitare controllo e repressione. A Lubiana organizzò in questo modo l’amministrazione della città: alla polizia spettava il controllo dell’amministrazione civile, i carabinieri vennero dislocati nelle province, furono creati carceri specializzati in tortura al fine di estorcere informazioni – anche e soprattutto per contrastare il nascente movimento partigiano Jugoslavo – e, in un secondo momento, furono ampliate le competenze del Tribunale Speciale.

Alcuni partigiani sloveni
Alcuni partigiani sloveni

Ettore Messana si distinse per le stragi e le sevizie operate a danno dei civili, di un’intensità tale che si temette che potesse destabilizzare il controllo nella regione. Ne sono una prova due operazioni: la prima, avvenuta nel settembre del 1941, che consisteva in una rappresaglia, successiva ad un sabotaggio ferroviario partigiano sul ponte cittadino, in cui vennero arrestate 48 persone, 28 poi condannate a morte, 12 all’ergastolo, 4 pene a trent’anni e 6 a dieci anni; la seconda invece fa riferimento a quello che accadde nei primi mesi del 1942 quando la città di Lubiana venne circondata dalle autorità italiane con filo spinato e posti di blocco del Regio Esercito e dei Carabinieri realizzando la cosiddetta “cintura di Lubiana” la quale servì a realizzare un enorme rastrellamento di 18.708 uomini, 878 dei quali furono rinchiusi in campi d’internamento. Nonostante i dubbi rispetto alla gestione di Messana, ci sono due versioni differenti sulla motivazione dell’allontanamento del questore dalla provincia: sui documenti ufficiali fu attestato come l’episodio che determinò il suo ritiro fu l’uccisione dell’ex presidente degli industriali di Lubiana mentre era sotto scorta, ad opera di un nucleo partigiano; secondo invece quanto dichiarato dal segretario della Legazione Jugoslava, la ragione è da rintracciare nell’atteggiamento sadico del questore. Fu particolarmente determinante l’arresto di diverse donne nel 1942 stuprate in questura e rilasciate diverse settimane dopo, infine una di loro informò il vescovo di Lubiana Gregorij Rozman, il quale riportò la vicenda direttamente al Papa. Qualunque fosse la causa scatenante, è evidente che quanto riportato nella versione ufficiale, che metteva in luce le lacune dell’amministrazione del questore, fu la possibilità, per i colleghi ostili al questore, di richiedere e ottenere da Mussolini il suo allontanamento il 20 maggio 1942. Non terminò però la sua carriera essendo inviato poco dopo a Trieste con il titolo di “sovrano motu proprio” e ricevendo l’onorificenza di commendatore. Dopo l’avventura triestina, terminata l’8 settembre del 1943, Messana si nascose agli occhi del regime rifugiandosi a Roma, dove si rese irrintracciabile fino al giugno nel 1944, durante la liberazione della capitale, quando venne trasferito al ministero dell’Interno.

Soldati italiani posano davanti alle case bruciate di un villagio in Slovenia
Soldati italiani posano davanti alle case bruciate di un villagio in Slovenia

Messana dovette rispondere delle accuse mosse dal segretario della Legazione Jugoslava, dalle testimonianze da parte di diversi cittadini della provincia da lui amministrata e soprattutto si trovò iscritto nelle liste di criminali di guerra delle Nazioni Unite. La Commissione di quest’ultimo organo raccolse i seguenti capi di accusa:

“[…] assassinio e massacri; uso sistematico del terrorismo; tortura di civili; violenza carnale; deportazione di civili; internamento di civili in condizioni inumane; tentativo di denazionalizzare gli abitanti del territorio occupato; violazione degli articoli 4-5-13-45-46 della convenzione dell’Aja del 1907”

…rintracciando inoltre, nella lotta contro i partigiani, la priorità manifestata dalla questura di Lubiana.

In Italia però già da tempo si stava lavorando al fine di riabilitare pubblicamente il questore per il suo prezioso impiego negli ingranaggi del nuovo Stato. Nell’ottobre del 1944 la legione dei carabinieri reali di Roma raccolse testimonianze e fascicoli che potessero alleggerire la compromessa situazione dell’imputato. Messana respinse ogni accusa, dipingendo le accuse contro di lui come frutto del conflitto tra autorità militare e civile e quindi rimandando alla faida che aveva opposto i generali Taddeo Orlando e Mario Robotti a Messana e all’Alto Commissario Grazioli. Mentre, riguardo gli stupri, affermò che aveva preso dei provvedimenti per la tutela sanitaria dei soldati italiani. Secondo il suo racconto, aveva costretto al fermo alcune prostitute dopo diverse segnalazioni di diffusioni di malattie tra i ranghi del corpo militare in stanza a Lubiana e di aver avuto un ottimo rapporto con il vescovo Rozman, il quale non interruppe mai la collaborazione con le autorità di occupazione italiane.

