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Studio, prigionia e bande partigiane. Storia di Severino Spaccatrosi, un comunista dei Castelli Romani

di Emiliano Tessitore e Luca Pia

Severino Spaccatrosi è stato un militante comunista nonché tra i principali punti di riferimento per la resistenza antifascista nella zona dei Castelli Romani. Entra nel Partito Comunista d’Italia ad Albano Laziale nel pieno della promulgazione delle leggi fascistissime, motivato proprio dalla voglia di combattere il regime, che in quegli anni continuava ad affermare la propria vocazione repressiva e nemica delle classi popolari. Sin da subito, divulgando le proprie idee tra gli elementi della classe operaia, si rende conto della necessità e dell’importanza di una formazione politica e culturale ai fini della costruzione di un’organizzazione solida. Infatti da autodidatta con grandi sacrifici alterna il lavoro da salariato in sartoria con lo studio del marxismo e della lingua italiana.

Questa sua ostinazione si rivelerà fondamentale quando, arrestati i principali dirigenti del Partito ai Castelli Romani, sarà necessario formare politicamente i compagni rimanenti, al fine di non fermare la macchina organizzativa. Il costante lavoro porta i suoi frutti; tra il 1929 e il 1931 la rete comunista nei Castelli Romani si ricostituisce in forma clandestina, dopo la forte ondata repressiva attuata dal fascismo, e viene creato un canale comunicativo con gli organi centrali del Partito, per niente scontato per via delle stesse persecuzioni anticomuniste.

Dal ‘31, viste le sue capacità, viene trasferito per volere del Partito prima a Parigi per seguire un corso di formazione politica, poi in Toscana come quadro organizzativo, e dopo un veloce ritorno a Parigi, in Unione Sovietica per curarsi – grazie al Soccorso Rosso Internazionale, frutto dell’internazionalismo della patria dei lavoratori – approfittandone per frequentare La Scuola Internazionale Leninista e il Collettivo Internazionale Comunista.

Nel ‘34 torna in Italia e viene quasi subito arrestato e condannato a 22 anni di carcere per la sua militanza politica. Detenuto nel carcere di Bari, organizza subito con altri compagni prigionieri un collettivo di studio marxista, come tanti altri comunisti avevano già fatto in altri carceri, tanto che una volta trasferito nella prigione dell’isola di Pianosa poté aderire a progetti simili.

Una foto di Severino Spaccatrosi
Una foto di Severino Spaccatrosi

Il 26 Luglio 1943 arriva la notizia della caduta di Mussolini e pochi mesi dopo viene scarcerato. Appena tornato ad Albano avrà prova della disgregazione e disorganizzazione del Regio Esercito (Divisione Piacenza). Prima la mancata consegna delle armi alla popolazione, e poi il 9 Settembre la facile cattura degli ufficiali impreparati, la fuga di un’unità della divisione, la cattura dei pompieri (corpo militarizzato), ed infine l’eroica resistenza (con l’aiuto di alcuni popolani) di una compagnia della divisione nei pressi della villa comunale, simboleggiano la disomogeneità vigente tra i militari italiani nell’affrontare i nazisti.

Dirà nelle sue memorie: «ero molto furioso ed amareggiato per aver veduto migliaia di soldati italiani guidati da comandi felloni, deporre, nella grande maggioranza dei casi, le armi senza combattere di fronte a poche centinaia di soldati tedeschi».

Severino riunitosi con i suoi compagni si mette subito in moto per “creare un nuovo esercito”. I comunisti iniziano rapidamente a inquadrare nelle bande partigiane, i soldati sbandati e i giovani destinati al servizio obbligatorio per i tedeschi, ad organizzare le squadre stesse su principi di unità e solidarietà, a cercare armi, munizioni e tutto il necessario, fino alla creazione del primo centro partigiano ad Albano. Le squadre, che nel territorio dei Castelli Romani iniziano a sorgere numerose, vengono inquadrate in piccole unità agili e adatte al contesto geografico del territorio, privo di montagne coperte di foreste o ampie zone boscose.