La sentenza della “Commissione di primo grado per l’epurazione del personale della pubblica sicurezza” giudicò l’ex questore “esente da ogni sanzione” dichiarando di non avere competenza per reati compiuti fuori dal perimetro nazionale, rimandando ad un giudizio futuro in Slovenia e ad una indagine dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo mai avvenuta. Colui che era ricordato dai cittadini di Lubiana come massacratore e torturatore era pronto al reintegro nella società come soggetto totalmente riabilitato.

La complicata situazione in Sicilia

Il ministro dell’Interno Bonomi nel 1944 incaricò Messana di tornare in Sicilia per arrestare il fenomeno del banditismo che si era sprigionato con forza a seguito della liberazione dell’isola da parte degli alleati. I gruppi armati nella regione, dopo gli ultimi avvenimenti, avevano assunto nuovo vigore ed occorreva oramai estirpare le bande le quali si caratterizzavano per le mire separatiste e per la vicinanza con la mafia siciliana. Spesso infatti i capi del movimento separatista erano gli stessi capi della criminalità locale la cui autorità era indiscussa e con cui le istituzioni non tardarono a dialogare. Le principali sigle separatiste erano l’Evis (Esercito volontario indipendenza Sicilia) e il Mis (Movimento indipendentista siciliano). Responsabile per la negoziazione con i nuclei armati fu il generale Paolo Berardi che nel 1945 ricopriva il ruolo di comandante militare territoriale di Palermo, inserito nella lista dei criminali di guerra delle Nazioni Unite per il suo precedente operato nei Balcani durante il conflitto, mai però processato. Degli incontri tra Berardi e le bande furono aggiornati costantemente il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Interno ed il Ministro della Guerra con una lunga relazione sullo stato dell’ordine pubblico siciliano. L’accordo venne raggiunto con la garanzia concessa alle organizzazioni sicule di un riconoscimento delle istanze autonomiste in cambio dell’abbandono della via separatista e dell’appoggio alla Monarchia nel futuro referendum istituzionale per decidere l’assetto politico del paese. Si garantiva anche l’amnistia totale per i combattenti separatisti. Le bande non strettamente legate agli apparati mafiosi vennero represse, mentre alle altre venne garantita libertà d’azione. In questo quadro si affermò la figura del criminale Salvatore Giuliano. Negli anni successivi, fino alla sua morte avvenuta nel 1953, Berardi, nominato Presidente della Commissione di avanzamento degli ufficiali superiori, si spese per il reintegro di ex-fascisti e l’allontanamento dalle forze armate dei partigiani.

Ettore Messana ritratto in foto con Alcide De Gasperi
Ettore Messana ritratto in foto con Alcide De Gasperi

Alla luce delle reali intenzioni delle istituzioni e della mafia, è possibile adesso ragionare delle azioni in Sicilia di Ettore Messana che affiancò Berardi nella “lotta” al banditismo. Se da una parte infatti strinse importanti accordi con mafiosi, ex fascisti, latifondisti e agrari – riprendendo parte di quelli già tessuti nel 1919 – dall’altra si mosse per fermare diversi gruppi quali la banda Stimoli e Gulino ricevendo anche riconoscimenti dal Ministero della Difesa. Le reali intenzioni del Messana si esplicano nel rafforzare la sua immagine pubblica, tessere rapporti con gli apparati criminali e reazionari dell’isola e con essi reprimere il presunto nemico delle istituzioni: i comunisti. Dirigenti sindacali, quadri politici del PCI, semplici militanti e segretari delle Camere del lavoro vennero costantemente monitorati ed eliminati con un meticoloso lavoro atto a ridurne l’influenza. Lo scenario dove questa “missione” si delineava era quello delle lotte contadine, l’isola infatti era ancora retta da una potente classe di proprietari terrieri che mantenevano il potere in un sistema non dissimile dall’arcaico feudalesimo, strettamente legati con la mafia siciliana, e con cui gli americani prima e i monarchici poi, riconoscendone il potere dovettero contrattare. In loro contrapposizione vi erano i contadini che, con l’appoggio di PCI e PSI, intendevano sovvertire i rapporti di forza. Le fittizie indagini per far luce sugli omicidi e le aggressioni tentavano di fornire un quadro apolitico dei crimini in maniera tale da distrarre la popolazione dalle finalità politiche di quegli atti e, anche laddove un processo veniva aperto a danno di esecutori e mandanti, il proscioglimento era cosa garantita.

Il principale protettore del lavoro di Messana in Sicilia fu certamente il Ministro dell’Interno Mario Scelba (DC), un rapporto reso evidente dall’omicidio del sindacalista Accursio Miraglia. Quando infatti due deputati del PCI, Giuseppe Montalbano e Girolamo Li Causi, presentarono un’interrogazione parlamentare per richiedere al Ministro l’allontanamento di Messana, accusato di condurre indagini frettolose senza interesse nel ricercare la verità dei fatti e di aver rilasciato dopo pochissimo tempo i responsabili, egli rispose che il dovere delle autorità politiche era stato compiuto senza però esprimersi sul rilascio immediato dei colpevoli, silenzio che fece infuriare i parlamentari del PCI ed in particolar modo Togliatti con cui ci fu il seguente scambio di parole:

Togliatti: “E’ reato o no uccidere un comunista?

Scelba: “Certamente si”

Togliatti: “E allora perché li avete rilasciati?”

Scelba: “Apprendo in questo momento che gli arrestati per l’assassinio del Segretario della Camera Confederale sono stati rilasciati. Evidentemente non è stata la polizia a rilasciare gli imputati, perché, essendo stati deferiti all’Autorità Giudiziaria, a essa sola spettava di decidere in materia. Questa non può quindi essere materia di competenza del Ministero dell’Interno”

Non solo i mancati provvedimenti del Ministro, ma soprattutto il rapporto di lavoro che intercorreva con l’ispettorato dovevano portare Scelba alla piena conoscenza della situazione Siciliana per natura stessa dell’organo predisposto alla lotta al banditismo direttamente collegato al Ministero dell’Interno.

Mario Scelba con un giovane Andreotti
Mario Scelba con un giovane Andreotti

Per tutte le violenze e i danni materiali subiti dai social-comunisti e dalle loro sedi non vi sarà giustizia né verità giudiziaria alcuna, se non molto più tardi in una memoria storica che purtroppo passa in sordina. Una escalation ulteriore venne registrata in prossimità delle elezioni siciliane del 1947 allorché si moltiplicarono i casi di aggressione contro i partiti di sinistra, che furono segnati dall’eliminazione di Pietro Macchiarella, della Camera del Lavoro di Ficarazzi, e l’aggressione al consigliere comunale Giuseppe Macaluso con bombe a mano lanciate contro la sua abitazione. Per un evento scatenante che portasse alla rimozione di Ettore Messana bisognerà attendere la strage di Portella della Ginestra.

Portella della Ginestra

Il primo maggio del 1947 Portella della Ginestra, piccola località vicino Piana degli Albanesi – in provincia di Palermo – fu teatro della prima strage repubblicana che vide la morte di 14 lavoratori e innumerevoli feriti li presenti, riuniti in occasione della prima festa dei lavoratori – dopo che essa era stata abolita per volere di Mussolini. La rinnovata ricorrenza fu anche sfruttata come manifestazione contro il latifondo, per festeggiare gli ottimi risultati ottenuti dal “Blocco del Popolo” (coalizione delle forze di sinistra PCI-PSI) alle elezioni per l’Assemblea regionale siciliana, una vittoria elettorale netta e forse un po’ inaspettata con in testa il Blocco con 590.000 voti, la Democrazia Cristiana con 400.000 e il Movimento Indipendentista con 171.000, e al fine di rinvigorire la lotta per la tanto sperata riforma agraria.

Contandini festaggiano il Primo Maggio e la vittoria elettorale del Blocco Popolare a Portella della Ginestra. Scena tratta dal film "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi
Contandini festaggiano il Primo Maggio e la vittoria elettorale del Blocco Popolare a Portella della Ginestra. Scena tratta dal film “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi

Gli esecutori dell’eccidio furono i membri della banda di Salvatore Giuliano che spararono sulla folla allo scopo anche di inviare un messaggio ai “rossi” dell’isola. Il criminale e il suo seguito si muovevano incontrastati nella regione da diverso tempo e alcune operazioni resero famoso il gruppo come l’assalto a numerose caserme (Grisì, Pioppo, Borgetto, Montelepre), carceri, camionette della polizia e persino la sede della radio di Palermo il 17 gennaio 1946. Giuliano rispose un giorno a proposito di quel crimine politico a Portella della Ginestra spiegando che aveva agito in quanto mosso dal suo personale odio verso i comunisti. Dietro quelle uccisioni però si delinea l’intenzione di distruggere il movimento operaio e contadino siciliano, i sindacati e le forze che lo sostenevano. Che l’opera del bandito fosse l’espressione degli intenti dei latifondisti di mantenere lo status quo fu palese già in quei giorni di tensione, ma buona parte degli intrecci dietro a quei delitti si rivelarono di difficile ricostruzione. Certo è che la strage aprì una stagione, che per il sangue versato e l’efferatezza dei crimini, fece impallidire quella precedente. I sospetti circa la complicità delle forze dell’ordine e di Ettore Messana emersero in breve tempo, causa anche le false ricostruzioni e subito smentite del questore. In particolar modo quest’ultimo dovette rispondere del collegamento fra lui e la banda concretizzato con il fondamentale contributo del criminale Salvatore Ferreri in qualità di confidente ed infiltrato.