Spaccatrosi, parlando con i referenti degli altri partiti antifascisti, si rende conto di non poter fare affidamento dal punto di vista strettamente militare su di loro: «da un esame sommario delle convinzioni politiche degli elementi che formavano l’effettivo delle varie squadre costituitesi in tutti i Castelli Romani risultava che non solo la stragrande maggioranza era formata da comunisti ma dalle altre correnti non si dichiarava che qualcuno, che qualche monarchico, qualche cattolico, ma dove erano socialisti, democristiani, azionisti?».

In seno al Comitato di Liberazione viene risposto a Severino che Socialisti e Azionisti non erano provvisti di giovani e potenziali combattenti, mentre, in linea con la propria natura la Democrazia Cristiana evita di contribuire fornendo ben poche spiegazioni. Infatti come lo stesso Severino descrive il dialogo con il responsabile della DC ai Castelli Romani Nicola Angelucci: «[…]non combinammo nulla. Noi dicevamo una cosa e lui rispondeva con un’altra: era chiaro che diffidava di noi».

Pino Levi Cavaglione
Pino Levi Cavaglione

Nel mentre, su pressioni di Spaccatrosi viene nominato unico comandante militare l’eroico partigiano Pino Levi Cavaglione, e vengono integrati nelle squadre locali una ventina di Sovietici liberati dal campo di concentramento dello scalo di Monterotondo. In seguito al miglioramento dell’organizzazione partigiana si evolvono le tecniche di combattimento, permettendo alle squadre di passare da attività militari più rudimentali ad azioni di mitragliamento delle macchine tedesche, l’asportazione di lunghi tratti di linee telefoniche, eliminazioni di portaordini e soldati tedeschi isolati, al brillamento di mine per ostruire il traffico degli auto mezzi, alle grandi azioni di sabotaggio sulle linee ferroviarie.

E infatti nella notte tra il 20 e il 21 Dicembre del 1943 ha luogo una delle più spettacolari azioni della resistenza nel Lazio: le bande dei Castelli Romani fanno esplodere quasi contemporaneamente la linea ferroviaria Roma-Napoli via Formia (sul ponte Sette Luci) e la Roma-Cassino. I tedeschi utilizzavano le due arterie per rifornire il fronte di soldati e armi. Le mine piazzate dai partigiani causano ai nazisti la perdita di 400 uomini tra morti e feriti soltanto nella prima linea, mentre sulla seconda la distruzione di materiale bellico prezioso per la guerra contro gli alleati.

I tedeschi sono sconcertati. Si convincono inizialmente della presenza di commandos inglesi e americani paracadutati dietro le linee, ma poi dovranno convincersi della forza della resistenza organizzata dai comunisti e che fino all’ultimo li colpirà “senza tregua”, citando il grande partigiano Giovanni Pesce.

Così, come testimonia Spaccatrosi, la caccia al responsabile da parte dei nazisti porta, oltre che a diversi rastrellamenti nelle zone d’ interesse, anche all’individuazione dei soldati sovietici, i quali vengono accerchiati con un nutrito numero di mezzi e uomini. I russi non si fanno trovare impreparati, e con le armi in pugno tengono testa ai tedeschi, fino a quando in un eroico gesto – a sottolineare il legame internazionalista di tutte le forze legate all’ideale comunista – vengono soccorsi dai gruppi partigiani di Genzano, che rompono l’accerchiamento dei nazisti e mettono in salvo i compagni sovietici.

I giorni che seguono sono per Severino dediti allo strenuo tentativo di aiutare la popolazione di Albano. Prima cerca in vano di convincere gli Alleati a non bombardare la popolazione inerme, chiedendo invece l’invio di armi da far utilizzare ai partigiani, poi forma una guardia civica per difendere i civili rifugiati nella villa Pontificia nel tentativo di sfuggire ai tedeschi, ed infine ricerca e distribuisce viveri per la popolazione.