Ferreri, nella sua storia da bandito, era già stato designato come esecutore di reati e omicidi ai danni delle forze dell’ordine tanto che nel 1947 si trasferì a Firenze dove gestì un negozio col nome della madre per evitare una condanna all’ergastolo. La sua latitanza terminò grazie all’accordo stipulato tra il padre e il deputato Salvatore Aldisio (DC), il quale contattò Messana per farli incontrare personalmente. L’arruolamento avvenne tra febbraio e marzo del 1947 e dell’evento vennero tenuti all’oscuro anche gli altri ufficiali, ne è la prova quanto riportato dal Generale dei Carabinieri Giacinto Paolantonio presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia dove raccontò come Messana chiese di “non fare più niente in campagna” millantando di star organizzando “colpi grossi” di cui non poteva far parola con nessuno, stesso periodo di tempo e stesse zone dove gli assalti alle sedi dei partiti di sinistra furono più numerosi, così come gli assassinii e le imboscate ai dirigenti di quelle formazioni, oltre che a parecchi sindacalisti. Fu soltanto con la strage del primo maggio del 1947 che Paolantonio affermò di essere venuto a conoscenza del rapporto con Ferreri di una conversazione in cui Messana avrebbe rivelato la sua rete di contatti in Sicilia proprio al generale. Dichiarazioni, quelle di Paolantonio, che farebbero emergere dei sospetti rispetto alla loro veridicità visto il comportamento del collega tenuto poche ore dopo il massacro: egli infatti avrebbe inviato al Ministro dell’Interno Scelba un fonogramma che indicava Salvatore Giuliano come colpevole principale delle uccisioni.

Il Ministero dell’Interno e l’ispettorato rimarcarono la apoliticità della strage condannandolo come atto meramente criminale, così come i precedenti e successivi omicidi aventi “stranamente” lo stesso destinatario (comunisti e socialisti), alimentati da un ambiente legato alle logiche del latifondo affiancandoli, nella narrazioni, ad altri “disordini” presenti in diverse zone d’Italia che nulla avevano a che fare con gli intenti di chi stava perpetrando quelle azioni in Sicilia e quindi snaturando la natura politica degli avvenimenti.

A completare il mosaico, il 5 Luglio 1950, ci fu la dipartita di Giuliano, che morì a 27 anni a Castelvetrano durante un conflitto a fuoco. L’uccisione venne rivendicata dal Comando Forze Repressione Banditismo, ma i racconti di come avvenne l’eliminazione furono talmente confusionari che ad oggi sono accreditate come veritiere almeno 5 versioni differenti. Non si esclude che la sua morte fosse funzionale al silenzio necessario, per le istituzioni, dopo le atrocità commissionate alla sua banda. Questa tesi risulta avvalorata dalle affermazioni di un ex membro della banda: Gaspare Pisciotta.

Pisciotta fu amico di vecchia data di Giuliano e suo braccio destro, lo affiancò negli assalti e nelle stragi e infine rischiò di essere l’uomo che avrebbe rivelato, in sede processuale, gli accordi che investivano Governo Italiano, DC, mafia, Ettore Messana e persino i servizi segreti americani. Non restano però che dei frammenti e delle accuse rivolte durante il processo in quanto Pisciotta venne avvelenato con una dose di stricnina mescolata al caffè – o a delle medicine per la tubercolosi secondo una seguente versione – mentre si trovava nel carcere dell’Ucciardone dopo essere stato condannato all’ergastolo. Qui di seguito alcuni stralci delle sue affermazioni:

“Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: il deputato DC Bernardo Mattarella, il principe Alliata, l’onorevole monarchico Marchesano e anche il signor Scelba… Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano (…). Banditi, mafiosi e carabinieri eravamo la stessa cosa”

La sua morte avvenne dopo l’annuncio di rivelare tutti i mandanti ricostruendo le comunicazioni e le richieste delle alte sfere. L’ultimo mattone che permette di ricostruire il disegno della missione di ridimensionare la forza dei comunisti sull’isola è l’inserimento dei servizi segreti americani nei rapporti con la mafia. Il responsabile della duratura alleanza con la criminalità locale fu l’agente James Jesus Angleton.

Gli USA compresero come la mafia fosse il miglior anticorpo contro il bolscevismo in Italia ancor prima dell’invasione, dove gli stessi “picciotti” italo-americani risultarono determinanti. Una collaborazione che si risolse con rifornimenti di armi e copertura politica per i banditi che fu incisiva per la strage, un sodalizio sedimentato e più forte dopo la liberazione della Sicilia in un’operazione in cui gli alleati favorirono la presa di posizione politica locale della mafia.

 

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