Subito dopo viene catturato dai nazisti, i quali privi di sostanziali prove contro di lui, lo terranno prigioniero più di un mese a Via Tasso. Durante questa breve esperienza Spaccatrosi ha modo di toccare con mano gli orrori commessi dai tedeschi, contro comunisti, ebrei, e comuni cittadini italiani. «Ti annientava a Via Tasso la totale mancanza di rispetto della persona umana», dirà nelle sue memorie.

Foto del carcere nazista di Via Tasso
Foto del carcere nazista di Via Tasso

Il 4 Giugno 1944 con la fuga dei tedeschi Severino è di nuovo libero, e immediatamente ritorna ad Albano per riorganizzare quanto rimaneva della cittadina.

La storia di Severino Spaccatrosi è ricca di spunti di riflessione, come l’importanza dell’internazionalismo, la grandezza del sacrificio compiuto da chi intraprendeva la strada della lotta politica durante il ventennio, e la lucidità con cui solo e soltanto i comunisti seppero analizzare e comprendere il fenomeno del fascismo. In particolare tra questi spicca il carattere di lotta di classe della Resistenza, troppo spesso cancellato dalla memoria istituzionale.

I Castelli Romani sono infatti un perfetto esempio della centralità del Partito Comunista, perfettamente integrato tra le classi popolari, di cui era avanguardia. Citando Maurizio Ferrara: «I comunisti dei Castelli Romani del 1943 erano, innanzitutto, tutti proletari autentici: contadini poveri, braccianti, fabbri, muratori, lavoratori artigiani. In secondo luogo erano proletari “organizzati”, secondo regole, discipline, gerarchie e moralità di ferro. E in quanto alle idee, erano molto nette e giacobine, senza troppe sfumature; e tutte dentro un’istintiva ottica di classe, sorretta dalla cultura politica del mondo comunista».

Va considerato inoltre l’enorme importanza che ha avuto il supporto delle masse popolari, che oltre a sostenere i partigiani, nascondendoli, sfamandoli e aiutandoli nei modi più diversi, si resero protagoniste in diversi casi. Ne sono un esempio la coraggiosa insurrezione del 6 Giugno 1943 a Genzano che portò alla distruzione degli emblemi fascisti nella casa del fascio, e il soccorso al fianco dei partigiani italiani ai soldati sovietici accerchiati dai tedeschi, permettendone il salvataggio. È chiaro che il fascismo aveva trovato nei comunisti e nella classe operaia, il proprio nemico naturale.

Tutto ciò fu possibile grazie alla formazione politica presente nel PCd’I, che permetteva ai compagni di sviluppare una coscienza di classe e una visione della società chiara, rendendoli capaci di diffondere gli ideali rivoluzionari tra le masse popolari anche in situazioni di enorme difficoltà. Tutto ciò in oltre venne permesso dalla concezione applicata dell’organizzazione leninista, unico strumento del proletariato per conquistare il proprio avvenire.

Oggi, a 75 anni dalla fine della resistenza, in un momento di arretramento generale non solo delle parole d’ordine dei comunisti, ma anche dei diritti già conquistati grazie a queste, è necessario più che mai imparare da figure come quella di Severino Spaccatrosi; militanti e combattenti che mai si tirarono in dietro dinanzi alle difficoltà, consapevoli che per quanto potesse essere brutale e cinico il proprio nemico solo la lotta avrebbe pagato. Giustamente vengono spesso pensati come degli eroi, ma forse sarebbe più giusto ricordarli come dei figli delle classi popolari e dell’idea tutta comunista di un mondo diverso.

Fonti:

-Centro Studi della Resistenza

– “Il Sole è Sorto a Roma” a cura di Lorenzo D’Agostini e Roberto Forti

-“Severino Spaccatrosi Antifascista nei Castelli Romani” memorie di Severino Spaccatrosi con prefazione di Maurizio Ferrara

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